L’area MENA rimane una delle regioni più vulnerabili alle crisi alimentari che potrebbero compromettere la stabilità della regione, se non vengono adottate adeguate misure.

L’insicurezza alimentare continua a crescere nelle aree del Medio Oriente e Nord Africa, in contrasto con l’Obiettivo 2 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, il quale mira a porre fine alla povertà, a raggiungere la sicurezza alimentare e una migliore nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile.Sicurezza alimentare significa che in ogni momento tutte le persone hanno l’accesso economico, fisico e sociale al cibo che dev’essere sufficiente, sicuro e nutriente e che soddisfi le preferenze o necessità alimentari per assicurare uno stile di vita attivo e sano. Il tema della sicurezza alimentare ha attirato grande attenzione negli ultimi anni. Numerosi studi hanno dimostrato la stretta correlazione tra insicurezza alimentare e disordini politici, crollo della democrazia e conflitti civili.  L’insicurezza alimentare aumenta il rischio di un conflitto violento, ma non è una condizione sufficiente affinché ciò avvenga. Altri fattori concomitanti contribuiscono allo scoppio di disordini violenti: un regime politico autoritario, forte disuguaglianza sociale, debole crescita economica e la cosiddetta youth buldge, ossia la larga porzione di popolazione giovanile presente in una nazione. Nel mondo arabo, la maggior parte della popolazione ha meno di trent’anni ma, allo stesso tempo, la disoccupazione giovanile è tra le più alte al mondo, problematica che, se non è adeguatamente affrontata dai policymakers, accresce la probabilità di disordini e conflitti, come le Primavere arabe insegnano.

Occorre, inoltre, sottolineare che la maggior parte dei Paesi arabi sono net food importer, il che li rende sensibili alle fluttuazioni dei prezzi alimentari. I Paesi dell’area MENA sono i maggiori importatori di cibo al mondo, circa il 50% delle calorie consumate provengono da derrate alimentari da importazione. In particolare, la regione importa circa il 54% dei cereali, 63% di zucchero e il 75% di olii vegetali.  Varie politiche hanno tentato di ridurre la dipendenza dalle importazioni ed incoraggiare la produzione domestica. Verso questa direzione va la scelta nel 2016 di piantare cereali, scelta fallimentare, però, per una regione che soffre di una delle più alti percentuali di scarsità d’acqua. Una politica di questo genere, pertanto, è senz’altro controproducente in termini economici ed ambientali. 

 L’autosufficienza alimentare per i beni di prima necessità è stato uno degli obiettivi che ha guidato le politiche agricole in alcuni Paesi arabi, in particolare dopo la crisi del 2008, durante la quale si ha avuto un’impennata dei prezzi degli alimenti, impedendo ai gruppi vulnerabili di accedere persino agli alimenti di base.  Nel biennio 2007-2008 in ben 48 Paesi sono scoppiati violenti disordini a causa degli alti prezzi e, sebbene il dibattito sia ancora aperto,  si considera l’aumento dei prezzi dei generi alimentati del 2008 una delle cause che ha portato all’ondata di proteste del 2011 nel Medio Oriente e Nord Africa. Il Covid 19, come più volte definito, è stato un threat multipler, ha, cioè, accellerato le molteplici crisi già in corso nella regione. In base al Global Report on Food Crisis 2020 del World Food Programme, nel 2019 ben 135 milioni di persone in 55 Paesi si trovavano a rischio alimentare ed avevano bisogno urgentemente di cibo. Queste stime, che già sono da livelli record, sono destinate a peggiorare, a seguito dell’impatto negativo che la pandemia ha avuto sulla sicurezza alimentare e sulla nutrizione. 

L’area MENA rimane una delle regioni più vulnerabili alle crisi alimentari per varie ragioni.  In primo luogo, l’area registra una scarsità d’acqua tra le maggiori al mondo. La siccità, ma anche altri eventi atmosferici imprevedibili, peggiorano sia la disponibilità sia l’accesso al cibo poiché incidono sulla produzione agricola in generale. Il Medio Oriente, inoltre, sarà la regione più colpita dai cambiamenti climatici. Ecco perché è un problema che necessita di misure urgenti e mirati. Ci si aspetta che le temperature aumenteranno del doppio, così come aumenterà la desertificazione e la siccità. Inevitabilmente questo porterà a conflitti per l’accesso a risorse scarse. Ragion per cui i governi dovrebbero iniziare seriamente a prendere in considerazione il problema dei cambiamenti climatici e delle sue conseguenze.  Si stima che entro il 2050 le temperature aumenteranno di 4°C, per raggiungere fino ai 6° in più tra il 2081 e il 2100, se le emissioni di gas serra continueranno al ritmo attuale. Secondo queste previsioni, la temperatura potrà raggiungere i 47°C , rendendo alcune zone inabitabili. 

