Una panoramica sulle proteste contro il caro benzina e la retorica difensiva delle autorità iraniane.

Il 15 novembre 2019, in seguito alla decisione del governo di aumentare i prezzi del carburante di circa il 50%, si è scatenato il malcontento popolare. Germano Dottori, docente di Studi Strategici all’università Luiss, in una recente intervista ai microfoni di Radio Vaticana Italia ha dichiarato che le pressioni economiche a cui è soggetto il Paese hanno avuto un ruolo importante in questi sconvolgimenti.

Egli sostiene ci sia un collegamento tra le sanzioni economiche imposte all’Iran e le difficoltà di produzione di carburante. In effetti, quest’ultimo viene estratto in grandi quantità, ma il deterioramento degli impianti, a causa dell’isolamento internazionale, ostacola il processo di raffinazione del petrolio costringendo le autorità all’importazione.

Il paese è in ginocchio. Il tasso di disoccupazione generale giunge al 12%, la disoccupazione giovanile ammonta al 26% e il tasso di inflazione è pari al 47%, con percentuali che giungono al 63% per i beni essenziali. Pertanto, malgrado la recente rivalutazione della divisa persiana lasciasse presagire un miglioramento delle condizioni economiche del Paese, la politica di contenimento ed isolazionistica di cui il paese è stato vittima, non hanno consentito di mantenere bassi i costi del carburante, come di consueto.

Il risultato è stata la diminuzione del potere d’acquisto della popolazione che, stremata dalla già critica situazione economica del paese, ha reagito prendendo parte a violente proteste. D’altro canto, il presidente Rouhani e l’ayatollah Khamenei prendono le parti dell’esecutivo ritenendo il provvedimento l’alternativa migliore per facilitare la ripresa economica del paese e una misura utile ad ottenere le risorse necessarie per il finanziamento di sussidi ai più bisognosi.

LE TENSIONI CONTINUANO

In seguito alla comunicazione del provvedimento, i cittadini non hanno esitato nel manifestare la propria rabbia e frustrazione e si sono diffusi rapidamente in tutto il paese attacchi alle banche e stazioni di servizio. Di fronte alla progressiva escalation di violenza – Amnesty International accerta un minimo di 106 deceduti – la reazione delle autorità iraniane è stata decisa.

La repressione delle proteste è stata accompagnata dall’identificazione e arresto dei leader delle manifestazioni oltre che da una restrizione nell’accesso a internet e ai social media con lo scopo di ostacolare la circolazione delle informazioni, da un lato, e il coordinamento dei manifestanti, dall’altro.

Malgrado gli annunci ufficiali secondo cui le proteste siano state domate giovedì 21 novembre, i disordini persistono e la piena restaurazione della calma sembra lontana. Seppure le autorità assicurino una graduale ripresa dell’utilizzo della rete internet, i tentativi di riportare il paese alla normalità restano vani.

Lo dimostra il divieto del Ministro della Salute di realizzare le operazioni chirurgiche pianificate, a causa dell’alta percentuale di vittime, affinché sia possibile dare precedenza a coloro che richiedono cure e assistenza d’urgenza. Allo stesso tempo, la rabbia dei cittadini persiste. In particolare, continuano gli scontri tra i protestanti e le autorità militari della Repubblica Islamica presso la città di Mahshar, nel sud del paese. La situazione resta allarmante.

QUESTIONE DI SICUREZZA

Giovedì 21 novembre sul quotidiano iraniano Kayhan si legge “We have repelled the enemy”, il nemico è stato sconfitto. Queste le parole dell’ayatollah Khamenei che annuncia la fine delle manifestazioni. Il leader elogia l’abilità delle autorità iraniane nell’ostacolare la cospirazione straniera volta a creare disordini nel Paese. “Il complotto americano è fallito”, continua Gholamreza Soleimani, comandante di una milizia iraniana, secondo l’agenzia stampa ISNA.

L’agenzia di stampa iraniana Fars (FNA), in un articolo del 21 novembre, sottolinea i legami esistenti tra i protestanti e le potenze straniere autrici del complotto. Analogamente, il generale Ramezan Sharif mette in luce la diminuzione delle proteste in seguito all’arresto di protestanti nelle province di Alborz, Fars, Tehran and Khuzestan, alludendo ai legami tra gli arrestati e i servizi di sicurezza stranieri.

Dunque, dalla prospettiva delle autorità iraniane le rivolte nascondono il tentativo delle potenze straniere di attaccare Teheran avvalendosi di protestanti formati e finanziati dai propri servizi di intelligence. Lo scopo sarebbe quello di raccogliere informazioni e distribuirle all’estero oltre a distruggere le infrastrutture del paese e fomentare la disobbedienza civile.

A sostegno di questa prospettiva, la FNA citale manifestazioni pro-governative diffusesi nelle città di Shiraz, Isfahan, Qom, Yasouj, Shahroud, Karaj, Kerman, Zahedan e Bandar Abbas. In questo caso, l’agenzia di stampa sottolinea il sostegno dei manifestanti al governo e li distingue dai “sabotatori” protagonisti delle rivolte dei giorni precedenti.

Non mancano le accuse provenienti da potenze straniere riguardo le modalità di gestione e repressione dei disordini. In particolare, il presidente statunitense Trump con un tweet accusa le autorità iraniane di aver bloccato l’accesso a internet con l’obiettivo di nascondere al resto del mondo la violenza perpetrata ai danni dei manifestanti per reprimere le proteste.

Gli accusi reciproci provenienti dalle autorità statunitensi e iraniane sono sintomo delle tensioni che contraddistinguono i rapporti tra i due paesi. La retorica difensiva iraniana, riassumibile nello slogan “Protestare è un diritto di tutti, creare disordini [en. riot] è compito del nemico”, funge da deterrenza per un Paese che si percepisce circondato da nemici, in quanto da anni affronta l’ostilità americana e quella dei suoi alleati nella regione – Israele e Arabia Saudita – che lo pongono in una posizione d’isolamento nel Medio Oriente.

D’altro canto, si riconfermano le storiche politiche aggressive verso l’Iran da parte statunitense. Dopo l’annuncio di uscita unilaterale dal patto sul nucleare e l’imposizione di sanzioni agli Stati importatori di petrolio dall’Iran, con l’obiettivo di ridurre al minimo le rendite petrolifere del Paese, non manca il ricorso ad una retorica aggressiva. La reazione delle autorità iraniane ai disordini che hanno caratterizzato gli ultimi giorni rivelano la difficoltà riscontrata dal Paese ad emergere nel contesto regionale medio-orientale e il teso equilibrio geopolitico dell’area.

FONTI:

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Martina Brunelli

Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa pressol’università degli studi di Napoli“L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la miavoglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire imiei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla provae di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa,la macro-areadi cui mi occuponelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre,di confrontarmi con un ambiente giovanilema allo stesso tempo stimolante.
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