Il coinvolgimento di Abu Dhabi nel conflitto libico è funzionale sia agli interessi economici del paese, in quanto gli permette di assicurarsi il controllo dei flussi commerciali nel Mediterraneo orientale e di sfruttare le risorse naturali presenti in Libia, ma anche dei suoi interessi securitari in quanto gli consente di contenere l’avanzata di Ankara in Nord Africa. Nelle dinamiche della guerra civile libica, pertanto, si articola il conflitto regionale che vede contrapporsi, ognuno con i rispettivi alleati internazionali, da una parte le monarchie petrolifere del Golfo, tra cui gli Emirati Arabi, in sostegno di un’oligarchia militare anti-islamista in Libia sotto la guida di Khalifa Haftar, e dall’altra la Turchia, filo-islamista, alleata del governo internazionalmente riconosciuto di al-Sarraj.

Abu Dhabi è l’emirato più influente, politicamente ed economicamente, all’interno degli Emirati Arabi Uniti. Khalifa Bin Zayed detiene formalmente la carica di presidente del paese, ma è il fratello minore, il principe ereditario Mohammed Bin Zayed, ad attuare le scelte di politica interna ed estera. Sotto spinta del principe ereditario, negli ultimi anni, gli Emirati hanno potenziato le loro capacità militari, hanno attuato un processo di diversificazione dell’economia interna, originariamente incentrata principalmente sulla vendita di idrocarburi, sviluppando il settore dei trasporti e della finanza islamica. In parallelo alla riforma del settore militare, è aumentata l’influenza di Abu Dhabi in Medio Oriente e nel Corno d’Arica. Il paese è coinvolto nei conflitti in corso in Yemen e in Libia, attraverso la fornitura di soldati e armi. Nel caso della Libia, ciò che ha spinto Abu Dhabi ad intervenire militarmente, a sostegno dell’Esercito Nazionale Libico di Khalifa Haftar, sono interessi economici e securitari: la difesa del suo ruolo di key player nella gestione dei flussi commerciali nel Mediterraneo orientale e delle risorse naturali presenti in Libia di fronte all’avanzata politica ed economica della Turchia nel Mediterraneo orientale.

 

Il mese scorso, in un rapporto della Commissione dell’ONU, è stato rivelato che due compagnie commerciali, con sede a Dubai, Lancaster 6 DMCC e la Opus Capital Asset Limited FZE, sono state coinvolte nell’invio di foreign fighters, occidentali e sudafricani, oltre che di navi ed elicotteri militari, in Libia a sostegno delle truppe di Haftar. Il 28 aprile di quest’anno al-Jazeera ha riferito che quella stessa sera, funzionari emiratini erano giunti a Khartoum per una visita segreta, finalizzata a reclutare nuovi combattenti in funzione anti-turca, alla luce del rinnovato aiuto militare offerto da Ankara e Tripoli sulla base del memorandum firmato di novembre. Inoltre, già a dicembre scorso, si parlava della presenza di combattenti di origine sudanesi tra le file di Haftar, garantita da un ‘’ponte aereo nascosto’’ ,tra Abu Dhabi a Benghazi, e dei rischi di una nuova escalation del conflitto.

