Tra le numerose priorità che dovrà affrontare il nuovo Ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, una riveste grande rilevanza per le nostre forze armate (l’Aeronautica Militare in particolare), e riguarda da vicino il futuro della forza da combattimento aereo di cui disporrà (o meglio, dovrebbe disporre) il nostro Paese. Si tratta del caccia di 6° generazione, il cosiddetto programma Tempest.

Proprio negli scorsi giorni il Ministero della Difesa, ancora sotto la guida dell’ormai ex Ministro Elisabetta Trenta, aveva annunciato l’entrata dell’Italia nel programma britannico Tempest relativo alla progettazione, sviluppo e realizzazione del futuro caccia di 6° generazione per le forze armate inglesi. Il progetto Tempest era stato svelato lo scorso anno durante l’air show di Farnborough, e rappresenta la controparte del progetto franco-tedesco FCAS (Future Combat Air System), relativo sempre allo sviluppo di un aereo da combattimento di nuova generazione.

Da diverso tempo era forte la richiesta relativa alla necessità da parte dell’Italia di prendere una decisione in merito allo sviluppo del nuovo caccia, una richiesta proveniente sia dagli ambienti militari che da quelli dell’industria nazionale e che si era fatta sempre più insistente col passare del tempo. Ciò era dovuto al fatto che i principali Paesi europei si erano già messi in moto da tempo sulla questione, mentre l’Italia rimaneva (ma lo è ancora) in secondo piano. Al progetto franco-tedesco FCAS, cui di recente si è aggiunta la Spagna, il Regno Unito aveva risposto col programma Tempest, che nel frattempo ha accolto anche la Svezia. L’ultimo grande attore rimasto era appunto l’Italia, la quale ha ufficialmente comunicato la propria adesione al progetto con la firma di un Memorandum of Intent (Dichiarazione di intenti) tra il Ministero della Difesa italiano e la controparte britannica[1]. La dichiarazione di intenti rappresenta il primo passo per strutturare una collaborazione specifica riguardo al progetto, non contenendo ancora nessun impegno a carattere vincolante per l’Italia (non viene precisato ad esempio quante risorse finanziare dovrebbe investire Roma e per quali scopi), ma si tratta di una notizia importante, dal momento che il nostro Paese ha chiarito per la prima volta la sua volontà di partecipare attivamente al progetto.

Il programma Tempest si inserisce nel quadro del rinnovamento della flotta aerea di diversi Stati europei, un processo la cui fase iniziale è in atto già da diverso tempo. Realizzare un nuovo aereo da combattimento richiede, infatti, un arco temporale di diversi anni, per non dire decenni, considerando che l’entrata in servizio dei nuovi velivoli è prevista per il 2035-2040. In questo lasso di tempo è necessario progettare, sviluppare e collaudare il nuovo aeromobile, nonché introdurre e sperimentare nuove tecnologie, compiti sicuramente non facili né di breve durata. A tutto ciò bisogna aggiungere l’elevata instabilità e competizione nello scenario internazionale, che rendono necessario per i Paesi europei dotarsi di mezzi d’arma moderni e all’avanguardia, ma allo stesso tempo di progettare e costruire aerei da combattimento dall’alto rendimento in maniera autonoma e indipendente dall’alleato statunitense (come fatto in passato con i velivoli di 4° generazione Panavia Tornado ed Eurofighter Typhoon). Si tratta quindi di sviluppare e mantenere le capacità industriali e tecnologiche europee, in seno alla competizione globale che vede sempre più attori protagonisti (non solo Stati Uniti e Russia, ma anche Cina, India, Turchia, Giappone e Corea del Sud)[2].

Modello del velivolo rivelato durante la presentazione del Programma Tempest nel 2018

L’Italia ha dovuto decidere, nei mesi passati, se entrare a far parte del progetto britannico Tempest, oppure di quello franco-tedesco, propendendo alla fine per il primo. La scelta non si è rivelata facile né veloce, dovendo tenere conto di diversi fattori, ma alla fine, secondo diversi esperti del settore, il Tempest rappresentava la soluzione migliore, per diversi motivi. Dal punto di vista industriale, era una scelta quasi “scontata” dal momento che la filiale inglese di Leonardo era già coinvolta nel progetto, motivo per cui non avrebbe avuto senso disperdere energie, risorse e tempo su due progetti differenti ma il cui obiettivo finale è il medesimo.

Da un punto di vista prettamente militare, il Regno Unito e l’Italia hanno condiviso molti dei principali sistemi aerei degli ultimi anni, producendo insieme il Tornado e il Typhoon. Inoltre, entrambi i Paesi operano con l’F-35 di produzione americana. Questo significa che le aeronautiche dei due Stati hanno esigenze simili, seppur non completamente identiche, hanno già esperienza nell’operare con la medesima piattaforma aerea, hanno condiviso tanto aeromobili di 4° generazione, quanto quelli di 5°, ed è quindi plausibile che possano farlo anche con i futuri aerei di 6° generazione. Proprio l’F-35, adoperato da Regno Unito e Italia ma non da Francia e Germania, fa sì che i due Paesi abbiamo un’esperienza diretta sull’impiego di caccia stealth di quinta generazione, condividendo dati e modalità d’impiego, e possedendo così una base più o meno solida per la costruzione della generazione futura, a differenza appunto del consorzio franco-tedesco. In aggiunta, adoperando gli stessi velivoli che sono entrati in servizio più o meno negli stessi anni, hanno necessità temporali e tempistiche d’impiego molto simili, e potranno condividere anche i costi di manutenzione futuri, elaborando dottrine operative congiunte come già successo con i modelli precedenti (Tornado – Eurofighter – F-35 appunto).

Infine, un ultimo fattore riguarda la possibilità (non ancora del tutto definita) di partecipare al progetto in una posizione di primo piano, forse non alla pari del Regno Unito, ma comunque come partner di primo livello, contribuendo attivamente all’elaborazione delle specifiche del velivolo, alla progettazione e alla costruzione, mentre il progetto franco-tedesco FCAS sembrava relegare l’ipotetica partecipazione italiana ad un ruolo, quasi sicuramente, di secondo piano, non solo a livello industriale, ma anche politico.

Il Programma Tempest rappresenta dunque una sfida importante per il nostro Paese. Nonostante l’adesione un po’ tardiva al progetto, l’Italia ha la possibilità di ritagliarsi un ruolo da protagonista, contribuendo attivamente a realizzare quello che dovrebbe divenire il perno futuro della componente aerea delle nostre forze armate. In uno scenario geopolitico sempre più instabile e incerto, dotarsi di un sistema aereo tecnologicamente avanzato e di produzione europea costituisce un elemento di enorme rilevanza per la sicurezza del nostro Paese e per il nostro interesse nazionale.


[1] https://www.analisidifesa.it/2019/09/litalia-aderisce-al-programma-britannico-per-il-caccia-tempest/

[2] https://www.iai.it/it/pubblicazioni/il-futuro-velivolo-da-combattimento-e-leuropa-executive-summary

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