Il voltafaccia di Trump, avvenuto ad inizio ottobre 2019 ai danni del popolo curdo, non è affatto una novità per la storia. E’ infatti impossibile capire a fondo la decisione della Casa Bianca di non impedire l’offensiva turca contro i curdi siriani, senza capire le origini delle relazioni curdo-americane.

I curdi sono uno dei più grandi gruppi etnici del mondo senza uno stato. Il popolo curdo, che abita nella regione a sud dei laghi Van e Urmia almeno dal 10° secolo D.C., è identificato da propri tratti culturali e da un proprio ceppo linguistico (anche se la maggioranza dei curdi è bilingue, parlando anche la lingua dello stato che li ospita: arabo, persiano o turco). I curdi sono in maggioranza musulmani sunniti (della scuola shafi’ita) con una significativa presenza di sciiti; sono inoltre presenti minoranze di altre religioni, tra le quali quella cristiana. Un popolo senza terra che da secoli è intrappolato nelle lotte di potere tra i giganti del Medio Oriente. Nonostante negli ultimi anni le milizie curde di Iraq e Siria abbiano ottenuto una certa popolarità negli Stati Uniti e nel resto del mondo occidentale, ancora non vi è un grande sostegno internazionale per ciò che riguarda l’istituzione di un vero e proprio stato curdo indipendente.

Nonostante la loro grande presenza sul territorio, successivamente alla caduta dell’Impero Ottomano, i curdi non ricevettero uno stato. L’accordo di Sykes-Picot del 1916, con cui Francia e Regno Unito intendevano spartirsi il Medio Oriente, divise quindi l’Impero Ottomano in diversi stati nazione, ma non prese in considerazione come l’area fosse divisa etnicamente. I curdi, quindi, lasciati da parte durante gli accordi di Sykes-Picot, negoziarono l’istituzione di un loro stato con il trattato di Sevres del 1920, che però non andò a buon fine. Tale trattato, che avrebbe dovuto suddividere la Turchia moderna in diverse zone, compresa una curda e una armena, non fu mai ratificato a causa del forte nazionalismo turco, guidato da KemalAtaturk.

Dopo alcuni decenni di quiete, nel 1958, successivamente al colpo di stato di Qassim che portò alla fine della monarchia in Iraq, i curdi cercarono di battersi per ottenere un certo grado di autonomia all’interno del paese, dando inizio a una rivolta che presto diventò la prima guerra curdo-irachena. Durante tale guerra, che iniziò ufficialmente nel 1960, gli Stati Uniti decisero di non intervenire in alcun modo, adottando una politica di non interferenza. Al tempo, infatti, la destabilizzazione dell’Iraq non era assolutamente negli interessi degli americani, che invece auspicavano di mantenere buone relazioni con Baghdad. Gli statunitensi, inoltre sospettavano che il leader dei curdi d’Iraq, Mustafa Barzani, appena tornato da un lungo esilio nell’Unione Sovietica, potesse avere stretti legami con il comunismo.

La guerra non ebbe reali cenni di arresto fino al 1968, quando il partito Ba’th tornò al potere in Iraq. Agli inizi molto devoto all’unità irachena, nel marzo 1970, il partito Ba’th di cui Saddam Hussein era diventato leader, decise invece di rilassare i rapporti con i curdi e si riuscì a raggiungere un accordo che sostanzialmente prevedeva la formazione di una autonomia curda all’interno di un Iraq unito, ma che sarebbe entrato in vigore solo a quattro anni dalla firma, ossia nel marzo 1974. Tale accordo, quindi, servì ad entrambe le parti per prendere tempo, da una parte Saddam ebbe la possibilità di consolidare il suo potere, e dall’altra Barzani poté assicurare ai curdi iracheni la preziosa alleanza di tre paesi in particolare: Israele, Iran e Stati Uniti.

Saddam Hussein e Mustafa Barzani il 10 Marzo 1970, prima della firma dell’accordo.

