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Dovremmo stupirci apprendendo le percentuali della vittoria Aleksandar Vučić? O forse, ascoltando le lamentele provenienti dall’opposizione, sarebbe più giusto indignarci? Le risposte non sono semplici, soprattutto perché la discussione intorno ai Balcani Occidentali dalla fine della guerra ad oggi appare arida, secca e problematicamente statica. Dopo la parentesi titina, gli Stati balcanici sono stati declassati dal palcoscenico internazionale a un livello subalterno, ricominciando ad esser satelliti orbitanti attorno alle grandi potenze dell’Europa Centrale, finanziariamente più solide e alleati potenzialmente preziosi.

Così, come a successo a ridosso degli anni Ottanta, quando il Fondo Monetario Internazionale utilizzò il debito estero jugoslavo per accrescere le spaccature nascenti e indirizzare flussi di denaro verso partiti nazionalisti, oggi, attraverso le elezioni politiche, l’Unione Europea dirige il suo favore nel Paese non già attraverso il progresso, ma mediante lo sviluppo, inteso nel mantenimento di uno status quo fragile, ma necessario per gli interessi internazionali.

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Nel suo libro la Società dello Spettacolo, Guy Debord, ammoniva sul fatto che nel mondo fluido e dinamico odierno, improntato sul più viscerale libero mercato, il vero diviene un momento del falso. Una struttura capovolta dunque, relativa e mutevole a seconda del punto d’osservazione.

Potremmo dire che il rischio maggiore derivante dall’analisi prettamente locale di questa tornata elettorale sia proprio quello di amputare la complessità della questione, estromettendo sottotrame o interessi esteri. Infatti, non è tanto il 63% di preferenze, l’aumento degli 83 seggi in Parlamento o il fatto che la seconda compagine nazionale (il Partito socialista serbo) non abbia superato il 10%. A destare preoccupazioni è molto più il silenzio europeo intorno alla vittoria di Aleksandar Vučić stesso.

Non solo, anche laddove invece un giudizio è stato espresso, esso è apparso torbido, fortemente condizionato da secondi fini e mirato a sottolineare come l’Europa alla luce di queste elezioni abbia totalmente dismesso la pratica Balcani in mano statunitense. Ancora una volta sembrerebbe che la diplomazia di Bruxelles debba disattendere ai propri compiti internazionali, incapace di superare quei contrasti specifici che in politica estera emergono con maggiore veemenza. 

 

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Uno dei primi commenti giunti in seguito alle elezioni serbe è stato quello di Olivér Várhelyi, Commissario Europeo per l’Allargamento della commissione von der Leyen.

“…Giornata importante per Serbia – ha commentato il diplomatico – con elezioni parlamentari e locali. Non vedo l’ora di lavorare con il nuovo governo sulle riforme legate all’UE. Impegnata ad aiutare la Serbia ad avanzare rapidamente verso l’adesione all’UE e a sostenere la ripresa economica sulla scia della crisi Covid-19…”[1].

In realtà, a dispetto delle parole di Várhelyi, la riconferma di Vučić sembrerebbe allontanare la Serbia dall’Unione Europea, in particolar modo alla luce degli odierni piani strategici sul dialogo Pristina-Belgrado.

 

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In Serbia, ad aver trionfato sembrerebbe essere unicamente la “stabilocrazia[2]”, che, come definita dal Professore Srđa Pavlović, sostiene un approccio dell’UE e degli Stati Uniti volto a premiare non già la democrazia (il progresso), ma la stabilita (lo sviluppo).  In questa fase è facile immaginare come l’Occidente tragga profitto da un assetto balcanico debole, incapace di raggiungere autonomamente l’autosufficienza politica, così da poter giustificare l’interferenza come aiuto internazionale e non come ingerenza straniera. Una situazione che, sebbene con le dovute differenze, ricorda l’interessamento tedesco per la Croazia e nello specifico per le politiche di Tudjman. Fondamentalmente tramite l’applicazione della “stabilocrazia” le potenze internazionali hanno la possibilità di disputare le proprie battaglie in un campo neutro, formalmente considerato come democrazia stabile e sovrana, ma praticamente indirizzato dai finanziamenti e dagli interessi esteri.

