Lo si può affermare con certezza: gli USA stanno affrontando uno dei peggiori periodi della propria storia recente. Il combinato disposto di emergenza sanitaria, depressione economica, disoccupazione e, per ultime, le rivolte di massa stanno indebolendo l’amministrazione Trump, anche sul piano internazionale. L’Iran si gode lo spettacolo e, nonostante non sia proprio il Paese ideale per pontificare sul rispetto dei diritti umani, fiuta alcune opportunità a livello internazionale



“Questa è l’America”, rimbomba dalle capitali degli Stati ostili a Washington. Da Pechino a Caracas, passando per Pyongyang fino a Teheran. Le più o meno pacifiche rivolte di massa, scoppiate in varie città americane a seguito dell’omicidio di George Floyd, hanno attirato gli occhi della comunità internazionale sulla Casa Bianca, e sulle modalità di repressione. Quasi per uno scherzo del destino, uno dei primi Paesi ad alzare la voce contro il “razzismo e gli abusi dei diritti umani” perpetrati dagli Stati Uniti è stato l’Iran. Lo stesso Paese che tra novembre e dicembre 2019 ha represso duramente alcune manifestazioni, causando la morte – secondo il regime- di 200 persone (per Amnesty potrebbero essere di più). Il leader Supremo dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei, ha tenuto un discorso sulla televisione di Stato in cui ha denunciato il doppio standard degli USA: compiacenti con gli abusi di diritti umani in casa propria, ma ossessionati dal rispetto degli stessi da parte dei Paesi nemici. Inoltre, rifacendosi allo slogan delle proteste, ha affermato che “non fare respirare gli altri” è nella “natura americana”.



Parole comprensibili, quelle del leader Supremo iraniano, dato che da tempo l’Iran, a causa delle sanzioni americane, boccheggia. Esportazioni petrolifere sensibilmente diminuite, crisi economica, rabbia sociale e poi la diffusione del Coronavirus, che ha visto l’Iran come uno dei primi epicentri in quell’area geografica. Così il regime di Teheran cerca sponde e alleanze internazionali per limitare i danni economici e diplomatici recati dalla politica di massima pressione statunitense. Innanzitutto, si riscontra un grande sostegno nei confronti del Venezuela, anch’essa provata dalle sanzioni economiche statunitensi che ne hanno drasticamente diminuito le esportazioni. Nella seconda metà di maggio, le petroliere di Teheran hanno raggiunto le coste del Venezuela trasportando imponenti aiuti energetici. Un guanto di sfida alla potenza statunitense, proprio nel loro “giardino di casa”.

L’Iran ha anche protestato nelle sedi internazionali, etichettando le sanzioni USA in tempo di pandemia come crimini contro l’umanità. L’ambasciatore dell’Iran all’ONU ha motivato la denuncia, affermando: “È diritto di tutti i paesi avere accesso a medicine, attrezzature e forniture necessarie per prevenire la diffusione del coronavirus, ma l’azione unilaterale degli Stati Uniti ha creato un grave ostacolo alla sua realizzazione”.

Un altro tema di grande rilevanza internazionale è lo stato dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), che i Paesi europei intendono onorare. L’UE ha criticato la decisione degli USA di mettere fine a tre esenzioni dalle sanzioni per tre progetti nucleari a scopi pacifici e civili inseriti nell’accordo JCPOA. I rappresentanti di UE, Germania, Francia e Regno Unito ritengono “il JCPOA come un traguardo chiave per l’architettura globale della non proliferazione nucleare” e attualmente, aggiungono, “è la migliore e sola maniera per assicurare la natura esclusivamente pacifica del programma nucleare iraniano”. La sponda degli Stati europei si presenta cruciale per il futuro dell’Iran, che di certo proseguirà nella campagna di delegittimazione nei confronti del nemico giurato statunitense.

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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