Il Libano merita un’attenzione particolare. Il Paese sta vivendo la peggiore crisi economica dalla guerra civile, deve contenere la pandemia e deve fare i conti con i disastrosi effetti dell’esplosione di Beirut.  L’85% delle derrate alimentari in Libano sono di importazione ed il porto rappresentava un punto nevralgico per il commercio, con la conseguenza che ora più della metà della popolazione potrebbe non essere in grado di soddisfare i propri bisogni alimentari di base.  Ma ancor prima dell’esplosione, i cittadini libanesi erano tornati a protestare in quella che è stata definita la “rivoluzione della fame”, a causa dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari, determinato dall’iperinflazione e dal deficit di dollari statunitensi.  Soltanto da maggio a giungo, i prezzi sono aumentati del 17% e secondo la Banca Mondiale il 45% della popolazione si troverà al di sotto della soglia di povertà entro la fine del 2020.

 

La situazione peggiore è quella dello Yemen, che sta vivendo la peggiore crisi umanitaria al mondo. I principali fattori responsabili della crisi alimentare sono da identificarsi nella crisi economica che ha provocato la svalutazione della moneta locale, l’aumento dei prezzi degli alimenti e il quasi esaurimento delle riserve di valuta straniera. Il riyal yemenita ha perso oltre il 19% del suo valore rispetto al dollaro statunitense e, nel peggiore dei casi, un dollaro potrebbe arrivare a valere 1.000 riyal.
A luglio, il prezzo del paniere minimo di beni ha raggiunto il suo massimo storico, con un incremento del 15% rispetto ad ottobre 2018, ad esempio nella città di Socotra il prezzo del paniere varia dai 51.000 ai 53.000 rial yemeniti.

Oltre alla grave crisi economica, il perdurare del conflitto, calamità naturali e lo scoppio della pandemia hanno inciso sull’insicurezza alimentare della popolazione e hanno reso vani gli sforzi di assistenza alimentare umanitaria fatti precedentemente. I fenomeni naturali come le piogge torrenziali, i cicloni o l’invasione di locuste che si sono abbattuti sul Paese hanno ridotto la produzione agricola, sebbene contribuisca solo in maniera marginale al paniere nazionale, dal momento che il 90% degli alimenti è di importazione. Attraversato da molteplici crisi e minacce, lo Yemen è nuovamente sull’orlo di una grave crisi di sicurezza alimentare. Il problema della sicurezza alimentare è aumentato dopo le primavere arabe, a causa dell’instabilità vissuta dalla regione e a causa di politiche sbagliate, volte a raggiungere l’autosufficienza alimentare e a diminuire la dipendenza dalle importazioni. Però queste politiche si rivelano inefficaci e contro producenti perché non sfruttano i fattori vantaggiosi. 

La soluzione sarebbe concentrarsi sulla sicurezza alimentare e non sull’ auto-sufficienza alimentare. Questo implica il superamento di alcuni interventi che, in nome dell’auto-sufficienza, si sono rivelati non sostenibili ed inefficienti, causando un inutile spreco di risorse che, inevitabilmente, compromette il principio dell’equità intergenerazionale. La sicurezza alimentare, la scarsità d’acqua e i cambiamenti climatici, strettamente collegati tra loro, rappresentano minacce alla sicurezza non tradizionali che compromettono la stabilità di una regione che già affronta molteplici crisi. Inoltre, studi hanno dimostrato lo stretto legame tra (in)sicurezza alimentare e conflitti che potrebbe sfociare in un “conflict trap”, un circolo vizioso in cui l’insicurezza è al contempo causa e conseguenza di violenza. Esistono, tuttavia, delle misure che possono essere adottate per mitigarne gli effetti, come misure di stabilizzazione dei prezzi dei generi alimentari o l’assistenza umanitaria alimentare. Il recente premio Nobel assegnato al World Food Programme lo dimostra.

 

 

 

 

 

 

 

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Noemi Verducci

Noemi Verducci

Sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione MedioOriente. Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus. Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.
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