“…Come dimostrano chiaramente gli esempi di Montenegro, Macedonia, Serbia e Kosovo, l’Occidente vede – sostiene Pavlović – tali governi come strutture imperfette ma ancora funzionali e utili. Sono trattati come beni danneggiati che mostrano un grande potenziale, che necessita di ulteriore sostegno. A giudicare dal silenzio dell’Occidente o dalle critiche piuttosto lievi nei confronti di quegli Stati, si potrebbe pensare che i loro governi siano democratici, le loro magistrature indipendenti e imparziali, e le loro elezioni giuste, libere e trasparenti…”[3].

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Ad è così che il boicottaggio dell’opposizione alle elezioni, avvenimento che in qualunque altro Stato dell’Europa Centrale avrebbe conquistato l’attenzione dei media internazionali, a Belgrado passa in sordina. Un emblematico e spontaneo avvenimento che basta da solo a manifestare la distanza tra la libertà sociale interna e l’adempimento degli standard europei per l’adesione. La spiegazione di questa situazione potrebbe essere rintracciata proprio nel fatto che per la Serbia di Vučić integrarsi politicamente ed economicamente con Bruxelles non rappresenta un obiettivo primario. E ciò, è stato ulteriormente dimostrato dalle mancate riforme promesse dal Presidente serbo all’Europa negli ultimi 8 anni di mandato. Non ultimo, le accuse dell’opposizione, che identificano nella prassi del partito al potere l’utilizzo delle cariche istituzionali per il raggiungimento di fini specifici, il progressivo assottigliamento delle libertà d’opposizione e la pressione sugli elettori attraverso misure sociali volte a comprare consenso, non possono che fomentare dubbi sul reale avvicinamento serbo all’UE.

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Pertanto, non sembrerebbe errato sostenere che in questo momento dentro i confini serbi si stia verificando uno scontro diplomatico tra Cina e Usa per la delineazione delle zone d’influenza. In tale scenario il Kosovo incarnerebbe l’arma americana da contrapporre al fiume di denaro che Pechino fa pervenire a Belgrado in forma d’investimenti infrastrutturali. Dal canto suo l’Unione Europea sembrerebbe soffrire la sovrapposizione americana nel dialogo con Pristina. Prima che i colloqui di Washington tra Vučić e il suo corrispettivo kosovaro, Hashim Thaci, fossero rimandati per i problemi giudiziari del secondo, l’inviato dell’Unione europea per il dialogo Belgrado-Pristina, lo sloveno Miroslav Lajcak, aveva fatto visita nella capitale serba per congratularsi con Vučić per larga vittoria e per affermare nuovamente l’obiettivo comune di trovare una pronta risoluzione per la questione Kosovo. Il presidente serbo si è mostrato compiaciuto dalla volontà europea, evidenziando come l’impegno manifestato dall’Unione sia stato fondamentale per portare avanti il discorso di pacificazione in maniera proficua. Ciò nonostante, la versatilità internazionale di Vučić è ben nota, come, d’altra parte, lo sono anche le ingerenze di Richard Grenell, uomo di fiducia di Trump e incaricato speciale per il dialogo Pristina-Belgrado.

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La possibilità che la questione territoriale tra Belgrado e Pristina diventi prerogativa esclusivamente americana è concreta. Ciò spiegherebbe anche perché poche settimane fa i ministri degli Esteri tedesco e francese Heiko Maas e Jean-Yves Le Drian, hanno pubblicato una dichiarazione congiunta per ribadire che l’Ue deve giocare un ruolo centrale nel dialogo Belgrado-Pristina, che, al momento, di fatto è congelato.

Dall’altra parte della barricata c’è la Cina, forte di un rapporto commerciare preferenziale con la Serbia, che continua nella sua strategia di soft power alle porte dell’Europa, e che pubblicamente viene descritta da Vučić come il futuro del Paese.

