Ad Haiti, oggi, a dieci anni dal terremoto, dominano amarezza e malcontento: amarezza verso le politiche inconsistenti del proprio governo, che hanno anteposto gli interessi personali dei governanti al bene collettivo dei governati; malcontento provocato dall’indifferenza della comunità internazionale, che ha dimenticato il cataclisma con rapidità e superficialità.

Sono passati dieci anni dal 12 gennaio 2010, data che la popolazione haitiana fatica a dimenticare perché vede ancora quotidianamente le sue conseguenze. E’ un lungo capitolo di un libro mai terminato, in cui i protagonisti non hanno ancora visto il proprio lieto fine. Trentacinque secondi, sette gradi di magnitudo su scala Richter, duecentomila morti e trecentomila feriti: è il tragico bilancio di quel 12 gennaio a cui seguirono promesse di miliardi (per l’esattezza, 6,4 miliardi di dollari da investire ad Haiti) e di grande progetti di intervento da parte della comunità internazionale. Tuttavia, tali investimenti hanno provveduto a risistemare strade, ricostruire palazzi e città, ma non hanno aiutato a risollevare l’economia del Paese caraibico e, soprattutto, la condizione di vita della sua popolazione. Secondo i dati riportati dalla Banca Mondiale, Haiti è il paese più povero dell’intero emisfero occidentale, in cui oltre 6milioni di persone, quindi il 41% degli abitanti, vivono al di sotto della soglia di povertà con meno di 2,41 dollari al giorno.

Tali condizioni di vita, unite alla corruzione politica e al carovita, hanno dato il via a una seria di rivolte negli ultimi anni: tra le cause principali, oltre a quelle sopracitate, prevalgono anche le promesse non mantenute a tanti anni dal terremoto, che auspicavano a una ripresa socio-economica del Paese. Tra i moti ricordiamo quelli contro l’aumento dei prezzi del carburante, che hanno provocato reazioni violente da parte dell’esecutivo causando morti e feriti. E le violenze, costanti e stremanti, si scagliano quotidianamente contro le manifestazioni anti-governative che chiedono le dimissioni del presidente Jovenel Moïse per la crisi energetica ed economica in cui ha fatto cadere Haiti e per le forti accuse di corruzione nei confronti del Presidente della Repubblica.

Ad Haiti, oggi, a dieci anni dal terremoto, dominano amarezza e malcontento: amarezza verso le politiche inconsistenti del proprio governo, che hanno anteposto gli interessi personali dei governanti al bene collettivo dei governati; malcontento provocato dall’indifferenza della comunità internazionale, che ha dimenticato il cataclisma con rapidità e superficialità.

 
 
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