Errori militari, crisi economica, bagarre politica. Tre elementi per comprendere l’oggi della Repubblica Islamica iraniana



Teheran, abbiamo un problema. Anzi, più di uno. Militari, economici e sociopolitici sono gli intrecci che – ogni settimana di più – preoccupano le alte sfere della teocrazia iraniana, messe sotto pressione da una serie di eventi concatenati.
Procediamo con ordine. Il 10 maggio un’incidente durante un addestramento della marina della Repubblica Islamica ha ucciso 19 persone e ne ha ferite 15.
Avvenuto vicino al porto di Jask, ad oltre un migliaio di chilometri dalla capitale, sarebbe stato causato da un errore umano.
Un missile partito per sbaglio ha infatti impattato una nave di supporto che stava prendendo parte alla prova dell’esercito.
L’Iran tiene regolarmente esercitazioni in quella località del Golfo di Oman, posizione strategica per il controllo dello Stretto di Hormuz, la stretta bocca del Golfo, attraverso la quale passa il 20% del petrolio mondiale, ed è comprensibilmente crocevia degli equilibri geopolitici delle regione, e non solo.

Il tragico evento, inoltre, segue non di molto un altrettanto tragico errore di bersaglio colpito per sbaglio. A gennaio scorso il Corpo di guardia rivoluzionario dell’Iran ha abbattuto un aereo passeggeri della Ukrainian Airlines con due missili, uccidendo 176 passeggeri e i membri dell’equipaggio, e animando le critiche del dibatti pubblico iraniano. Due episodi che mettono a nudo alcune debolezze del comparto militare del gigante persiano, e sollevano nuove domande sulla prontezza delle forze armate in mezzo alle crescenti tensioni con gli Stati Uniti.L’ultimo incidente, infatti, è successivo ad un intenso incontro navale fra Teheran e Washignton proprio nel vicino Golfo, ed in generale in un momento in cui l’Iran sta cercando di dimostrare resistenza alla campagna di massima pressione dell’amministrazione Trump, una combinazione di azioni economiche e militari volte a costringere l’Iran ad accettare un accordo nucleare più duro e frenare le sue influenze nello scacchiere mediorientale.

 

Le sanzioni volute dalla Casa Bianca sono l’elemento economico più destabilizzante per la Repubblica Islamica, ma non l’unico. Certamente l’isolamento internazionale è il nodo che stringe la capacità di movimento delle politiche monetarie iraniane. Il valore della valuta nazionale, il rial, è precipitato dopo l’abbandonato del già citato accordo sul nucleare, naufragato circa due anni fa.Il crollo del mercato della moneta ha portato ad una recessione anche nei mercati paralleli, in particolare quello automobilistico, quello immobiliare e quello delle valute estere.

Rimane scoperto il settore finanziario, dove sono cospicuamente aumentati gli investimenti.Il mese scorso il governo ha annunciato l’intenzione di vendere beni statali per un valore di circa 2 miliardi di dollari, raggiungendo livelli record. L’obbiettivo primario è di raccogliere fondi per la lotta contro la pandemia di coronavirus, una tempesta che l’Iran ha dovuto affrontare, fra i primi paesi al mondo, in maniera grave e numericamente rilevante. Verso la fine di aprile la curva dei contagi ha subito una sensibile flessione, il timore però che la riapertura di aziende e industrie possa generare nuovi focolai è concreta.

Sanzioni, epidemia e il rischio dello scoppio di una bolla azionaria: un cocktail possibilmente esplosivo. L’emergenza sanitaria, inoltre, è il collegamento con la terza delle basi del traballante treppiede iraniano: quella sociopolitica. Le ultime elezioni parlamentati, svoltesi il 29 febbraio scorso quando già vi erano i primi importanti segnali di infezioni da coronavirus, hanno riacceso la mai doma competizione fra la frangia più conservatrice e quella più riformista.

Nel paese serpeggia un’insoddisfazione mal celata verso il sistema di potere attuale, in particolare nelle fasce più giovani della popolazione, che vedono i dirimpettai iracheni animati da un fervore al limite del rivoluzionario.A Baghdad e non solo le proteste di spiazza che hanno scalfito il governo nazionale hanno messo in discussione non unicamente la classe politica, ma anche il modello khomeinista che anche in Iraq ha esercitato la sua non indifferente influenza.
Di concerto, in Iran, sembra sgretolarsi la fiducia nel Presidente Rouhani, a lungo indicato come bussola per gli orientamenti riformisti, e oggi osteggiato per gli scarsi risultati ottenuti.La tornata elettorale di febbraio, però, rivela come gli hardliner del clero sciita abbiamo agito proprio per annacquare il malcontento e mitigare gli esiti del voto. 

Buona parte degli storici deputati riformisti e aspiranti candidati sono stati banditi dal Consiglio dei Guardiani, organo di controllo della Repubblica Islamica. Il Consiglio dei Guardiani è de facto controllato a sua volta dalla Guida Suprema – l’Ayatollah Ali Khamenei – che ne nomina la metà dei componenti, e che appare più che altro interessato alle prossime elezioni, quelle che nel 2021 dovranno eleggere un nuovo Presidente. Nel frattempo, l’ala conservatrice del parlamento, oggi in netta maggioranza, dovrà riporre specifica attenzione sia al contesto interno, sia a quello estero.“Salvare l’economia dell’Iran” è stato uno dei loro principali slogan della campagna. Per raggiungere l’ambizioso obiettivo è necessaria una politica estera equilibrata ed i conservatori moderati, pragmatici e tradizionali dovranno essere consapevoli che le loro promesse non possono essere mantenute con un approccio conflittuale, che aggrava i problemi già esistenti. In particolare in un momento in cui tutti i nodi vengono al pettine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Davide Agresti

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