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Dopo l’allocazione di circa 10 miliardi da parte del gigante asiatico per l’acquisizione cinese dell’impianto dismesso di Smederevo, il finanziamento per l’ammodernamento della linea ferroviaria Budapest-Belgrado (il cui costo di circa 1,7 miliardi è stato erogato dalla Exim Bank of China per l’85%), e, a partire dal 2014, l’acquisto serbo di sistemi di sorveglianza prodotti da Huawei, c’è da attendersi che Pechino difenderà tenacemente la propria posizione di predominanza nel Balcani Occidentali, ovvero la porta sul mercato europeo. Grazie alla maggioranza parlamentare venutasi a creare nell’ultima tornata elettorale, Vučić avrà adesso la possibilità di scegliere praticamente in autonomia i binari internazionali di imboccare. Vedremo nei prossimi giorni se il tentativo statunitense di convincere Serbia e Kosovo ad effettuare uno scambio di territori verrà accolto positivamente da Belgrado o meno. In caso affermativo, la possibilità che si verifichino intensi flussi di profughi e di emigranti e saltuari episodi di violenza, diventerà concreta. E in quel caso saranno necessari interventi esterni per assicurare il corretto adempimento della trattativa.  Dall’altra parte, non assecondare gli interessi di Belgrado significherebbe spingere totalmente Vučić tra le braccia asiatiche, regalando alla Cina il controllo dei Balcani Occidentali e una maggiore presenza nel mercato comunitario.

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Una situazione non facile dunque, che però ci dovrebbe far riflettere sulle reali capacità di mediazione dell’Ue.

La questione Jugoslavia per la Comunità ha rappresentato la prima vera sfida diplomatica internazionale, se non il primo vero fallimento. A quasi trent’anni dalla dissoluzione della potenza balcanica i limiti europei appaiono identici. Ed è proprio nei Balcani che storicamente si spezzano tutte le contraddizioni di una politica comunitaria fortemente indirizzata degli stessi attori nazionali, la quale troppe volte si plasma introno a obiettivi di breve termine utili unicamente per la propaganda elettorale.

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Non è un segreto che negli ultimi anni l’impegno dimostrato da Bruxelles verso Balcani si sia principalmente concretizzato in raccomandazioni tecniche per la proliferazione di un libero mercato funzionale. Eccezion fatta per alcuni finanziamenti straordinari, come avvenuto in occasione del Covid-19, l’Europa non si è mai resa protagonista di una valorizzazione dei Paesi balcanici. Né tantomeno ha partecipato attivamente alla ricostruzione infrastrutturale e sociale delle realtà atterrite dal conflitto. L’Europa si è limitata a porre dei traguardi da raggiungere, dimenticandosi di fornire i mezzi e non prestando attenzione alle modalità di raggiungimento. Bruxelles ha tratto vantaggio dalla debolezza economica dei Balcani, usufruendo dei territori per delocalizzare siti industriali che nel Vecchio Continente avrebbero implicato spese maggiori. Il tutto senza assumersi la minima responsabilità futura e politica.

 Nell’ultimo The power of perspective: Why EU membership still matters in the Western Balkans, è proprio l’Unione Europea ad accusare taluni governi balcanici di ostacolare l’integrazione per fini speculativi.

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La sommatoria di tali elementi ha fatto sì che l’Europa nei Balcani abbia perduto gran parte del proprio potere decisionale e d’indirizzo. Il rinnovato interesse americano per la questione territoriale kosovara e l’ingerenza cinese nella politica serba, sembrano testimoniare ancora una volta come l’Ue non sia stata capace di rispondere oculatamente alle sfide lanciate da questi Paesi nella fase post-guerra. Al contrario, l’Ue ha lasciato che tale diaspora si incancrenisse, provocando, in ultimo, un suo stesso ridimensionamento a livello internazionale.

Bruxelles è stata incapace di ascoltare il grido d’aiuto proveniente dell’opposizione serba, e ha così dimostrato delle mancanze strutturali nella pianificazione del lavoro di ricostruzione. Sostanzialmente, se l’Europa uscirà definitivamente dal tavolo Belgrado-Pristina la colpa sarà ascrivibile unicamente ai Paesi membri.

In definitiva, a quasi trent’anni dallo scoppio della guerra in Bosnia, l’Europa appare ancora inadeguata a rispondere alla prima, ed unica, vera crisi internazionale avuta nella propria zona d’influenza.

Solamente quando per i Balcani verranno studiati e predisposti dei piani di rivalutazione economia e sociale che non comprendano tassi d’interesse asfissianti, i Paesi dell’ex Jugoslavia potranno finalmente conoscere un percorso di emancipazione che li proietti verso un reale quadro democratico abbandono definitivamente la fase della “stabilocrazia”.

 

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