Il rapporto dell’Organizzazione per la proibizione celle armi chimiche (acronimo inglese OPWC) per la prima volta ha ritenuto responsabile il regime siriano degli attacchi chimici con gas sarin e cloro condotti contro la popolazione nel mese di marzo 2017, precisamente nell’area di Hama, nella Siria centrale.

La notizia non desta scalpore ma è un’ulteriore conferma di quanto è stato sostenuto negli anni dal mondo occidentale e dagli Stati Uniti che hanno sempre additato Assad e il suo entourage come fautore degli stessi attacchi contro i civili siriani. A parte la solita retorica, Assad e Russia negheranno, quest’accertamento non è destinato ad influenzare l’andamento del conflitto siriano e l’equilibrio tra gli attori. E difficilmente gli USA e l’Unione Europea accuseranno Damasco inasprendo ulteriormente la retorica, considerando che in ballo ci sono altre priorità da affrontare, come il Covid-19.

 

Il resoconto del report è soltanto un contorno nel conflitto siriano; gli obiettivi strategici dei vari attori regionali si collocano al primo posto.

In questi giorni, oltre all’accertamento di altri casi di postività al Covid-19, nella regione di Idlib tutto prosegue secondo quanto è stato accordato tra Russia e Turchia, quindi convogli turchi conducono pattugliamenti senza l’ausilio di Mosca lungo l’autostrada M4 che collega Latakia ad Aleppo ma solo per un raggio di 70 chilometri circa. I Turchi e non i Russi in quanto i ribelli sono ostili a Mosca. Nella telefonata del primo aprile tra Erdogan e Putin il Cremlino ha sottolineato che si aspetta un impegno più efficace da parte di Ankara per separare l’opposizione siriana dai jihadisti di Haya’t Tahrir Al-Sham (HTS).

La Russia chiede garanzie ma è in dubbio che il rais turco decida di avviare serie manovre contro i terroristi che a Idlib gli servono pur sempre per dominare incontrastata, per tenere sotto scacco Damasco, per limitare le manovre iraniane a vantaggio di Washington e per allontanare l’espansione nel nord dei Curdi.

Nello stesso dialogo telefonico con lo zar Erdogan avrebbe proposto la gestione congiunta dei pozzi petroliferi della Siria orientale che attualmente sono controllati dalle Forze Democratiche Siriane supportate dagli USA. Questo obiettivo, però, difficilmente vedrebbe il via libera di Trump e apparati strategici nazionali che nella Siria dell’est vedono la porta d’accesso all’Iraq e l’opportunità di contenere Teheran anche dal punto di vista dello sfruttamento di ulteriori fonti energetiche.

Ankara è direttamente interessata ai pozzi di petrolio dell’area di Deir Ezzor e il controllo non le tornerebbe utile soltanto dal punto di vista degli approvvigionamenti ma anche per spezzare le prospettive curde di autonomia. A tal proposito, si sono registrati scontri tra ribelli filo-turchi e le FDS a Tell Abyad, segnale che la Turchia non perde d’occhio la presenza curda nonostante il focus su Idlib.

Sull’altro versante gli EAU continuano a offrire il proprio sostegno al regime siriano nell’ottica della ricostruzione post-conflitto.

Il principe ereditario M. Bin Zayed ha offerto 3 miliardi di dollari a Damasco per portare il regime dalla propria parte e per farlo allontanare dal cessate il fuoco raggiunto tra Russia e Turchia negli ultimi tempi e quindi per proseguire l’offensiva su Idlib. Questo meccanismo si inserisce nella competizione regionale tra EAU e Turchia, specialmente nel nord-ovest, con collegamenti col versante libico, dove i primi sostengono il generale K. Haftar e la seconda il governo riconosciuto dalla comunità internazionale guidato da Al-Serraj.

Lo scontro regionale tra Abu Dhabi e Ankara non è ben visibile ma attraverso dinamiche geopolitiche sottili come quelle precedentemente elencate.

 

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