Nella storia recente, precisamente dalla fine degli anni ’60, le vicende legate al mercato della risorsa energetica più richiesta e commercializzata – ma allo stesso tempo distribuita in modo diseguale e spesso concentrata nella stessa area geografica – hanno condizionato le fasi economiche ed indirizzato la condotta geopolitica dei governi. Stiamo parlando del petrolio, che, in base alla definizione di uno dei padri della geopolitica, Nicholas J. Spykman, è inquadrabile tra quelle “materie prime strategiche necessarie al funzionamento del sistema economico di uno o più paesi”. Per questa caratteristica precipua, aggiungeva Spykman, l’accesso a tali risorse determinerà i legami con gli Stati in cui sono localizzate.

È fuori di dubbio come la disponibilità, la mancanza o la difficoltà di accesso al petrolio abbia prodotto significative azioni geopolitiche da parte degli Stati, sfociando talvolta in veri e propri conflitti armati. Ricordiamo, tra gli altri, la Guerra del Biafra, quella Iran-Iraq, le due Guerre del Golfo (1990-91 e 2003-11) e il conflitto nel Delta del Niger (ancora in corso dal 2004). A corollario dell’importanza della disponibilità di risorse petrolifere come prerequisito della stabilità economica possiamo citare le crisi recessive del 1973 (embargo degli Stati arabi verso l’Occidente – sostenitore di Israele nella guerra dello Yom-Kippur- e innalzamento dei prezzi decretato unilateralmente dall’OPEC) e del 1979-80 (rivoluzione iraniana e conflitto Iran-Iraq).

Tra il 2014 e il 2015, ossia dopo il picco di 130 $ al barile raggiunto in occasione delle Primavere arabe del 2011, il prezzo del petrolio si stabilizzò tra i 50 e i 60 $ al barile, grazie all’innalzamento della produzione da parte dei Paesi facenti parte del cartello petrolifero dell’OPEC[1]. Tuttavia le tensioni tra gli Stati coinvolti nelle dinamiche energetiche e le vulnerabilità degli Stati sprovvisti di risorse sufficienti si nascondevano sotto il tappeto, pronte a riesplodere. Ogni governo nazionale, in base alle proprie necessità e ai vincoli geografici, sta giocando la sua partita per preservare la propria sicurezza energetica, uno dei più rilevanti fattori che concorre a determinare il concetto di sicurezza nazionale.

Maggiori esportatori ed importatori di petrolio greggio. Fonte: International Trade Center (2018)

CIASCUNO A SUO MODO: l’ultimo biennio ha fatto emergere le nette posizioni degli Stati sulle vicende riguardanti il petrolio

Dopo la denuncia dell’accordo sul nucleare iraniano ad opera dell’amministrazione Trump, ma soprattutto a seguito della scadenza della deroga di 90 giorni concessa ai maggiori partner commerciali di Teheran, la compravendita internazionale di petrolio ha assunto caratteristiche del tutto nuove. In particolare, le pesanti sanzioni americane contro l’Iran, gli incidenti delle petroliere nello Stretto di Hormuz (imputabili, secondo Stati Uniti e alleati del Golfo, alle Guardie rivoluzionarie iraniane), i sequestri delle navi cargo (prima l’iraniana Adrian Darya nelle acque di Gibilterra; poi la Stena Impero britannica, a titolo di ritorsione, nello Stretto di Hormuz), le dure provocazioni tra il governo statunitense e quello iraniano, la missione navale internazionale guidata dagli USA ad Hormuz, la paura dei partner commerciali di Teheran di incappare nelle sanzioni secondarie americane, hanno contribuito a creare un clima di insicurezza ed imprevedibilità, con la conseguenza immediata di un aumento dei prezzi del petrolio e dei prodotti da esso derivanti. 

Se l’obiettivo dichiarato degli USA è ridurre a zero le esportazioni di greggio iraniano, in modo da mettere in ginocchio un sistema economico totalmente dipendente dai proventi petroliferi; l’Iran sta rispondendo alla strategia di “massima pressione” statunitense alternando atteggiamenti intimidatori, relativamente al transito delle risorse energetiche nel Golfo, a grandi sforzi diplomatici per rafforzare i legami con le controparti straniere. Nonostante nell’ultimo anno il volume degli scambi tra UE e Iran sia diminuito del 25%, Stati come Francia e Germania sono intenzionati a salvare l’accordo sul nucleare ed hanno messo a punto meccanismi finanziari per eludere le sanzioni secondarie americane. A dimostrazione della risolutezza diplomatica di Francia e Germania, si prendano i tentativi di mediazione del Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas (a giugno volava a Teheran per tenere colloqui con le autorità iraniane) e gli sforzi della diplomazia francese, come avvenuto durante l’ultimo G7 di Biarritz, dove, a sorpresa, il Presidente Macron ha invitato Zarif, il capo della diplomazia iraniana su cui pendono le sanzioni individuali di Washington. Inoltre la Francia ha aperto una linea di credito con l’Iran del valore di 15 miliardi $.                                                                                                                   

Zarif ad una riunione del G7 a Biarritz. La delegazione americana ha disertato il colloquio

Per sopperire alle importazioni dall’Iran, il Presidente Trump ha assicurato alla comunità internazionale l’impegno da parte di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti per aumentare la produzione di petrolio, ma ha anche sottolineato come il suo Paese sia ormai diventato il primo produttore al mondo di petrolio, raggiungendo, grazie ai progressi nelle tecniche di estrazione, l’indipendenza energetica. Dunque, gli Stati Uniti ambiscono ad aumentare le proprie esportazioni di petrolio, coerentemente con i propositi enunciati nella “National Security Strategy” del 2017: «per la prima volta nella storia, gli Stati Uniti saranno una nazione dominante in tema di energia […] Dal petrolio dipende la futura crescita della nazione […] Vivace commercio transfrontaliero di energia è vitale per la solidità dell’economia americana»[2].

