La giornata di martedì 22 ottobre segna il sesto giorno di proteste in Libano, con manifestazioni di piazza a Beirut e dintorni, che non hanno risparmiato le altre grandi città, le aree montuose e costiere del Paese.Numerosi cittadini libanesi hanno iniziato ad occupare le piazze a seguito dell’annuncio del governo di voler imporre una nuova tassa, denominata da alcune testate arabe “Tassa Whatsapp”, che avrebbe richiesto il pagamento di una somma giornaliera per tutte le piattaforme come proprio per la famosa applicazione di messaggistica.

Le agitazioni di piazza si sono concentrate anche nella città di Tripoli, nel nord del Paese, nelle aree centro-meridionali e nella valle orientale della Biqaa. Da segnalare soprattutto scontri e sollevazioni nella zona periferica meridionale di Beirut, area principale di Hezbollah.

Le proteste in corso nel Paese dei cedri hanno avuto un forte impatto sui media internazionali in quanto i cittadini hanno invocato slogan contro il governo, invocandone la caduta. Inoltre, si sono scagliati contro i politici nazionali accusati di corruzione e di essere i responsabili della difficile situazione economica che il Paese deve affrontare. Non sono mancati, in realtà, il riferimento e la condanna al settarismo religioso e politico che vede nel Partito di Dio avere una forte influenza sugli interessi nazionali. Sono state invocate le dimissioni del Primo ministro Hariri e del Presidente Aoun, ritenuti colpevoli del peggioramento della situazione economica, dell’aumento della disoccupazione, della mancanza di risorse, di aver imposto misure di austerità e di aver fatto dilagare la corruzione.

Dati alla mano, stando alle stime dell’ultimo rapporto dell’UNDP, l’agenzia dell’ONU per lo sviluppo umano, il Libano si classifica al 129° posto per ineguaglianza dei redditi, con la povertà che colpisce circa un milione dei sei libanesi e che si è aggiunta alla crisi dei rifugiati siriani. Per risolvere la problematica economica la Banca Mondiale ha stanziato 100 milioni di dollari e aiuti sono arrivati in questi ultimi anni da creditori libanesi e da alcuni Paesi del Golfo. Non si può non considerare il deficit di bilancio, però, che è pari all’8% del Pil, mentre il debito pubblico è al 152%.

Le proteste in atto nel Paese non sono da sottovalutare, in quanto la crisi economica e la possibile crisi politica interna potrebbero sfociare in una più ampia destabilizzazione regionale che potrebbe andare a sommarsi a quella siriana e mettere, quindi, a rischio la tenuta geopolitica del Medio Oriente.

Se è ancora difficile, se non presto, poter parlare di una nuova “Primavera araba”, resta il fatto che il malcontento popolare non è assolutamente da ignorare, soprattutto per le potenze regionali come Israele che non vorrebbero assolutamente tensioni ai propri confini.

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