Alla fine del mese di agosto una delegazione del Regno Unito ha visitato la regione curda nel nord e nell’est della Siria dove ha incontrato alcuni partiti curdi, tra loro rivali, tra cui il Consiglio nazionale curdo (KNC) e il Partito dell’unione democratica (PYD), con lo scopo di rimuovere gli ostacoli al dialogo tra le parti sullo status della Siria nord-orientale e sul futuro della regione medesima. La delegazione britannica ha ascoltato le parti e discusso di aspetti umanitari, della problematica legata al controllo dei jihadisti nelle diverse prigioni tra cui quella di Raqqa, del loro futuro e di quello politico della Siria post-conflitto.

La visita di alcuni rappresentanti londinesi si colloca nel momento in cui la Francia tenta di rafforzare il proprio ruolo tra i partiti curdi in Siria e il supporto alle loro azioni militari a est dell’Eufrate contro le sacche residuali dell’Isis. Parigi, come Londra, ha incrementato il numero delle proprie truppe a supporto della colazione internazionale con a capo gli Stati Uniti dopo che questi avevano chiesto un maggiore impegno e ambisce a ritagliarsi un proprio spazio nel Siraq dal punto di vista politico ed economico. Per il momento la Francia, con il 15% in più delle proprie truppe di terra, deve anche prendere in considerazione l’ipotesi poco probabile di sostituire quelle statunitensi e perciò fornire garanzie.
La presenza inglese e francese nell’est siriano è aumentata dopo che entrambe le parti hanno cessato di fornire supporto ai ribelli dell’opposizione che dovevano rovesciare il regime di Assad a partire dal 2012 e in seguito alle manovre militari di quest’anno che hanno perso a Damasco di riprendere il controllo di ampie parti del proprio territorio. Inoltre, si annovera la partecipazione di cittadini britannici nel gruppo dei White Helmets, un’organizzazione umanitaria formata da diversi volontari che opera specialmente nelle aree controllate dagli insorti per aiutare i civili dal punto di vista medico.

La Gran Bretagna segue la politica estera di Washington sulla Siria ma ambisce a dialogare con i Curdi non solo per mediare nel dialogo intra-curdo ma anche per avere maggiore influenza politica sulla regione autoamministrata, per risolvere la faccenda dei numerosi jihadisti che potrebbero essere rimpatriati in Europa e sull’implementazione della safe-zone nel nord-est che in questi giorni è diventata operativa dopo le “trattative” tra Turchia e USA. Londra sembrerebbe interessata alla processo di formazione di una nuova costituzione siriana che ridefinirebbe l’assetto politico del Paese. Per il momento l’ambasciata londinese a Damasco è chiusa ma non si potrebbe escludere la riaperta anche per tentare di accelerare il dialogo tra il regime baathista e i Curdi. Non è la priorità assoluta, però, per un Paese che deve ancora sciogliere il nodo Brexit.

Escludendo che la politica estera londinese in Siria possa in qualche modo forgiare o rappresentare quella dell’Unione Europea, se il Regno Unito continuasse a esser presente in Siria, gli Stati Uniti potrebbero anche usare Londra come pedina per evitare che Mosca possa fare il passo più lungo per risolvere i contenziosi tra Assad e i Curdi e che l’Iran possa espandersi nell’est siriano.

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