Il Sudafrica è tradizionalmente considerato la più grande potenza africana. Nessun’altro paese del continente possiede infatti un’autonoma industria bellica con un prestigioso passato e clienti tutt’oggi illustri o una borsa finanziaria più grande o importante di quella di Johannesburg. Nella lista dei 10 uomini più ricchi d’Africa ben 3 sono sudafricani, come il secondo uomo più ricco del continente, il re dei diamanti Nicky Opphenneimer o il ricchissimo Johan Rupert (che in quella classifica si posiziona terzo) proprietario di marchi famosi in tutto il mondo quali Van Cleef, Cartier, Alfred Dunhill e Montblanc

La lista dei primati che collocano e hanno collocato il paese storicamente al vertice degli altri stati africani per importanza sarebbe lunghissima a partire dall’elevata percentuale di laureati (per gli standard continentali), manager e imprenditori protagonisti della finanza globale oltre al fatto che il paese è detentore delle maggiori riserve diamantifere del globo e possiede pure enormi riserve aurifere. Tralasciando tuttavia l’economia del paese per approdare alla politica nazionale il Sudafrica ha visto nell’anno 1994 una vera e propria seconda rifondazione. La fine dell’apartheid negoziata nella prima metà degli anni 90’ tra il presidente sudafricano Frederik Willelm De Clerk e il leader dell’Africa National Congress Nelson Mandela aveva trasformato il paese da stato semi-parìa della comunità internazionale in un nuovo attore dotato di notevole soft power e credibilità nel continente e nel mondo. Dal 1978 infatti le Nazioni Unite con il voto degli stessi Stati Uniti e delle potenze occidentali arrivarono a consentire ad una risoluzione che metteva il paese sotto regime di embargo a causa delle politiche attuate da Pretoria verso la maggioranza nera.

Ciò costituiva una novità assoluta infatti fino ad allora gran parte degli stati occidentali specialmente gli USA avevano chiuso un occhio verso il Sudafrica poiché il paese rappresentava il cuore dell’anticomunismo nella regione dell’Africa australe e nel continente tutto. Ad onor del vero dobbiamo tuttavia riconoscere che il massacro di Sharpeville del 1960 aveva portato all’espulsione del Sudafrica dal Commonwealth cui era seguita a Pretoria la proclamazione della Repubblica e il decadimento della monarchia dei Windsor. Negli anni i sudafricani tramite collaborazioni clandestine con francesi e israeliani avevano poi creato il primo e unico arsenale nucleare africano. Ciò aveva nel corso degli anni col progressivo aumento dei sentimenti antirazzisti in Europa e con il movimento dei diritti civili in America peggiorata ulteriormente la posizione del paese tanto che l’embargo del 78’ votato dalle Nazioni Unite andrà a colpire anche il settore militare del paese con il divieto internazionale di vendita delle armi a Pretoria (divieto violato tuttavia sia dallo stato ebraico che da numerose e note imprese occidentali).

Nel 94’ pertanto con l’estensione totale dei diritti civili e politici anche ai sudafricani non-bianchi vennero meno pure le sanzioni internazionali varate dall’ONU nel 1978 favorendo molto l’economia e le imprese nazionali, mettendo fine agli scontri politici tra i movimenti neri e il governo bianco e sia De Clerk che Mandela vennero insigniti del Premio Nobel per la Pace. Nel mentre vi erano le trattative per la fine dell’apartheid il governo dell’ultimo presidente bianco del paese aveva pure attuato il programma di denuclearizzazione rendendo il Sudafrica il primo paese della storia ad aver rinunciato all’atomica volontariamente. Nel frattempo si tennero le prime elezioni cui parteciparono anche i non-bianchi e nel 1994 queste verranno vinte da Nelson Mandela con l’African National Congress mentre De Clerk sarà vicepresidente del paese. Il paese sottoscrisse la Convenzione internazionale dei diritti dell’uomo del 1948 e si diede una nuova costituzione. La stessa bandiera venne sostituita da una nuova che sintetizzava i colori panafricani con quelli delle antiche repubbliche boere. Il Sudafrica otteneva pertanto una grande credibilità internazionale e veniva considerato a livello planetario un modello poiché il trapasso di poteri era stato pacifico e non si erano avuti esodi bianchi o guerre civili interrazziali

