Una nuova serie di attacchi terroristici sta interessando le aree contigue alla capitale irachena, dove cellule appartenenti allo Stato Islamico (IS/Daish) non hanno mai smesso di minacciare le comunità locali anche in seguito all’annuncio del governo iracheno, nel dicembre 2017, della sconfitta dello Stato Islamico nel paese. Alla luce degli eventi degli ultimi mesi, il perdurare delle proteste popolari e le conseguenze dell’acuirsi delle tensioni USA-Iran a seguito all’uccisione del generale Qasim Suleimani, come possiamo interpretare il risveglio del terrorismo nel paese?



Questo lunedì ha preso piede l’operazione militare governativa ‘’Desert Lions’’ nel governatorato di al-Anbar, ad ovest di Baghdad, a seguito di una rinnovata serie di azioni terroristiche, avvenute a nord dell’Iraq, da parte di militanti jihadisti appartenenti allo Stato Islamico (IS/Daish). Tra la notte di venerdì e sabato, si è svolto un attacco terroristico nel governatorato di Salah al-Din che ha portato alla morte di alcuni membri delle forze di mobilitazione popolare (al-Hashd al-Shabi). Tale azione arriva dopo una settimana dall’attacco suicida avvenuto nel governatorato di Kirkuk, al confine con la regione del Kurdistan Iracheno. Tra la notte di giovedì e venerdì, infine, alcune cellule terroristiche hanno preso il controllo del villaggio di Mubarak nel governatorato di Diyala, ad est della capitale irachena.

 

In risposta a questo risveglio dello Stato Islamico in Iraq, il neo-primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhimi, a cui il Parlamento ha votato la sua fiducia la scorsa settimana, ha dichiarato di voler intensificare le operazioni antiterroristiche nel paese ed in particolare nel cosiddetto ‘’triangolo della morte’’ (Kirkuk, Diyala, Salah al-Din). A tal proposito, al-Kadhimi ha promosso il generale Abdel Wahab al-Sadi a capo dell’agenzia antiterrorismo, dopo che quest’ultimo era stato destituito da tale incarico da parte dell’allora primo ministro Adel Abdul Al-Madhi a settembre dello scorso anno. Al-Sadi era stato a comando di operazioni militari di successo contro lo Stato Islamico, a nord dell’Iraq, tra dicembre 2014 e settembre 2017.

La sconfitta apparente dello Stato Islamico

L’ultima azione compiuta dalle cellule terroristiche, ovvero l’assedio del villaggio di Mubarak, pertanto, è solo il più recente di una lunga serie di attacchi che si stanno svolgendo in Iraq da un po’ di tempo a questa parte. Nonostante la sconfitta formale dello Stato Islamico, dichiarata dal governo iracheno a dicembre 2017, alcune cellule terroristiche ‘’dormienti’’ hanno continuato a costituire una minaccia per le popolazioni delle provincie settentrionali del paese. Basti pensare che solo nella prima metà del 2019 ci sono stati 139 attacchi nei governatori di Salah al-Din, Kirkuk, Diyala e Anbar, dove state più di 240 le vittime tra civili e forze di sicurezze governative. A tal proposito, il 27 agosto 2019 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – nella relazione dal titolo ‘’Islamic State in Iraq and Levant Still Global Threat Boasting Affiliated Networks, Residual Wealth, Top Counter-Terrorism Officials Tell Security Council’’- aveva ribadito che lo Stato Islamico continuava a costituire una minaccia per la sicurezza internazionale. In tale occasione, il Segretario Generale aveva sottolineato come le organizzazioni terroristiche continuassero a evolvere le loro reti jihadiste attraverso un crescente numero di attacchi al confine tra Siria e Iraq.

 

La forte instabilità dell’Iraq

A partire da ottobre dello scorso anno, ha preso piede in Iraq un forte movimento di protesta, in particolar modo a Baghdad e nelle provincie meridionali, che denuncia la corruzione delle classi dirigenti, il settarismo del sistema politico inaugurato nel paese all’indomani dell’invasione americana del 2003, e che richiede fine delle interferenze di stati esterni – Stati Uniti e Iran – negli affari interni del paese. Le proteste popolari hanno portato, a novembre dello scorso anno, alle dimissioni del primo ministro Adil Abd al-Mahdi e una impasse politica, durata dieci settimane, riguardo la nomina del primo ministro. Poco dopo che il Parlamento iracheno ha votato la sua fiducia al primo ministro designato Mustafa al-Kadhimi, una nuova esclation di proteste ha preso piede nel paese denunciando le precarie condizioni economiche in cui vive gran parte della popolazione nazionale, acuite dagli effetti del COVID-19 sul mercato petrolifero mondiale.

All’indomani dell’uccisione del generale Qasim Suleimani, a capo delle forze di mobilitazione popolare (al-Hashd al-Shabi), in un attacco aereo avvenuto il 3 gennaio 2020 ad opera degli Stati Uniti, i rapporti tra Washington e Teheran si sono particolarmente tesi portando a nuove instabilità sul territorio iracheno. Si sono intensificate le azioni militari ai danni delle basi militari americane presenti sul territorio, da parte di gruppi paramilitari filoiraniani, e ai danni dei contingenti militari appartenenti alla Coalizione internazionale antiterrorismo istituita nel 2014 per combattere lo Stato Islamico al confine tra Siria e Iraq.

Alla luce della forte instabilità dello stato iracheno, territorio di scontro del conflitto Washington-Teheran, e del perdurare delle proteste popolari, l’immagine che emerge dell’Iraq è quella di un paese fortemente debole, che deve affrontare crisi di molteplice natura ed il cui sistema politico, inaugurato all’indomani dell’invasione americana, appare in forte crisi. In considerazione del fatto che sono proprio le instabilità interne, la scarsa legittimità statale e i vuoti di potere che permettono ai gruppi terroristici di guadagnare terreno, e rafforzare le loro reti jihadiste, non stupisce il fatto che alcune cellule appartenenti allo Stato Islamico si siano risvegliate nelle ultime settimane e, in particolare modo, a nord dell’Iraq dove la loro presenza non è mai stata completamente debellata e dove, nel corso degli anni, hanno preso forma le varie declinazioni del terrorismo di matrice jihadista salafita nella terra dei due fiumi.

The following two tabs change content below.
Nicki Anastasio

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: