La pandemia di COVID-19 non ha risparmiato nessun paese al mondo. In Asia diversi paesi, come Corea del Sud e Vietnam sono stati esempi di prevenzione corretta. In particolare, il Vietnam, meno elogiato dai media occidentali, ha avuto ancora più successo di quello che è stato ritenuto il leader della prevenzione della diffusione della pandemia, la Corea del Sud. Dall’altro lato, abbiamo invece l’Indonesia, paese particolarmente colpito dal Covid, che continua a vedere aumenti a tre cifre dei decessi giornalieri. Ogni attività è stata colpita dalle restrizioni ai movimenti e, per un verso o un altro, lo sono stati anche i gruppi terroristici. In un momento in cui le strade si svuotano e le persone restano a casa, diversi analisti di sicurezza internazionale si sono quindi posti la legittima domanda: come sfrutterà questa situazione l’ISIS?

Rita Katz, direttrice del SITE Intelligence Group, ha affermato che, dall’inizio della pandemia, l’ISIS ha continuato ad operare in Afghanistan, Africa centrale e occidentale, nel Sahel, in Egitto e in Yemen, grazie all’indebolimento delle forze dell’ordine; gli attacchi principali sono avvenuti in Iraq, alle Maldive e nelle Filippine. Anche il Segretario Generale dell’ONU Guterres ha messo in guardia in merito alla possibilità che diversi gruppi estremisti potessero sfruttare i lockdown per diffondere odio, intensificando le loro attività di reclutamento online, proprio dove i giovani hanno passato la maggior parte del loro tempo libero. Sul settimanale dello Stato Islamico, Al Naba, si leggeva inizialmente che il virus era una punizione divina contro la Cina comunista, pur dicendo in seguito che i musulmani potevano anch’essi essere infettati dal COVID-19,  mentre in Europa sarebbe stata una punizione contro le “nazioni crociate”, invitando i membri lì presenti a sfruttare la situazione e cercare di portare avanti attacchi. Le condizioni per il reclutamento sono state quindi rese perfette dalla pandemia: Michael Koran, autore di The Media World of ISIS, ha sottolineato come dopo gli attacchi di Parigi, Bruxelles, Nizza, ecc, ci sia stato un aumento dell’attività sui canali collegati allo Stato Islamico, lo stesso aumento che si è registrato durante il secondo trimestre del 2020.

Perché quindi parlare di Stato Islamico e Indonesia? L’Indonesia è il più grande paese musulmano al mondo. Il governo centrale ha negli ultimi 20 anni passato leggi sempre più conversative e intolleranti nei confronti delle minoranze, nonché ispirate dalla Sharia, con anche la recente presentazione dell’Indonesia Masterplan of Sharia Economy 2019-2024 da parte del presidente Jokowi. Ancora più estrema è la situazione nella ormai ben nota Aceh, regione famosa per la presenza di gruppo secessionisti e per essere l’unica parte del paese ad applicare effettivamente la Shaira. Un problema è quindi l’impatto che l’ISIS ha sulla comunità musulmana in Indonesia, e su coloro che decidono di andare ad arruolarsi come foreign fighters nelle milizie dello Stato Islamico.

In Indonesia però, rispetto ad altri paesi musulmani, si è registrata una situazione diversa. Nel 2020 ci sono stati alcuni arresti: la sezione anti-terrorismo della polizia infatti negli scorsi mesi avrebbe sequestrato grandi partite di munizioni a simpatizzanti dell’ISIS, mentre in un’altra regione la polizia ha arrestato un uomo che aveva piantato un ordigno fatto in casa all’interno di una moschea; al contempo però, secondo un rapporto dell’Institute for Policy Analysis of Conflict, la situazione in Indonesia sembrerebbe essere rimasta piuttosto stabile, visto il numero relativamente basso di terroristi arrestati nella primi mesi del 2020. Pur essendoci quindi stato un aumento ben evidente della retorica anti-cinese, gli attacchi verbali non sembrano essersi tramutati in attacchi reali. La retorica anti-Cina, come si è visto anche negli Stati Uniti con alcuni casi eclatanti di violenza diretta, è aumentata non solo tra i simpatizzanti dell’ISIS, ma anche e forse maggiormente tra la popolazione media. In realtà, sembrerebbe anche che molti dei sostenitori dell’ISIS siano quasi più preoccupati del fatto che il virus sia un segno dell’imminente fine del mondo, rispetto alle attività da portare avanti per l’ISIS. Nonostante quindi a livello internazionale, lo Stato Islamico abbia invitato i suoi militanti e simpatizzanti a sfruttare le debolezze provocate dalla pandemia per portare avanti gli obiettivi dell’organizzazione, la realtà sembra essere infatti diversa, anche in Indonesia, dove la possibilità di attacchi rimane alta, ma il Covid-19 sembra invece aver portato ad un rallentamento di ogni attività, anche di quelle terroristiche.

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