Approfittando della pandemia, Victor Orban ha pesantemente limitato la libertà di stampa. Ma che tutele ha quest’ultima nella Costituzione ungherese? Una comparazione di tre modelli giuridici.

 Lo scorso 30 Marzo, il Parlamento di Budapest con 137 voti a favore e 53 contrari ha approvato la “Legge di autorizzazione” che assicura al premier, Viktor Orbán, pieni poteri per contrastare l’emergenza da Covid-19. Questo provvedimento oltre a permettere al primo ministro ungherese di governare, per un periodo indeterminato, senza ricorrere al Parlamento, prevede pene da uno a dieci anni per chi diffonde “notizie false”.

Dopo una campagna diffamatoria, condotta da giornalisti filogovernativi, che accusava i media indipendenti di pubblicare false informazioni sulla pandemia, si è giunti a questa legge che nel suo testo estremamente vago, non stabilisce chi dovrà verificare la veridicità di un’informazione. Da questa azione si intravede così, un ulteriore colpo alla traballante libertà di stampa dell’Ungheria. L’analisi propone una prospettiva di comparazione tra tre sistemi giuridici, quello italiano, estremamente liberale, quello ungherese e quello cinese, che impongono alcune repressioni alla libertà di espressione e di stampa all’interno del loro territorio.

Il livello di tutela della libertà di stampa, attualmente individuato all’art. IX della Cost. Ungherese, è stato oggetto negli ultimi anni di riforme costituzionali ed ordinarie. La ristrutturazione del sistema di regolamentazione dei media ungherese è iniziata nel 2010, quando Viktor Orbán ha fatto approvare dalla sua maggioranza parlamentare un pacchetto di provvedimenti che rafforzava il controllo del governo nel settore radiotelevisivo.

Dopo alcune trattative con l’Unione Europea ed una sentenza della Corte costituzionale ungherese, nel 2012 è entrata in vigore una nuova revisione costituzionale che ha prodotto un’involuzione della tutela della libertà di espressione.In primo luogo, è finito nel dimenticatoio il diritto ad informarsi riconosciuto a tutti i cittadini. In secondo luogo, è sparito il riferimento al quorum della maggioranza qualificata dei 2/3 per l’adozione della legislazione a tutela della libertà d’informazione, fornendo così la possibilità al governante di turno, di poter adottare con rango ordinario, una legislazione contraria alla libertà di stampa, come accaduto ultimamente con la sopraccitata “Legge di autorizzazione”.

Infine, si è abbassato il livello di giustiziabilità dei diritti e delle libertà fondamentali, a cominciare dalla libertà di espressione e comunicazione. È stato infatti eliminata l’actio popularis, che garantisce a ciascun cittadino, indipendentemente da qualsiasi titolo o interesse, la possibilità di promuovere un giudizio di costituzionalità di una legge ritenuta contraria ai diritti fondamentali garantiti dal testo costituzionale. Un’arma in meno a favore degli individui per far valere la contrarietà della legislazione ordinaria, a cominciare da quella dei media.

L’Ungheria nel 2019 secondo Reporters without Borders, si trova all’87°posto nella World Press Freedom Indexperdendo 14 posizioni rispetto alla classifica del 2018. Questo è stato causato dalla creazione di un consorzio pro-Orban formato da quotidiani privati, canali TV, stazioni radio e siti Web, concentrato totalmente nelle mani degli oligarchi alleati con il governo nazionalista.

Andando verso Oriente, guardiamo all’ordinamento giuridico cinese, che da sempre opera uno stringente controllo sui media. Emblematico è il caso del medico Li Wenliang, morto a febbraio a causa del virus, che per primo all’inizio di gennaio aveva cercato di dare l’allarme sull’epidemia, ma è stato prontamente censurato dalle autorità competenti. La più alta corte cinese, la Corte Suprema del Popolo, inoltre, ha riconosciuto valide le accuse nei conforti del medico, poiché le dichiarazioni avrebbero contribuito ad indebolire la lotta all’epidemia.

Nel mese di febbraio, il governo di Pechino oltre a rafforzare il controllo su social media e blog per censurare vari topics sull’epidemia, ha richiesto l’arresto di due giornalisti e due commentatori politici che avevano denunciato alcune carenze nella gestione dell’emergenza. Lo stretto legame tra propaganda politica e censura ha contribuito alla diffusione di false voci sulle origini dell’epidemia e sul suo propagarsi.