Quale politica estera dunque per il nuovo Sudafrica? Da allora il paese ha avuto 6 presidenti, tutti appartenenti all’Africa National Congress seppur con differenze spesso molto notevoli, Nelson Mandela “Pater Patriae” del nuovo ordinamento dal 94’ al 99’, Thabo Mbeki dal 99’ al 2008, il breve periodo dei due presidenti Ivy Matsepe Casaburri e Kgalema Motlanthe e dal 2009 al 2017 Jacob Zuma per arrivare all’odierno presidente Cyrill Ramaphosa. Mandela mantenne relazioni amichevoli negli anni 90’ con tutte le grandi potenze del pianeta, liberato dopo 30 anni di carcere duro la sua figura nonostante il passato marxista divenne estremamente popolare anche nel mondo occidentale, inclusi gli Stati Uniti coi quali anche grazie ad una eccellente diplomazia personale riuscirà ad instaurare pure un rapporto di amicizia con il Presidente Bill Clinton e a valorizzare i legami con la comunità afroamericana che vedeva in lui una specie di nuovo Martin Luther King. Ottime relazioni verranno poi allacciate con Cina e Russia, eredità del sostegno che entrambe i paesi avevano espresso durante la lotta all’apartheid all’ANC ma anche genuina rappresentazione di una politica multivettoriale espressa da Pretoria. Vennero poi rilanciati i rapporti con i paesi europei, rapporti storici e importanti sia a livello politico che economico e culturale. Mandela ricucì lo strappo tra Sudafrica e Regno Unito avvenuto dopo il Massacro di Sharpeville del 60’ e se non abbiamo assistito ad una restaurazione oramai anacronistica per il paese della monarchia vi è stata tuttavia la riammissione di Pretoria nel Commowealth of Nations

Sia sotto Nelson Mandela che Thabo Mbeki si ha poi avuta una riorganizzazione delle forze armate ereditando il “nuovo stato’’ il miglior strumento militare dell’Africa subsahariana. La fine dell’embargo militare del 78’ ha permesso al paese di rilanciare le vendite estere legali dell’ARMSCOR, l’industria bellica nazionale divenuta Denel nel 1994 e sotto Mbeki di modernizzare la Marina militare con l’acquisto delle navi tedesche della Valour Class nel 2002. Le South Africans National Defence Forces odierne sono figlie di un compromesso politico e istituzionale che vide all’indomani della fine dell’apartheid la fusione delle vecchie forze armate sudafricane con le 6 milizie maggiori dei partiti anti-apartheid, in primis con il braccio armato dell’ANC UmkhontoWeSizwe i cui uomini e vertici erano stati formati in Unione Sovietica, Zimbabwe e Mozambico ed avevano combattuto contro i governi sudafricani in varie guerre locali. Questa fusione ancorchè politicamente indispensabile in realtà porterà al pensionamento di molti validi ufficiali bianchi per far spazio a personale e ufficiali con un addestramento e una preparazione inadeguate appartenenti al braccio armato dell’ANC e ad altre milizie, complessivamente ciò ha potato quindi ad un forte calo dell’efficienza nel settore militare. Il Sudafrica tuttavia ha valorizzato sotto Mbeki notevolmente il proprio ruolo n organismi sovrannazionali quali l’Unione Africana intervenendo militarmente con missioni di peacekeeping in gran parte dei conflitti continentali come nella Repubblica Democratica del Congo. Risale poi a questo periodo l’adesione sudafricana ai BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) l’alleanza dei paesi in via di sviluppo che da allora diventerà BRICS

Sotto Jacob Zuma il paese adotterà invece un approccio di stile socialista, panafricano e in un certo modo rivoluzionario. Il presidente sudafricano infatti si farà promotore di una vera e propria visione allo stesso tempo multilateralista e speranzosa sul fatto che specialmente con la crisi del 2008 l’occidente avrebbe ceduto il passo ai paesi emergenti nella leadership globale. Il Sudafrica sovrastimò per tanto il formato dei BRICS e la sua coesione interna costruendo la sua intera politica estera attorno al concetto di ribaltamento dei rapporti di forza e potere globali. Zuma sarà poi molto vicino ad autocrazie africane di ispirazione socialista quali il regime libico di Gheddafi e quello zimbabwese di Mugabe, portando alla ribalta le tendenze radicali che avevano interessato l’ANC durante la guerra fredda. La crisi economica che nel 2014 colpì molti paesi emergenti tra cui il Brasile, la Russia e lo stesso Sudafrica mise tuttavia a nudo sia le fragilità interne del paese che le sue ambizioni internazionali nonché la fragilità di gran parte delle economie emergenti. La corruzione coi suoi effetti negativi emerse prepotentemente in un paese in stagnazione che aveva dimostrato di non essere riuscito a sanare le diseguaglianze sociali interne a più di 20 anni dalla fine dell’apartheid patendo una scarsa redistribuzione della ricchezza, un forte malgoverno clientelare dell’ANC e una debolissima sicurezza interna col paese esposto come non mai alla criminalità. Sarà proprio un ennesimo scandalo finanziario legato alla corruzione a terminare il lungo e dannoso regno di Zuma sul Sudafrica e sull’ANC nel dicembre del 2017.