Infatti, già durante la prima guerra curdo-irachena, iniziata nel 1960, Israele e Iran si erano presto resi conto che i curdi avrebbero potuto svolgere il ruolo di alleati strategici al fine di tenere a bada il forte movimento nazionalista arabo presente in Iraq, ovviamente tenendo impegnate le milizie irachene. Nel 1962, i servizi segreti iraniani, agli ordini dello Scià Reza Pahlavi, quindi, iniziarono a sostenere finanziariamente la rivolta curda in Iraq, per destabilizzare il potere di Baghdad.
Due anni dopo, Israele si unì allo Scià nel supporto della causa curda. L’obiettivo di Iran e Israele era infatti quello di sostenere il popolo curdo affinché l’esercito di Saddam, troppo occupato a gestire la questione curda, non potesse né impegnare le sue forze militari contro Israele e neppure impedire agli iraniani di perseguire le loro ambizioni territoriali nel golfo persico.
La strategia, infatti, diede i suoi frutti quando l’Iraq non poté partecipare alla guerra panaraba contro Israele nel 1967 e quando, per la guerra del 1973, Saddam riuscì a riunire solo una divisione corazzata, poiché la stragrande maggioranza delle sue forze militari erano occupate con i curdi nel nord dell’Iraq.

L’alleanza tra curdi e americani richiese invece molto più tempo. Dopo la morte di Nasser nel 1970 ed il ritiro dei britannici dal golfo persico, come già accennato, l’Iran riempì il vuoto di potere nell’area con l’obiettivo di indebolire l’Iraq sia economicamente che militarmente. Inoltre, il rafforzamento dei rapporti tra Iraq e Unione Sovietica, suggellati da alcuni accordi tra il 1971 e il 1972, allarmò gli americani che, spinti dallo Scià, decisero di iniziare a supportare i curdi al fine di destabilizzare il regime di Saddam, affidando l’operazione alla CIA. A partire dal 1972, quando il conflitto tra Iraq e curdi si riaccese, l’amministrazione Nixon spesso consigliò Iran e Israele su come preparare i curdi a un grande scontro con Saddam.

Quando arrivò il marzo 1974, il leader del regime iracheno decise unilateralmente di modificare a suo vantaggio alcuni punti dell’accordo raggiunto quattro anni prima con i curdi. Barzani chiese quindi supporto a Iran e Stati Uniti, e Nixon alla fine decise di aumentare il livello di assistenza americana al popolo curdo d’Iraq. La linea americana riguardo la questione curda era tuttavia molto diversa da ciò che i curdi avrebbero desiderato. Come Kissinger scrisse all’ambasciatore americano a Teheran nel 1974, gli obiettivi americani concernenti la questione si limitavano a concedere al popolo curdo i mezzi per domare l’esercito iracheno, allo stesso tempo riconoscendo che l’opzione di una indipendenza curda non fosse in alcun modo praticabile per ragioni sia economiche che politiche, aggiungendo che sia gli Stati Uniti che l’Iran non avrebbero avuto alcun interesse ad abbandonare la possibilità di trovare in un Iraq più moderato un ottimo alleato. Inoltre, un’eventuale l’indipendenza del Kurdistan dall’Iraq avrebbe potuto rappresentare una chiara minaccia per l’Iran, che ospita anch’esso una minoranza curda.

Lo Scià vide i curdi non come un popolo, ma come uno strumento utile ad indebolire il suo grande nemico: Saddam. Come volevasi dimostrare, nel 1975, quando l’esercito iracheno lanciò un’enorme offensiva ai danni dei curdi, guadagnando molto territorio, l’Iran, certo che la carta dei curdi non fosse più giocabile, decise di abbandonarli facendo trovare Stati Uniti e Israele davanti a un fatto ormai compiuto. In cambio di alcune concessioni territoriali fatte da Saddam, con gli accordi di Algeri del marzo 1975, lo Scià assicurò la cessazione del supporto alla questione curda. Pochi giorni dopo, l’Iran sigillò i suoi confini, lasciando i curdi essenzialmente in pasto ai lupi. Con la chiusura dei confini iraniani, anche Israele e Stati Uniti furono impossibilitati a fornire assistenza al popolo curdo. Le forze di Saddam uccisero migliaia di curdi e distrussero i loro villaggi.