La libertà di stampa nella Cina contemporanea ha iniziato a svilupparsi con la riforma dei media del 1979, anno da cui si rafforzò l’importanza mediatica del Partito Comunista, esortando i comitati locali di ogni livello ad avviare ciascuno la propria testata giornalistica. Questo portò alla riapertura delle inserzioni pubblicitarie all’interno dei giornali e nel 1992 alla loro autosufficienza finanziaria. In sostanza i media iniziarono a concepire i lettori come consumatori verso cui orientare il proprio prodotto editoriale, una massa da educare.

La Costituzione della Repubblica Popolare Cinese, oggi, promuove lo sviluppo della stampa all’art. 22 e ne garantisce la libertà all’art. 35. Tutto ciò unitamente con il diritto di portare critiche e suggerimenti come indicato dall’art. 41. Le leggi vigenti indicano che solo i giornalisti legalmente accreditati con tesserino, rilasciato dal General Administration of Press and Publication (GAPP) possono raccogliere notizie. Negli ultimi anni la stampa cinese ha subito una riorganizzazione con la creazione di grandi gruppi editoriali che possano competere con quelli stranieri. Dopo il disastro mediatico causato dall’epidemia Sars nel 2003, si è creata una nuova strategia utilizzata dai media cinesi, che tende a raccontare i fatti in prima battuta in modo da imporre la propria narrazione per non lasciare un vuoto mediatico manipolabile dai reporter stranieri per descrivere la crisi.

Un altro punto pericoloso è rappresentato dal “controllo annuale” che verifica con parametri soggettivi la qualità della pubblicazione, la conformità alla morale e alla pratica socialista e lo standard di stile. Solo se si supera questo accertamento si possono proseguire le pubblicazioni. Un rapporto di Reporters without Borders (RSF) che ha inserito la Cina al 177 posto nella World Press Freedom Index, indica che la repressione sulla libertà di stampa in questo paese rappresenta una minaccia diretta per le democrazie internazionali e qualifica il presidente cinese Xi Jinping come un nemico della democrazia, dei valori universali, dei diritti umani e della libertà di stampa.

In Cina, in definitiva, la stampa è sostanzialmente asservita alla narrazione governativa di una neonata potenza egemone. Dopo aver parlato di due paesi geograficamente lontani ma vicini nella repressione della libertà di stampa, vediamo come questa tematica si sviluppa in Italia. La libertà di stampa in Italia è sancita e tutelata dall’art. 21 della Costituzione. Questa disposizione oltre ad individuare il diritto a non essere ostacolati nella formazione delle proprie opinioni, indica la possibilità per il soggetto di manifestare il proprio pensiero attraverso i diritti di critica, cronaca e satira.  A livello costituzionale ed ordinario, viene fatto divieto di sottoporre la stampa ad autorizzazioni o censure oppure al sequestro. In questo modo si impedisce che l’attività diretta a produrre stampati sia sottoposta ad una forma di controllo preventivo da parte della pubblica autorità. Il sequestro può essere disposto solo con atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso della commissione di reati d’opinione.

Per affrontare l’emergenza Coronavirus dal punto di vista informativo è stata istituita dal Governo Conte, con qualche malumore da parte dell’opposizione, una task force, che ha i compiti di analizzare le fonti che generano e diffondono fake news e lavorare alla sensibilizzazione attraverso campagne di comunicazione. Il diritto di critica è funzionale alla dialettica democratica e comporta la diffusione di una valutazione soggettiva mentre il diritto di cronaca consiste nel riferire un’informazione in maniera obiettiva. La cronaca nasce con il fatto e lo descrive, la critica segue la descrizione del fatto e lo valuta. La legislazione sull’editoria, inoltre, ha adottato disposizioni dirette ad evitare concertazioni oligopolistiche ed ha istituito l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM), che ha funzioni di regolamentazione e vigilanza nei settori delle telecomunicazioni, dell’audiovisivo e dell’editoria.

Nel 2019 l’Italia è stata inserita al 43 posto nella World Press Freedom Index, con una crescita di tre posti in più rispetto al 2018. Secondo RSF il livello di violenza contro i giornalisti continua a crescere, soprattutto a Roma e nelle regioni del Sud, a causa delle gravi minacce o tentativi di omicidio da parte della mafia. Si afferma poi che nel complesso, i politici italiani sono meno aggressivi nei confronti dei giornalisti rispetto al passato. In Italia, dunque, la stampa è libera ed indipendente. Ciò dipende sia dalla differenza strutturale dell’ordinamento cinese e italiano, ma anche dalle differenti forme di governo dei tre Paesi presi in esame. L’auspicio è che, alla fine dell’epidemia, anche la stampa ungherese e cinese possano uscirne innovate.

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