Lasciava un paese con una reputazione debilitata come non mai dal 1994 e un partito ai minimi storici, infatti un movimento xenfobo e suprematista nero quale l’EFF di Malema stava raccogliendo consenso notevole tra la middle class nera demonizzando le minoranze e i numerosi stranieri riversatisi spesso in maniera difficile in Sudafrica dal 1994 da paesi vicini poveri quali Malawi, Zimbabwe e Mozambico. I big del partito pertanto fecero fuori Zuma dalle stanze de potere e al suo posto misero Cyrill Ramaphosa ex sindacalista e businesmann. A lui il compito difficilissimo di pacificare i rapporti tra i sudafricani di tutte le etnie ei sudafricani con gli immigrati, rilanciare il partito e l’economia. Sotto di lui il paese ha abbandonato l’approccio proattivo di Zuma per adottare in politica estera un atteggiamento moderato volto a coltivare i rapporti coi paesi africani, i BRICS e il resto della comunità internazionale. Specialmente in occidente ha fatto poi discutere l’assenzo del suo governo ad una riforma di esproprio dei terreni dei bianchi senza indennizzo richiesta sia da gran parte dell’ANC per inseguire nella demagogia Malema che dagli stessi EFF.

I bianchi specialmente gli afrikaner possiedono infatti ancora l’ottanta per cento della terra fertile del paese e la “rainbow nation” ad oggi col ritorno delle tensioni interrazziali causate dalla crisi appare sempre meno tollerante e pacifica. In particolare l’aumento della violenza nel paese che ha visto gli omicidi di un numero maggiore di contadini perlopiù bianchi in Sudafrica ha portato a crisi diplomatiche con Stati Uniti e Australia, accusate da Pretoria di interferire negli affari interni del paese. Se è aumentata la violenza nel paese tuttavia le prime vittime senza ombra di dubbio sono stati i neri stessi mentre anche l’alt right ha propagandato a favore di un clima di maggior astio interno l’idea del genocidio bianco, che in realtà non è in corso ne lo è mai stato. Indubbiamente tuttavia la comunità internazionale è parsa notevolmente preoccupata dalle ipotesi di riforma terriera temendo il Sudafrica possa trasformarsi in un nuovo Zimbabwe. A tal proposito durante la campagna elettorale di questo anno Ramaphosa ha invitato i bianchi a rimanere rivolgendosi a loro amichevolmente , la riforma è stata rimandata ed è stato assicurato che sarebbe stata moderata senza trasformare il paese in un nuovo Zimbabwe. Ad oggi da maggio il Sudafrica vede l’ennesimo governo monocolore dell’ANC, infatti nonostante un calo al 57% Ramaphosa è riuscito a bloccare Malema con le sue idee estremiste.

Quali sfide attenderanno il paese nel prossimo futuro quindi?

La pacificazione razziale, la lotta alla corruzione endemica (cui il presidente odierno dal suo insediamento ha detto di voler far fronte) il rilancio dell’immagine del paese e dell’economia nel mondo oltre ad una maggior sicurezza in uno dei paesi più violenti al mondo e ad una saggia gestione dei flussi migratori con politiche in grado di arginare una xenofobia spesso violenta. Mentre Etiopia, Egitto e Nigeria lottano poi per la leadership continentale i sudafricani dovranno competere come non mai per confermare il proprio paese principale potenza africana, il tutto mentre la crisi ha debilitato fortemente pure le forze armate che oramai possono contare solo sullo 0,8% del pil mentre l’industria bellica gioiello storico del paese languisce. Ramaphosa e i sudafricani tutti sono chiamati a far rivivere al paese una nuova rifondazione voltando pagina all’era del post-apartheid, il paese ha capacità invidiabili specialmente per gli standard africani. Ai sudafricani, alle loro elitè e ai loro politici il compito di valorizzarle per riportare il paese ad essere veramente grande tra i grandi

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