La presidenza Trump è stata chiamata a gestire uno dei dossier più caldi di sempre, quello mediorientale, che ha posto gli apparati a stelle e strisce di fronte ad una sfida: aumentare l’uso della diplomazia o pensare ad un ritiro delle truppe dai vari teatri, quello siriano e quello afgano, come fortemente voluto dal tycoon. Nella realtà dei fatti non c’è stata un’effettiva riduzione del contingente militare in quelle aree, poiché le minacce terroristiche da una parte e la difficoltà di trovare un accordo efficace con i talebani dall’altra continuano ad essere dei motivi di instabilità regionale. Per questo motivo Washington mantiene alta la guardia nel Medio Oriente ma deve pensare allo stesso tempo a come contrastare l’espansione regionale di Teheran e il supporto della Repubblica Islamica ai suoi proxies in Siria, in Iraq e in Yemen.

Dopo le prime fasi della presidenza Trump e il tentativo di chiamare in Patria i contingenti militari presenti in Siria e in Afghanistan è stato possibile notare l’assenza di una strategia geopolitica a lungo termine in Medio Oriente da parte degli Stati Uniti. Nonostante l’instabilità regionale Washington deve ripensare ad utilizzare con più efficacia le opportunità diplomatiche in alcuni teatri, riducendo la forza militare. Questo non significa assolutamente far venir meno gli interessi strategici e vitali nell’area. Donald Trump e i democratici sono d’accordo sul ritiro da quelli che si possono definire conflitti senza fine”, per esempio quello afgano, in cui oltre all’impasse terrorismo si aggiunge quella dei talebani e di come gestire la loro influenza sul territorio.

La questione fondamentale che gli Stati Uniti sono chiamati ad affrontare riguarda il possibile aumento dell’insicurezza regionale qualora la riduzione dei militari nell’area dovesse essere più effettiva nei prossimi mesi o anni. L’obiettivo resta quello di mantenere la propria presenza nel nord della Siria e al confine con l’Iraq a scopo di deterrenza nei confronti dell’Iran, per tagliare quei corridoi che Teheran e le sue milizie potrebbero sfruttare per ritagliare ulteriori aree di influenza e costituire una minaccia per alcuni partner regionali degli Stati Uniti, tra cui Israele.

Al momento attuale si contano circa 20.000 truppe statunitensi nella regione mediorientale nonostante i proclami sul ritiro da parte del presidente Trump. Il risultato ottenuto in questi mesi è stata una specie di combinazione tra attivismo militare e passività diplomatica che ha permesso a Teheran di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente e minacciare la sicurezza dello Stato ebraico al confine con la Siria. Washington deve elaborare una strategia più efficace, magari puntando soprattutto sul fattore della diplomazia qualora volesse ridurre il numero delle sue truppe. Il caos e l’insicurezza nella regione devono essere valutati attentamente, magari ripensando l’accordo sul nucleare con Teheran che Trump ha voluto scartare.

Da questo tema passa la sicurezza non solo dell’area ma anche di uno dei più importanti alleati statunitensi, l’Arabia Saudita che è ancora impantanata nel conflitto in Yemen e non sembra riuscire a coordinarsi con gli Emirati Arabi per costruire un fronte comune contro i ribelli Houthi e quindi l’Iran.Soluzioni plurilaterali, al fine di incrementare il dialogo regionale tra i diversi attori, che coinvolgano organizzazioni internazionali come l’ONU, sono di difficile applicazione. Resta altrettanto improbabile l’implementazione di aree di de-escalation in teatri come quello yemenita e afgano, in quanto gli interessi degli attori in gioco sono differenti e complessi.

Washington potrebbe impegnarsi per una riduzione della tensione in Medio Oriente optando, per esempio, per un accordo con la Repubblica Islamica. Questo metterebbe da parte qualsiasi tentativo di escalation militare con la potenza rivale e limiterebbe, per esempio, la proliferazione dei missili ai suoi proxies. Tuttavia Pompeo e il suo entourage non sembrano essere di quest’ottica e prediligono un atteggiamento più aggressivo.

Neanche la possibile creazione della “NATO araba” sembrerebbe essere funzionale ai diversi teatri di crisi date le divergenze di tra i Paesi del Golfo che anche all’interno dello stesso Consiglio di Cooperazione del Golfo risultano divisi.A meno che non ci sia un cambio di presidenza alle prossime elezioni o una revisione della strategia geopolitica statunitense a lungo termine, in Medio Oriente la diplomazia cederà ancora una volta il passo alla presenza militare.Washington sarebbe chiamata a far fronte alle rivalità e al senso di sfiducia che domina le potenze regionali. In tutto questo ciò che appare necessario è rivedere la propria strategia, diplomazia o manovre militari che siano, per non concedere ulteriore spazio alla Russia o permettere alla Cina di inserirsi gradualmente nelle dinamiche regionali. 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: