Secondo diversi osservatori economici l’annunciata recessione economica mondiale potrebbe colpire fortemente il settore delle energie rinnovabili: lo scenario più plausibile è quello di un taglio di fondi da parte delle principali economie mondiali sulla ricerca, sulla costruzione d’impianti e d’infrastrutture, nonché sui progetti di transizione energetica. Effettivamente se il periodo del Lockdown in molti paesi ha visto una forte diminuzione delle emissioni di CO2, questa previsione economica non incoraggia le speranze in un futuro più sostenibile. Tuttavia, osservando le ultime tendenze durante la pandemia, sembrerebbe che gli investimenti nelle rinnovabili non abbiano subito un significante rallentamento, rispetto al resto dei settori maggiormente colpiti dalla crisi sanitaria. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, che recentemente ha pubblicato la Global Energy Review 2020, la domanda di energia globale nel 2020 calerà del 6%, benché in questo contesto il ruolo delle rinnovabili sembri destinato ad estendersi fino a raggiungere quest’ano il 40% della produzione elettrica globale. I costi delle energie rinnovabili diventano infatti sempre più economici, soprattutto dovuto ai bassi costi della priorità di dispacciamento. Sempre nel 2020 è previsto inoltre che i costi delle fonti rinnovabili saranno inferiori a quelli dei fossili.

Non saranno tuttavia unicamente le fonti rinnovabili a rivoluzionare il panorama energetico nei prossimi decenni. È attualmente in fase di sperimentazione uno dei più grandi e ambiziosi progetti in materia d’energia: l’ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor). Si tratta di un piano per riprodurre sulla terra lo stesso processo che mantiene in vita il sole e le stelle, la fusione termonucleare. Lo scopo di tal progetto è quello di sviluppare una fonte d’energia nucleare più redditizia, ma soprattutto ecologica, poiché partendo dalla fusione di atomi d’idrogeno, non verrà impiegato l’uranio e dunque non ci saranno scorie altamente radioattive. La sperimentazione del nuovo reattore termonucleare costruito a Cardarache (nel sud della Francia), sono state continuamente rimandate. Considerando però i diversi ostacoli tecnici ancora da superare, gli osservatori accordano nell’annunciare che la realizzazione della prima centrale a fusioni dimostrativa non avrà luogo prima del 2050.

La centrale nucleare del futuro prevede di utilizzare il gas ionizzato (plasma) come combustibile, confinato in un potente campo magnetico all’interno di una macchina chiamata Tokamak. Un anello cilindrico, all’interno della quale il plasma, che toccherà una temperatura di 150 milioni di gradi, verrebbe mantenuto sospeso attraverso il campo magnetico, affinché quest’ultimo non entri a contatto le pareti del Tokamak. Un processo così complesso e ambizioso spiegherebbe la ragione per la quale non si possano avere delle stime precise sulla sua realizzazione. Nel 2025 è prevista la sperimentazione del Tokamak per la produzione del plasma. Si teme però, che come tutti i tentativi di fusione nucleare attuati finora, il processo non raggiunga un bilancio energetico soddisfacente. Motivo per il quale la ricerca nel settore richiede miliardi di dollari. Ben 35 Stati stanno cooperando all’ITER: l’UE, gli Stati Uniti, la Russia, il Giappone, la Cina, la Corea del Sud e l’India. Se da una parte questi consorzi internazionali rendono ingenti somme di finanziamento possibili, dall’altro lato dei rallentamenti di causa organizzativa e burocratica sono prevedibili.

Il progetto ITER vede un grande coinvolgimento da parte del made in Italy. In particolare sono state commissionate aziende per la costruzione del gigantesco magnete superconduttore, il più grande finora realizzato, che sarà fondamentale nel processo di confinamento del plasma incandescente, che fonderà le particelle d’idrogeno. Una collaborazione che vede un investimento di 500 milioni e che conta circa 500 aziende italiane. Il successo di quest’opera significherebbe un enorme passo per l’energia del futuro, nonché rendere il sogno di un’infinita fonte energetica sostenibile una realtà concreta. La realizzabilità del progetto non è tuttavia scontata, ci sono infatti diversi punti nel quale il progetto viene altamente criticato. Il primo problema sarebbe legato al plasma, che riscaldato a 150 milioni di gradi, non è possibile prevedere nel caso in cui il campo magnetico che lo confina venisse meno, entrando così a contatto con la materia. È vero che nel CERN di Ginevra è stato registrato un nuovo record di 4 Miliardi di gradi raggiunti, ma è altrettanto vero che si trattano di temperature raggiunte in una piccola frazione di secondi. 

Per alimentare una fusione nucleare è inoltre necessario mantenere il plasma a milioni di gradi per dei tempi molto più lunghi. La questione della temperatura da raggiungere per una lunga durata genera il secondo dubbio legato al progetto, ovvero il bilancio energetico. Molti esperti ritengono che fra l’energia ottenuta, potrebbe non superare di molto la quantità impiegata nel processo. Un altro punto non molto chiaro è legato alla produzione di scorie radioattive generate dalla fusione: resta infatti d’accertare se esse abbiano durata minore rispetto alle scorie d’uranio, oltre che a un carico radioattivo apparentemente innocuo per la salute umana. Appare chiaro che molti scettici si domandano il perché investire delle cifre così significative in un progetto, la cui realizzabilità sembra lontana e insicura, quando è possibile investire tali risorse, nell’implementazione delle energie rinnovabili.

Non è tuttavia da escludere che il lungo cammino, verso la possibile realizzazione di questo progetto, potrebbe portare ad ulteriori scoperte nell’ambito tecnico-energetico. È fondamentale che la cooperazione fra i 35 stati in questo piano non venga compromessa, provocando ulteriori ritardi alle sperimentazioni. In questo contesto non appare ancora del tutto chiara la posizione del Regno Unito in seguito alle conseguenze della Brexit e il conseguente abbandono dell’Euratom (Comunità europea dell’energia atomica). Attualmente nessuno Stato membro dell’Unione europea è parte diretta dell’Accordo ITER; la parte contraente ufficiale è l’Euratom, rappresentata al Consiglio ITER dalla Commissione europea. Secondi gli ultimi aggiornamenti il paese avrebbe dichiarato di voler rimanere nel progetto. Durante il prossimo periodo di transizione, i funzionari del Regno Unito e dell’UE prenderanno in considerazione molti aspetti delle relazioni tra il Regno Unito e l’UE. A seconda di tali negoziati, il Regno Unito potrebbe cercare di definire una nuova relazione con l’Euratom, oppure il Regno Unito potrebbe cercare di stabilire una diversa forma di accordo giuridico con l’ITER previa approvazione da parte di quest’ultimo e dell’UE.

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