Aerei a terra, fabbriche spente, automobili parcheggiate: le misure di lockdown imposte dai Governi danneggiano l’industria energetica, la quale sta affrontando una crisi senza precedenti. Adesso più che mai si evidenzia un “fallimento del mercato” rispetto alle questioni energetiche, tanto che, come accaduto in altre circostanze, gli Stati più coinvolti sono dovuti intervenire per influenzarne le dinamiche. Un taglio della produzione di petrolio per adeguare l’offerta alla drastica riduzione della domanda era nell’aria da un paio di mesi, ma la guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e Russia ne ha ritardato la decisione. Dopo settimane di prezzi in discesa ed una forte pressione statunitense, il cartello OPEC, la Russia e i Paesi maggior produttori di petrolio hanno raggiunto un accordo storico. Che però potrebbe non essere sufficiente a stabilizzare il mercato e risollevare le sorti del settore energetico.

Il settore energetico, ed in particolar modo quello petrolifero, necessita tradizionalmente di una regolazione politica[1] da parte dei Governi, in quanto le logiche del mercato non sempre riescono a sostenerne le attività. Tanto più se un fattore esogeno ed imprevedibile, come la diffusione del Coronavirus, porta alla chiusura delle frontiere, al blocco delle industrie e persino alla limitazione delle uscite. Negli ultimi due mesi la domanda di petrolio è diminuita del 30% rispetto a gennaio 2020. Tuttavia, i principali esportatori di petrolio, Arabia Saudita e Russia, hanno ingaggiato una vera e propria “guerra dei prezzi” al ribasso, nonostante la soluzione di tagliare la produzione fosse la più indicata per adeguare l’offerta di petrolio alla carenza della domanda. Nelle settimane di marzo, a livelli di produzione sostanzialmente invariati, i prezzi del greggio nei mercati hanno subìto un brusco ribasso, arrivando ben al di sotto dei 30$ al barile, quotazione più bassa dal 2003 (anno d’inizio della guerra in Iraq).

La guerra dei prezzi, oltre a ridimensionare gli introiti delle compagnie russe e a gravare sulle casse del Regno Saudita, ha creato turbolenze anche negli Stati Uniti, dove le compagnie petrolifere hanno sofferto il drastico calo dei prezzi. Le compagnie statunitensi, leader nell’estrazione e raffinazione dello shale oil, non hanno potuto coordinarsi per diminuire la produzione poiché avrebbero violato la severa legislazione antitrust. Agli inizi di aprile, Bakken Shale, la più grande impresa produttrice di petrolio e gas del North Dakota, ha dichiarato fallimento. Il timore per una diminuzione della competitività delle imprese statunitensi, ma soprattutto per la perdita di posti di lavoro nel settore energetico, ha indotto il Presidente Trump a esercitare una significativa pressione internazionale sui due principali decision maker circa le questioni petrolifere, Arabia Saudita e Russia. Subito dopo, fonti vicine al Cremlino hanno riferito all’agenzia statunitense Reuters di essere disposti a ridurre la produzione petrolifera “a patto che gli Stati Uniti facciano lo stesso”. Mentre, nelle stesse ore, Donald Trump minacciava l’Arabia Saudita di sanzioni economiche, nel caso in cui si fosse dichiarata indisponibile a tagliare la produzione. L’Arabia Saudita, che detiene, dopo il Venezuela, le risorse più vaste di greggio, ha accettato il taglio della produzione piuttosto che continuare in una guerra dei prezzi tesa a fiaccare i Paesi concorrenti, i quali a lungo termine non avrebbero potuto sostenere prezzi così bassi.

 

L’intervento del Presidente americano ha avuto successo e lo scorso giovedì 9 aprile, in una riunione via streaming, il cartello OPEC e la Russia hanno annunciato uno storico taglio di produzione di 9.7 milioni di barili al giorno fino al mese di giugno. Successivamente, tra luglio e ottobre, i tagli verrebbero ridotti a 8 milioni di barili al giorno. Dopo aver superato le perplessità del Messico[2], l’accordo è stato formalizzato in occasione del G20 straordinario, tenutosi venerdì 10 aprile in videochiamata. “Ci impegniamo a garantire che il settore energetico continui a fornire un contributo completo ed efficace al superamento del Covid-19 e alla promozione della successiva ripresa globale”, recita la dichiarazione finale della riunione.

Tale intesa globale, che nelle settimane passate pareva improbabile, è stata salutata con favore dal suo principale sponsor- il Presidente Trump-, nonché dalle compagnie petrolifere del mondo, che adesso sperano in una stabilizzazione sul mercato degli indici petroliferi intorno a più di 30$ al barile.

Il mercato non ha reagito in base alle aspettative, registrando nel giorno successivo all’accordo un ulteriore calo del prezzo del greggio nei due listini di riferimento, il Brent e WTI.

Se il settore petrolifero confida in un allentamento delle misure di lockdown, che potrebbe accrescere la fiducia dei mercati, gli esperti sostengono che per riequilibrare l’offerta alla domanda sarebbero necessari dei tagli compresi tra 15 e 20 milioni di barili giornalieri. Lo ha ribadito anche Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, affermando: “La riduzione della produzione di circa 10 milioni di barili al giorno non sarà sufficiente per affrontare il grande problema che ci troviamo davanti”. Non è escluso, qualora i prezzi non dovessero stabilizzarsi al rialzo, un ulteriore intervento coordinato delle autorità nazionali, dal momento che l’industria petrolifera rappresenta un settore cruciale per l’economia di molti Paesi, ma anche, come gli ultimi eventi hanno confermato, una potente leva geopolitica.

Fonti:

https://iari.site/il-coronavirus-infetta-il-mercato-di-gas-e-petrolio/ (contributo dell’autore del 20 febbraio 2020)

https://www.cnbc.com/2020/04/07/oil-and-coronavirus-opec-and-g-20-meeting-unlikely-to-help-that-much.html?fbclid=IwAR2TGTr1DBrC7lv3GeILwxlPQGDp_sYjEqOIOoID4bqDHCVZ31mgPPX_1ZQ

https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-04-01/saudi-arabia-s-post-oil-plan-faces-cuts-as-crude-plummets

https://www.ilsole24ore.com/art/petrolio-g20-storico-accordo-tagli-usa-fianco-mosca-e-riad-ADlKuZJ

https://oilprice.com/Energy/Natural-Gas/Oil-Price-War-Claims-Another-Victim.html

 

[1] Lo dimostra l’influenza delle strategie del cartello petrolifero OPEC e della Russia (insieme danno vita al cosiddetto “OPEC +”).

[2] Grazie al decisivo contributo statunitense: gli USA ridurranno la produzione di 250mila barili in più al giorno per conto del Messico, che a sua volta potrà così limitare il suo taglio a 100mila barili giornalieri.

 

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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