A fine luglio una compagnia petrolifera statunitense, la DELTA CRESC ENT ENERGY LLC, una corporazione che fa riferimento alle leggi dello Stato del Delaware, ha siglato un accordo sul petrolio con l’Amministrazione Autonoma curda del nord-est della Siria. Pare che essa, inoltre, avrebbe ricevuto la licenza OFAC per operare in Siria. Come riportato da alcune fonti straniere, sembra che dietro l’accordo ci sia stato tutto l’incoraggiamento e il supporto della Casa Bianca. Tale accordo, appunto, permetterà alla compagnia petrolifera statunitense di operare nell’area controllata dalle Forze Democratiche Siriane, ricomprendendo anche la raffineria situata nel villaggio di Bishiriya, nella periferia vicino la città di Qahtaniya, nella zona controllata dalle milizie FDS, nella provincia di Hasakah.

 

Nel dettaglio, l’accordo raggiunto tra le due parti, mira a “sviluppare e modernizzare i giacimenti petroliferi” già esistenti nell’area e sotto il controllo dei Curdi, così come fatto trapelare dai vertici statunitensi. È stata determinante, a tal proposito, la presenza e l’impegno del rappresentante del Consiglio Democratico Siriano S. Mohammad e le trattative intavolate dalla senatrice repubblicana della South Carolina L. Graham che ha dialogato con Kobani, comandante in capo delle FDS. In aggiunta è stato comunicato che il governo statunitense si è accordato per fornire due raffinerie modulari ai Curdi che, tuttavia, basteranno solo per una minima parte del fabbisogno. Come spiegare la stipula di questo accordo? Il petrolio risulta essere la principale fonte di reddito per l’Amministrazione Autonoma curda nel nord-est del Paese, considerando che le FDS controllano la maggior parte dei pozzi petroliferi situati intorno al giacimento di Rmelain, nei pressi del confine tra la Turchia e la Siria e a sud del grande giacimento di Al-Omar. Stipulando tale accordo con Washington i Curdi mirano ad assicurarsi il possesso del greggio in chiave di autonomia, strappandolo a Damasco e utilizzandolo così come deterrente nei confronti del regime siriano.

Quest’ultimo accusa gli Stati Uniti di sottrarre il petrolio siriano illegalmente e più volte ha fatto appello affinché le truppe a stelle e strisce presenti nel nord-est siriano abbandonassero l’area. Il nuovo accordo sul petrolio rappresenta per Washington l’opportunità di rafforzare la propria presenza nell’area in chiave anti-Iran, bloccando alla Repubblica Islamica l’accesso a diversi corridoi che le permetterebbero di espandersi ulteriormente nel nord e nell’est del Paese. Quindi viene così confermato il piano di Trump annunciato lo scorso anno, quello di mantenere circa 500 forze speciali nel nord-est siriano per “proteggere il petrolio siriano”, cercando anche di contrastare, per quanto possibile, il commercio di greggio tra Assad e Curdi che hanno visto nel dittatore una sorta di protezione in chiave anti-turca.

Per quanto riguarda Ankara, che in un primo momento aveva accettato l’accordo sul petrolio tra le due parti, il dossier del petrolio viene considerato come veicolo per facilitare l’autonomia curda nell’area interessata. Nei primi giorni di agosto, invece, fonti diplomatiche turche hanno condannato l’accordo perché violerebbe il diritto internazionale e l’integrità territoriale siriana. Ovviamente il rafforzamento dell’autonomia curda nel nord-est del Paese metterebbe in pericolo Ankara che già considera i gruppi curdi come entità terroristiche. Per gli Stati Uniti, appoggiare i Curdi nel nord-est, significa anche tenere a bada la potenziale espansione turca. Non bisogna però dimenticare che nel nord-est siriano opera anche la Russia a seguito degli accordi raggiunti nel formato di Astana con Teheran e Ankara. Mosca non si è pronunciata sull’accordo del petrolio ma ne è interessata quasi direttamente. Questo perché dall’accordo sono stati esclusi alcuni giacimenti che si collocano al di fuori dell’area governata dai Curdi e nei pressi dei quali stanziava la polizia militare russa.

In conclusione si può notare come l’accordo sul petrolio tra Curdi e USA abbia implicazioni dirette per le due parti ma che interessa gli equilibri geopolitici del nord-est e chiama in causa anche attori come Turchia, Iran e Russia che, nell’area, non vogliono sicuramente diventare in futuro potenze di poco conto.

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