La vicenda della Sea Watch ha posto l’attenzione sul concetto di “porto sicuro” e sul diritto internazionale del mare. In particolare ha attirato l’attenzione mediatica sulla Tunisia. Il Paese Nord Africano, dal canto suo, nonostante abbia mostrato negli ultimi anni una maggiore predisposizione verso il rispetto dei diritti fondamentali e dei principi democratici, continua a presentare diverse lacune normative che si riflettono sul suo sistema di accoglienza.

Nelle scorse settimane la vicenda della Sea Watch, se da un lato ha portato ad una vera e propria polarizzazione mediatica sull’immagine di Carola Rackete e Matteo Salvini, dall’altro ha attirato l’interesse dell’opinione pubblica sulle norme di diritto internazionale del mare e sui concetti di “porto sicuro” o “porto più vicino”

Esiste infatti un complesso sistema giuridico internazionale che regola la navigazione marittima, con il fine di garantire la sicurezza in mare e la gestione delle situazioni di emergenza.

Questo corpus giuridico è composto in particolare da quattro Convenzioni internazionali. La più antica è la Solas (Safety of Life at Sea) firmata a Londra nel 1914, ma che ha subito diverse sostituzioni di cui l’ultima nel 1974. Successivamente sono state firmate: la Convenzione di Amburgo del 1979, conosciuta con l’acronimo SAR (Search and Research); la Convenzione ONU di Montego Bay del 1982 e la Convenzione sull’assistenza e salvataggio firmata a Londra nel 1989.

A questi trattati si devono integrare le linee guida[i] sulle disposizioni normative elaborate dall’Organizzazione marittima internazionale (IMO) e gli emendamenti apportati alle Convenzioni SOLAS e SAR, rispettivamente nel 2004 e nel 2006. Inoltre la loro attuazione incontra le normative nazionali, le norme internazionali sui diritti fondamentali e le procedure di protezione internazionale disciplinate dalla Convenzione di Ginevra del 1961.

Dal loro insieme emergono doveri e obblighi per gli Stati e per il personale nautico. Gli Stati devono assicurare tutti gli strumenti per il soccorso in mare e la cooperazione con gli altri Paesi costieri per garantire la copertura di tutte le aree, mentre i comandanti delle navi devono garantire di rispondere prontamente alle richieste di soccorso, offrire le prime cure e trasportare i naufraghi in un luogo sicuro.

La definizione di “porto sicuro” (o POS, place of safety) non è univoca e chiara. Nelle linee guida dell’IMO vengono elencati come requisiti fondamentali: la garanzia dei beni di prima necessità, l’assistenza sanitaria e la collocazione in strutture idonee. Quindi potremmo definirlo, in modo più ampio, come quel luogo in cui viene garantito il rispetto dei diritti umani fondamentali e della dignità umana. Ed è proprio su questo elemento che si è consumata la guerra mediatica che ha coinvolto la Tunisia. Del resto la Tunisia, dopo i moti della “primavera araba” del 2011, che hanno portato alla fine del ventennale regime di Ben Alì, ha avviato un lungo percorso di democratizzazione, tuttora in atto, che ha sia migliorato la sfera dei diritti umani che il dialogo con l’Unione Europea. Tuttavia, nonostante la Tunisia possa essere definito un Paese relativamente sicuro, presenta ancora alcune lacune normative e una debolezza strutturale.

La Costituzione del 2014[ii] presenta senza dubbio il suo carattere innovativo in quanto ha cercato di coniugare il rispetto del contesto culturale-religioso, con i principi del costituzionalismo contemporaneo. Nel suo preambolo, infatti, accanto al richiamo all’islam come base fondante della società, dedica una parte consistente al rispetto dei diritti umani. Da questo punto di vista appare particolarmente avanzata, in quanto oltre ai diritti civili, politici e sociali, generalmente presenti nelle costituzioni successive alla seconda guerra mondiale, lascia ampio spazio anche al diritto di accesso all’informazione libera, al diritto di godimento dei beni collettivi come l’acqua, e delle forme di tutela verso i disabili.

Questa svolta costituzionale acquista particolare importanza se associata alla firma della dichiarazione del 18 Aprile 2017[iii] che riconosce la possibilità di presentare ricorso alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, sia da parte degli individui che di enti come le ONG. In questo modo la Tunisia si è unita a quei pochi Paesi che riconoscono l’accesso alla Corte (Benin, Burkina Faso, Ghana, Costa d’Avorio, Malawi, Tanzania e Mali), riportando in auge la questione dei diritti fondamentali in Africa. Sono ancora molte le sfide che il continente africano deve affrontare per la tutela dei diritti umani, è noto infatti che i ricorsi presentanti alla Corte finiscono il più delle volte per essere respinti per la loro inammissibilità, mostrando nei fatti una significativa debolezza. Debolezza, riscontrata sul piano giuridico tunisino, non solo per quanto riguarda il rispetto dei diritti dei suoi cittadini, ma anche nelle tutele verso gli stranieri.

