Da una parte la Repubblica Islamica dell’Iran e la sua Guida Suprema, lo Ayatollah Ali Khamenei, leader spirituale e politico del gigante persiano. Dall’altra la Repubblica di Turchia e il suo Presidente Recep Erdogan, primo e più convinto promotore del rinnovato protagonismo turco nel bacino del Mediterraneo. Teheran e Ankara siedono sulle sponde opposte non solo del quadrante mediorientale, ma anche su diversi argini sia religiosi che militari. L’Iran, roccaforte dell’islam sciita, e la Turchia, sempre più coinvolta in un nazionalismo dalle tinte sunnite, sostengono due diversi schieramenti nella caotica e duratura crisi siriani, dove i primi si presentano al fianco del Presidente Bashar al-Assad, e la seconda caldeggia e finanzia l’opposizione.

 
 

Nei giorni scorsi, però, le due Repubbliche hanno disgelato i rapporti per affrontare insieme un avversario comune tramite un accordo di cooperazione militare.
Il PKK, il partito turco dei lavoratori del Kurdistan, e il suo affiliato iraniano del PJAK, il partito per la vita libera in Kurdistan, sono finiti entrambi nel mirino delle due potenze euro-asiatiche. Sia il PKK sia il PJAK, tasselli del complesso mosaico curdo, sono spine nel fianco dei rispettivi Stati. Il primo perché – dal 1984 – ha lanciato una campagna armata per ritagliarsi uno stato curdo indipendente, che continua tutt’oggi alla ricerca di, quantomeno, una maggiore autonomia, il secondo perché, da quando è stato fondato nel 2004, è visto dalle autorità centrali come una delle cellule disgregative della nazione, che ha una significativa presenza curda.

Il partenariato, inoltre, estende le proprie finalità al contrasto alle organizzazioni terroristiche in generale, e potrebbe essere una prima pietra di incontro posata dai due ex imperi, soprattutto se messa a sistema con quanto successo a giugno scorso quando l’Iran ha annunciato il suo sostegno al Governo di Accordo Nazionale libico. La Libia è l’altro teatro conteso, oltre a quello siriano, fra i principali attori internazionali. Il GNA – sostenuto dalla Turchia – è in conflitto con l’Esercito Nazionale di Liberazione Libico – sostenuto da Emirati Arabi Uniti, Egitto e Francia – in un pantano geopolitico di cui Ankara potrebbe pentirsi presto di averne preso parte, e che gli sta inimicando non pochi partener. Potrebbe essere proprio per questo che un suo futuro ulteriore avvicinamento a Teheran sia l’unica carta del suo mazzo in alternativa all’isolamento all’interno della regione mediorientale.

 
 
 
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