Dal lato dei maggiori importatori di greggio, cioè i giganti asiatici come Cina, India, Giappone e Corea del Sud (i quali contano il 42% delle importazioni mondiali di greggio), la situazione si presenta assai delicata. Notoriamente privi di risorse energetiche sufficienti per sostenere i rapidi tassi di crescita e l’aumento demografico e dei consumi, questi Paesi hanno sempre fatto ricorso ad una strategia di diversificazione degli approvvigionamenti, in modo da scaricare la propria dipendenza energetica su più partner. Tutti gli Stati menzionati dispongono di una impresa di raffinazione nazionale, ma circa il 70% del greggio utilizzato viene importato dall’estero.

Per questo motivo, i governi asiatici guardano con preoccupazione alle tensioni nelle rotte di transito che dal Golfo Persico raggiungono il Mar Arabico per poi sfociare nello Stretto di Malacca, chockepoint principale per l’afflusso di risorse energetiche nel continente asiatico. Mentre Giappone e Corea del Sud si propongono come mediatori tra USA e Iran (sebbene abbiano bloccato le importazioni di greggio iraniano), l’India, terzo importatore mondiale di greggio, si sta muovendo su due binari: da un lato ha firmato nel marzo 2019 un accordo annuale con gli USA per importare 60.000 barili al giorno dall’altro sta provando ad aggirare le sanzioni americane contro l’Iran[3] pagando il petrolio in Rupie, anziché in dollari.  

La strategia di diversificazione dell’India. Elaborazione IARI su dati OECD (2017)

Discorso a parte merita la Cina la quale, sullo sfondo della guerra commerciale con gli Stati Uniti, ha imposto dazi del 5% sulle importazioni di greggio americano. Fino all’estate 2018 la Cina importava dagli Stati Uniti mezzo milione di barili al giorno; adesso, con l’introduzione delle sanzioni e lo stato dei rapporti al minimo storico, la Cina ha sensibilmente ridotto le sue importazioni. Effetto immediato è stato l’avvicinamento alla Russia, ai Paesi dell’Asia Centrale, ma soprattutto all’Iran, storicamente una delle principali fonti di approvvigionamento petrolifero per Pechino. In barba alle sanzioni, la Cina ha rinnovato i contratti petroliferi con Teheran, assicurando l’apertura dei porti cinesi alle petroliere iraniane.

In questo scenario dominato da incertezza e imprevedibilità, qualunque incidente navale o diplomatico potrebbe pregiudicare il libero transito delle risorse energetiche, mettendo così a rischio la tenuta dei sistemi economici nazionali. La recessione è una mosca che ronza nelle orecchie dei governi e un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio, legato all’instabilità del panorama e alle logiche del mercato, potrebbe aumentare i decibel del ronzio. Nel frattempo, le diplomazie europee e asiatiche sono a lavoro; mentre Trump, durante il G7 francese, ha aperto piccoli spiragli di trattative con il nemico giurato iraniano.

FONTI E APPROFONDIMENTI:

https://oec.world/en/profile/hs92/2709

https://www.nytimes.com/interactive/2019/08/03/world/middleeast/us-iran-sanctions-ships.html

https://www.rt.com/business/462955-china-iran-oil-energy-security

https://lloydslist.maritimeintelligence.informa.com/LL1128927/Tariffs-on-US-crude-imports-will-shake-up-VLCC-market

https://www.npr.org/2019/06/18/733809282/europe-wants-to-continue-doing-some-business-with-iran-despite-u-s-sanctions?t=1567761130507


[1] Nel 2014 l’Arabia Saudita e gli altri Stati dell’OPEC videro diminuire i propri proventi a causa del collasso del prezzo del petrolio, dovuto all’aumento della concorrenza russa e alla “rivoluzione” dello shale oil statunitense (ricavato dallo strato roccioso del sottosuolo tramite tecniche di fratturazione idraulica, oltre che altamente competitivo e più economico). Il cartello a trazione saudita si trovava di fronte a due opzioni strategiche: espandere i confini del cartello integrando anche la Russia per difendere i prezzi (nonostante le aperture di Mosca, la Russia verrà rifiutata) oppure inondare il mercato di petrolio più economico, aumentando la produzione e accettando un prezzo più basso. Verrà scelta, sebbene a malincuore, la seconda opzione.

[2] National Security Strategy Trump administration (2017).

https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2017/12/NSS-Final-12-18-2017-0905.pdf

[3] Nel 2017 l’Iran era il terzo partner petrolifero dell’India. Le importazioni di greggio iraniano rappresentavano l’11% del totale delle importazioni nazionali.

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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