La Tunisia oltre ad aver firmato la Convenzione di Ginevra del 1961, disciplina il diritto di asilo all’art. 26 della Costituzione del 2014: “Il diritto all’asilo politico è garantito in conformità con la legge; è vietato espellere persone che beneficiano di asilo politico “.

Tuttavia, nonostante questa forma di tutela costituzionale, non è presente una legislazione interna completa ed emergono solo alcuni frammenti normativi. La l.8 marzo 1968 prevede, ad esempio, l’espulsione dei migranti irregolari, mentre gli aspetti relativi alla documentazione necessaria per l’ingresso nel Paese, vengono disciplinati da una legge del 1975. Nel 2013, invece, è stato adottato un decreto che prevede il pagamento di 80 dinari tunisini al mese a carico degli irregolari, emendato nel 2017, attraverso l’introduzione di una soglia massima di 3000 dinari di multa. Il decreto si applica a tutti coloro che sono entrati nel territorio nazionale in modo irregolare o che hanno prolungato la loro permanenza oltre il periodo generalmente consentito[iv].

Dato il vuoto normativo, quindi, il sistema di asilo viene gestito dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR) in collaborazione con la Croce rossa tunisina e la Mezzaluna rossa, che insieme coordinano anche il centro per i richiedenti asilo, Ibn Khaldun, situato nel sud del Paese. In particolare la Croce rossa riceve le richieste e provvede ad inviarle all’Alto Commissariato che ha il compito, dopo un’attenta valutazione del caso, di accettare o negare lo status di rifugiato al richiedente. In caso negativo, è comunque possibile fare ricorso. Nell’insieme la procedura per ottenere lo status di rifugiato è abbastanza veloce ma la mancanza di un quadro normativo statale finisce per ostacolare la garanzia fattuale dei diritti umani e l’integrazione reale dei rifugiati nella società tunisina, che non possono ottenere permessi di soggiorno o avere accesso al lavoro formale o alle strutture di assistenza.[v]

Allo stesso tempo però, sono stati mossi importanti passi in questa direzione, grazie alla collaborazione di diverse realtà come l’ADRA che ha organizzato dei corsi di formazione professionale per 50 rifugiati. Inoltre, nonostante le leggi emanate durante il periodo di Ben Alì siano particolarmente severe verso l’immigrazione irregolare, le autorità tunisine hanno mostrato un atteggiamento più morbido. Potremmo dire quindi che se da un lato il sistema giuridico mostra una certa lentezza, dall’altro la società tunisina cerca di rispondere con tempestività alle nuove sfide sociali. Il rallentamento normativo, in parte può essere spiegato dalle enormi difficoltà economiche che il Paese deve affrontare dopo gli stravolgimenti politici del 2011. Nonostante gli interventi del Governo, infatti, i dati continuano ad evidenziare le difficoltà, con un’inflazione che è passata dal 4,5% del 2017 all’8% del 2018, un debito pubblico del 66,5%, e il 15,5% della popolazione al di sotto della soglia di povertà[vi]. Oltre alle difficoltà economiche la Tunisia deve superare anche l’incertezza politica, che dopo la fine di Ben Alì, rappresenta quasi la normalità. La sicurezza è un’altra sfida importante per le istituzioni tunisine che devono portare avanti la lotto contro il terrorismo.

È chiaro che nel momento in cui l’Unione Europea si orienta verso la Tunisia come uno dei principali partners per la lotta ai flussi migratori, non può ignorare le dinamiche interne del Paese nordafricano. Gli attori europei non possono prescindere dal dialogo con le autorità tunisine: devono considerare la complessità socioeconomica del Paese ed evitare di approcciarsi attraverso imposizioni di natura opportunistica (o mediatica). Il rischio è di mettere a repentaglio sia la faticosa costruzione del nuovo modello politico-istituzionale tunisino, che l’equilibrio stesso del partenariato euro-mediterraneo che continua a mostrare tutta la sua volubilità.

[i] https://www.unhcr.it/wp-content/uploads/2015/12/Soccorso_in_Mare.pdf

[ii] https://www.constituteproject.org/constitution/Tunisia_2014.pdf

[iii] http://www.diritticomparati.it/one-step-towards-human-rights-protection-tunisia-allows-direct-access-african-court-human-peoples-rights/

[iv]In tutto, la Tunisia riconosce 39 nazionalità visa free tra cui l’Italia e molti Paesi africani: Costa D’Avorio, Mali, Gambia, Marocco, Algeria, Burkina Faso, Mauritania”. https://www.meltingpot.org/Tunisia-migranti-richiedenti-asilo-e-rifugiati-come.html#nb1

[v]http://reporting.unhcr.org/sites/default/files/UNHCR%20Tunisia%20Operational%20Update%20-%20October-December%202017.pdf

[vi] https://www.indexmundi.com/tunisia/economy_profile.html

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