Al netto dei proclami elettorali, le novità nelle relazioni tra Serbia, Kosovo e Stati Uniti incideranno sul sistema di alleanze in Medio Oriente. 

 

1- Cosa c’entra Israele nelle relazioni tra Serbia, Kosovo e USA?

Il presidente Trump sta dedicando questi ultimi mesi di mandato ad un intenso lavoro diplomatico, le cui conseguenze sembrano destinate ad incidere sulla configurazione del sistema internazionale, qualunque sia il risultato delle elezioni di novembre. Rientra in questo quadro l’annuncio d’accordo di normalizzazione dei rapporti economici tra Serbia e Kosovo del 4 settembre scorso – a seguito di un lungo periodo di dazi al 100% imposti da Pristina sulle merci serbe e bosniache – con il quale gli USA hanno confermato la loro indipendenza d’azione nella risoluzione e stabilizzazione delle crisi internazionali. Ma cosa c’entra Israele in tutto questo? Prima di entrare nel vivo dell’analisi, è importante ribadire alcune precisazioni– sia dal punto di vista contenutistico che della prassi diplomatica – necessarie ad inquadrare lo sviluppo strategico di eventi del genere sul lungo periodo; eventi che di storico hanno ben poco, considerato che nei fatti non mutano radicalmente lo status quo. Dal punto di vista della prassi diplomatica, infatti, non si è trattato di un accordo. I due Paesi hanno firmato due documenti distinti, sebbene identici, con gli Stati Uniti e quest’ultimi un terzo documento d’approvazione dell’iniziativa, come dichiarato dall’inviato Usa per la Serbia e il Kosovo Richard Grenell. Già questo smentisce e smorza le aspettative giornalistiche sul possibile riconoscimento tra i due Paesi balcanici, che hanno caratterizzato i giorni immediatamente precedenti l’incontro.

Inoltre, esso si è concluso con la riconferma dell’impegno, già preso a febbraio scorso, riguardo la realizzazione di collegamenti stradali tra Belgrado e Pristina e del passaggio di frontiera di Merdare; con l’adesione di entrambi all’area di libero scambio tra Albania, Macedonia del Nord e Serbia; con il miglioramento della cooperazione economica con gli USA; con la promessa da parte di Pristina di congelare le domande di ingresso negli organismi internazionali e lo stop di Belgrado alla campagna di denigrazione diplomatica contro il suo riconoscimento; con la proibizione dello sviluppo della tecnologia 5G, che ormai sappiamo significare l’estromissione di Huawei da questo processo, e con l’impegno di diversificare le fonti di rifornimento energetico.

Al di là dei toni altisonanti che hanno caratterizzato il pre e il dopo incontro, i rumors e i commenti, che hanno animato sia gli ambienti domestici che internazionali, riguardo l’umiliazione del Presidente serbo così come il nuovo tipo di rapporti diplomatici statunitensi col Kosovo confermano la linea – ormai più che consolidata – unilaterale e muscolare seguita da Trump in politica estera: in questo caso si è trattato di un ulteriore affronto diretto a Russia e Cina, accompagnato da un totale disinteresse per il ruolo diplomatico giocato da Bruxelles in quell’area e di una nuova occasione di rafforzamento della relazione con Israele, quest’ultimo al centro del nuovo sistema di alleanze che il Presidente sta tessendo nella regione mediorientale.

Quindi, torniamo ora alla domanda iniziale: cosa c’entra Israele nella relazione Serbia – Kosovo – USA?

Secondo l’incontro del 4 settembre, il Kosovo e Israele si impegneranno a riconoscersi reciprocamente in ambito diplomatico; Serbia e Kosovo trasferiranno l’ambasciata a Gerusalemme ed entrambi dichiareranno il partito politico libanese Hezbollah “gruppo terroristico” nel suo complesso. Le ricadute di questi impegni, come è evidente, riguarderanno più regioni del sistema internazionale. Ad esempio, non è ancora chiaro cosa abbia spinto Israele a modificare la sua storica posizione diplomatica nei confronti del riconoscimento dell’indipendenza kosovara, in contrapposizione con il suo atteggiamento nei confronti della questione palestinese, né come la Serbia abbia effettivamente preso questa decisione israeliana. In più, come dovunque sottolineato, il Kosovo sarò il primo Paese a maggioranza musulmana ad aprire un’ambasciata a Gerusalemme ed inoltre la derubricazione di Hezbollah a gruppo terroristico ha un peso politico non di poco conto, considerato il fatto che esso è ormai parte integrante del sistema politico-istituzionale libanese, attualmente protagonista di una crisi generalizzata.

2- Non si tratta soltanto di scelte elettorali?

Dagli accordi di Abramo a questo tra Serbia e Kosovo, la scadenza elettorale di novembre ha senza dubbio giocato un ruolo di primo piano, ma ugualmente potremo oggi, alla fine di questo primo mandato del Presidente, spingerci a dire che lo stile sensazionalistico degli annunci e delle decisioni della Casa Bianca stia ormai diventando a tutti gli effetti dottrina. La politica estera non sembra esente dalla tensione continua derivante da un clima di perenne campagna elettorale che, a conferma del famoso motto gattopardiano, tramite l’utilizzo della retorica della novità eccezionale come strumento di legittimazione popolare, garantisce la preservazione dello status quo. Il Presidente USA, infatti, non si sta discostando di tanto dai suoi predecessori o dalle simpatie politiche del suo partito. Ciò che è cambiato durante questo mandato e che già era evidente con la prima campagna elettorale è il metodo attraverso cui Trump continua a garantire il ruolo di superpotenza alla nazione di cui è alla guida: tramite, cioè, una delegittimazione completa del multilateralismo, della sua prassi e delle sue istituzioni.

3- Cosa c’è di storico dietro questa serie di accordi?

Gli accordi storici degli ultimi mesi sono volti alla creazione di buoni legami diplomatici attorno ad Israele. L’accettazione israeliana negli ambienti diplomatici internazionali è necessaria all’obiettivo del Presidente USA di inaugurare un nuovo sistema regionale di alleanze – costruito attorno al blocco fidato di Emirati Arabi, Israele e Arabia Saudita – capace di contenere in primis l’Iran e in seconda istanza la Turchia, troppo avventurista rispetto ad importanti dossier internazionali degli ultimi anni, nonostante sia un importante e storico alleato NATO. Il blocco regionale di cui sopra e la proverbiale sinergia tra Trump e Netanyahu piace alla base elettorale di entrambi, che d’altronde appartengono allo stesso, seppur ampio e variegato, ambiente conservatore. In questa storia di intrecci diplomatici c’è di tutto: dal tradizionale interesse a massimizzare la propria potenza all’interno del sistema internazionale, ai giochi e le simpatie elettorali fino alle gaffe legate ai rituali diplomatici. Ciò che volutamente manca è la questione palestinese. A gennaio scorso, Trump aveva accompagnato l’annuncio dell’accordo del secolo con il motto “peace to prosperity”,oggi sembra legittimo chiedersi quale pace e prosperità si potranno concretamente ottenere se si continuerà a costringere un intero popolo – quello palestinese – al non riconoscimento.

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Maria Teresa Hyerace

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