Gli ultimi sviluppi della crisi libica

Nelle ultime settimane, il Governo di accordo nazionale di al-Sarraj ha ottenuto significative vittorie contro le forze dell’Esercito Nazionale Libico, sotto il comando del generale Khalifa Haftar, conquistando aree strategicamente importanti per le forze rivali: la base aerea di al-Watiya vicino al confine tunisino, l’aeroporto internazionale di Tripoli e tutte le aree circostanti l’area amministrativa della città di Tripoli. In seguito all’autoproclamazione di Haftar come guida della Libia, pertanto, si sono susseguite una serie di sconfitte da parte del generale e dalle sue forze armate. In una conferenza stampa avvenuta sabato scorso al Cairo, alla presenza del comandante dell’esercito libico Khalifa Haftar e del presidente della Camera dei rappresentanti Aqila Saleh, il presidente egiziano Al-Sisi si è mostrato interessato a prendere le redini della situazione spingendo verso una soluzione politica della crisi libica. Europa, Stati Uniti e Russia hanno accolto l’iniziativa diplomatica dell’Egitto, sostenendo anche loro la necessità di un ‘’accordo politico globale’’, come espresso nella Dichiarazione del Cairo, che prevede: lo svolgimento di elezioni presidenziali, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, il cessate il fuoco in Libia a partire da questo lunedì e la fine degli interventi militari ed illegali di stati esterni nel paese quali in primis la Turchia. Il Governo di accordo nazionale libico, d’altra parte, ha respinto l’iniziativa del Cairo lanciata dal presidente egiziano ed è attualmente impegnato nella riconquista della conquista di Sirte

 

Verso una risoluzione politica del conflitto?

Le difficoltà della comunità internazionale nel risolvere la crisi libica – come ha dimostrato la fallimentare Conferenza di Berlino, le ripetute violazioni del cessate il fuoco da entrambe le parti,  l’arrivo di foreign fighters nel paese per mano di stati esterni – non dipende soltanto dall’eterogeneità degli attori coinvolti nel conflitto –  tra cui potenze regionali e internazionali oltre che mercenari proveniente da Europa, Russia e Africa –  ma dal fatto che gli interessi geopolitici degli stati, e la difesa dei loro interessi nazionali, hanno, fin ad adesso, prevalso su una risoluzione politica del conflitto. Il primo ministro al-Serraj ha dichiarato di recente a EuroNews, che le interferenze straniere” hanno prolungato la crisi in Libia complicando la stabilizzazione del paese. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in un rapporto del mese scorso, ha accusato sia al-Sarraj sia Haftar dell’utilizzo di mercenari stranieri all’interno del conflitto. Pertanto, se da una parte Emirati ed Egitto pongono l’accento sulla natura illegale delle azioni di Ankara in Libia, che ha inviato a Tripoli mercenari di origini siriana per combattere a fianco delle truppe di al-Sarraj a partire dalla fine dello scorso anno, d’altra parte la Turchia e le Nazioni Unite mettono sotto accusa gli Emirati Arabi per i loro traffici illegali di combattenti tra Europa e Africa.

 

Il futuro degli Emirati in Libia

Le dinamiche della crisi libica, pertanto, si articolano su più livelli: interno, regionale e internazionale. Nel caso degli Emirati, il loro ruolo nel conflitto ha consistito nell’offrire supporto militare alle truppe di Haftar, risultando tra i suoi maggiori alleati insieme a Egitto, Francia e Russia in funzione anti al-Serraj e dei suoi partner regionali e internazionali tra in cui in primis la Turchia. In seguito alla firma del memorandum d’intesa Ankara-Tripoli, a novembre dello scorso anno, abbiamo assistito ad una escalation del conflitto a cui hanno preso parte, sotto la direzione di Ankara, foreign fighters di origine siriana, e l’intensificarsi dell’operazione di riconquista di Tripoli da parte delle truppe di Haftar forte degli aiuti militari offerti dagli Emirati Arabi e dalla Russia.

Alla luce degli sviluppi delle ultime settimane, in cui le truppe di Haftar hanno registrato una serie di sconfitte, il ruolo di Abu Dhabi nei prossimi mesi dipenderà dal successo delle trattive diplomatiche a cui ha dato avvio al-Sisi con la Dichiarazione del Cairo, e dal coinvolgimento del paese all’interno di queste iniziative, ma anche dal futuro dei foreign fighters, europei e africani, che lavorano per conto di Abu Dhabi per difendere i loro interessi economici e securitari in Libia di fronte  all’avanzata della Turchia nel Mediterraneo orientale.

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Nicki Anastasio

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.
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