Passato, presente e futuro prossimo si intrecciano fra le pieghe della politica estera della Repubblica Islamica e il modello di governance del suo fondatore

La religione che di fronte alle superpotenze ha reso l’Iran saldo come una roccia è forse l’oppio della società?” Così scriveva nel 1989 Ruhollah Khomeini a Mikhail Gorbaciov. Il primo è stato l’uomo che – atterrato in Teheran ad inizio 1979 – ha plasmato un paese in subbuglio che aveva appena cacciato Reza Pahlavi, l’ultimo Scià di Persia capitolato come un moderno Luigi XVI, ed è riuscito a incanalare rabbia e frustrazione di clero, borghesia e movimenti di sinistra, dando forma alla Repubblica Islamica. Il secondo è stato l’ultimo segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e principale promotore della perestrojka, il sistema di riforme che ha condotta rapidamente l’URSS alla Federazione Russa.

A più di 30 anni da quella lettera, e a 40 dalla rivoluzione che il più famoso degli Ayatollah ha guidato, il modello khomeinista vacilla nel sottobosco iraniano che è meno compatto di quel che sembra. I principali segnali di cedimento si sono recepiti nei mesi scorsi nelle proteste che prima dell’emergenza legata all’epidemia globale hanno interessato alcune grandi città della teocrazia, e soprattutto ampi territori del vicino Iraq, nazione che storicamente condivide un legame forte con la Repubblica Islamica. Non veniva messo in discussione l’elemento religioso, ma un sistema di governo che dopo quattro decenni non fa più breccia nella convinzione della popolazione, in particolare nella fascia più giovane. Due iracheni su tre hanno meno di trent’anni, e molti dei quali hanno lamentato un’influenza dell’Iran negli affari del proprio paese troppo pervasiva.

Da tenere in considerazione ci sono anche le manifestazioni che in Libano hanno portato nel dicembre scorso le dimissioni del governo Hariri, sostituito dall’esecutivo di Hassan Diab, e aperto una lacerazione profonda fra piazza e palazzo. La Repubblica Islamica partecipa alle dinamiche libanesi tramite Hezbollah, il Partito di Dio nato nei campi di addestramento nell’ex protettorato francese e messi a disposizione proprio dei ribelli iraniani che nella seconda metà degli anni ’70 lavoravano per spodestare Pahlavi. Hezbollah è – a sud di Beirut – un partito che è molto più di un partito: un collante sociale, un metronomo della vita pubblica, uno Stato nello Stato. Il malcontento della società civile libanese, vessata da una crisi finanziaria senza precedenti, è per questo un elemento che Teheran non può non tenere in considerazione.

Una richiesta di cambiamento generazionale, culturale e politico – quindi – che mette a dura prova la classe dirigente iraniana che, a dispetto delle apparenze, è tutt’altro che monolitica. I turbanti neri sono divisi al loro interno in una tripartizione ideologica dominata dalla corrente tradizionalista, accerchiata da una risicata componente del conservatorismo pragmatico e soprattutto dall’ala radicale ultraconservatrice. Quest’ultima è la formazione uscita vincitrice dalle ultime elezioni parlamentarie tenutesi lo scorso febbraio, di particolare importanza perché tracciano la strada ad altre elezioni – quelle presidenziali – che si terranno l’anno prossimo e che con ogni probabilità metteranno in archivio l’era del moderato Hassan Rouhani.  Fino ad oggi le tessere del mosaico sono state tenute assieme dalla figura bilanciata e di raccordo della Guida Suprema Ali Khamenei, il successore di Khomeini, ma non è impronosticabile che la linea dura dei conservatori porti ad un inasprimento dei rapporti interni ed una più spregiudicata politica estera del paese.

A far da cornice a queste dinamiche c’è, infatti, sia lo spettro di una crisi sanitaria ed economica dalle dimensioni preoccupanti, sia il fitto intreccio di relazioni internazionali che prosegue il suo canovaccio. La Repubblica Islamica è uno dei cardini fondamentali dell’ampio scontro sino-americano. Teheran e Pechino stanno strutturando una cooperazione economico-militare che nel dibattito pubblico del gigante persiano sta facendo discutere molto. Boccheggiante a causa dell’imposizione delle sanzioni volute da Washington, il sistema produttivo e il sistema dell’export sono due pilastri dell’economia iraniana che senza un mercato forte di destinazione rischiano definitamente di collassare. Al patto commerciale – che vedrebbe la Cina come primo mercato della vendita degli idrocarburi persiani – vi sarebbe un accordo economico per la costruzione di grandi infrastrutture e, soprattutto, una stretta collaborazione nel comparto militare.

Settore navale, settore aereonautico e difesa antiaerea, cyber sicurezza, capacità di guerra elettronica, tutti temi che secondo indiscrezioni sarebbero al centro delle relazioni Pechino-Teheran, e che vedrebbero – inoltre – la cooperazione della Russia di Putin. Uno scenario non inverosimile, se si considera la debolezza economica della Repubblica Islamica, che ha stringente necessità di mercati sicuri per le sue esportazioni vessate dalle sanzioni internazionali, e l’appetito della Repubblica Popolare Cinese, che ha in asia occidentale uno snodo fondamentale per l’ambizioso obbiettivo della One Belt One Road, la cintura di collegamento del celeste impero la cui realizzazione è traguardo imprescindibile per la sua tattica geopolitica.

 

La triangolazione Iran – Cina – Russia potrebbe concretizzarsi anche in campo diplomatico, dove Mosca e Pechino godono del vantaggio di sedere entrambe fra i cinque membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, probabilmente l’unico argine per la teocrazia degli Ayatollah di mitigare la strategia di massima pressione americana nei confronti del gigante persiano. Se così fosse si formerebbe un’alleanza profonda che vincolerebbe la claudicante Repubblica Islamica a due player internazionali coriacei e determinati, e che potrebbe attizzare il fuoco di un sentimento nazionale già più volte storicamente scottato –  soprattutto fra fine ottocento e inizio novecento – dalle concessioni fatte dai governanti alle potenze estere.

Un possibile asse a tre di stampo euroasiatico, quindi, nasconde per i governanti di Teheran grandi opportunità e al contempo preoccupanti insidie, così come il quadro regionale presenta una geometria all’interno della quale gli schemi degli ultimi decenni risultano vetusti e per larga parte della popolazione anacronistici. Da Baghdad a Beirut, da Pechino a Mosca, fino ad arrivare a Washington. Il presente della Repubblica Islamica d’Iran fatica ad essere “saldo come una roccia” come lo definì Khomeini nel 1989, ed il suo futuro prossimo sarà determinato più nelle capitali delle superpotenze che nella propria. Iraniani permettendo.

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