Durante la guerra Iran-Iraq nel corso degli anni ottanta, quando, caduto il regime dello Shah di Persia e instauratosi il regime teocratico dell’Imam Khomeini, l’alleanza tra Iran e Stati Uniti era ormai solo un lontano ricordo, i curdi e gli americani si trovarono a supportare fazioni diverse.
In quel periodo Saddam perpetrò violenze inaudite ai danni del popolo curdo, utilizzando armi chimiche e commettendo quello che poi sarebbe stato riconosciuto come il genocidio dell’Anfal, che portò al massacro di almeno cinquantamila curdi presenti sul territorio.

Rifugiati del genocidio dell’Anfal

L’invasione del Kuwait da parte di Saddam nel 1990, segnò un altro momento di grande sofferenza per i curdi, scandito nuovamente da un intervento americano contro Saddam Hussein. Una volta raggiunta la fine delle operazioni militari, nel febbraio 1991, e sconfitto l’esercito Saddam, il presidente americano George H. W. Bush esortò il popolo curdo a ribellarsi contro il regime iracheno. Bush era infatti preoccupato poiché, nonostante Saddam fosse stato sconfitto, il suo regime era ancora in piedi. Ovviamente, il sostegno di Bush ai curdi ancora una volta non era concepito come supporto alla causa curda in sé, ma semplicemente come supporto a quella che avrebbe potuto essere una fonte di pericolo per Saddam. La storia del 1975 si ripeté: dopo essere stati spinti a combattere, i curdi vennero lasciati soli davanti alle sanguinose conseguenze delle loro aspirazioni. Gli americani cercarono di rimediare, quando, con l’operazione Provide Comfort, stabilirono una no-fly zone sul nord dell’Iraq consegnando la pace al popolo curdo. Nel 1992 i curdi iracheni riuscirono a fondare il Governo Regionale del Kurdistan, che si dimostrò un alleato fondamentale per gli americani sia durante la guerra in Iraq iniziata nel 2003, sia contro l’ISIS dal 2014.

Nonostante le continue sfide, il popolo curdo è comunque riuscito a sopravvivere nel tempo.
Il sostegno arrivato dalle potenze occidentali, solitamente è stato accompagnato da scontri sanguinosi con altre potenze regionali, ma è la geopolitica, in realtà, il più grande nemico della questione curda. Il Kurdistan è una piccola regione senza sbocco sul mare, che non potrebbe partecipare all’economia internazionale senza contare sull’appoggio dei paesi ostili che la circondano. Nonostante gli Stati Uniti possano sicuramente aver simpatizzato per la causa curda, recentemente e nel passato, gli americani hanno sempre dimostrato una cerca riluttanza nel sostenere una loro vera e propria indipendenza. Ancora oggi è possibile affermare che la costruzione di uno stato curdo, senza un chiaro e stabile appoggio diplomatico da parte di altre potenze, soprattutto regionali, è pressoché impossibile.

I curdi si rivelano quindi essere, per le potenze occidentali, una semplice pedina nel Medio Oriente. Quando nel 2014 gli Stati Uniti si misero a capo di una coalizione internazionale al fine di sconfiggere l’ISIS decisero di ricorrere solamente a raid aerei. Furono solo i curdi, questa volta siriani, a impegnare i propri soldati sul campo poiché nessuno stato partecipante alla missione aveva la minima intenzione di inviare forze di terra.

Il recente voltafaccia di Trump, che sostanzialmente ha consegnato al leader Turco Erdogan il via libera all’invasione militare, è solo l’ennesimo tradimento americano ai danni di un alleato utile, ma sempre entro certi limiti e sotto certe condizioni.

Il tradimento avvenuto nel 1975 non ha fatto altro che preparare il terreno per il futuro delle relazioni tra Stati Uniti e popolo curdo. La decisione di Trump, oltre che ad avere il fine di destabilizzare ulteriormente l’area, è quindi purtroppo estremamente coerente con gli obiettivi americani – precedentemente enunciati – che Kissinger descrisse in un 1974 che in questo contesto non sembra affatto lontano.

Fonti

The Secret Origins of the U.S.-Kurdish Relationship Explain Today’s Disaster

There’s Always a Next Time to Betray the Kurds

https://www.internazionale.it/notizie/delil-souleiman/2019/10/24/curdi-guerra-siria

https://www.academia.edu/22791417/The_Legacy_of_US_Support_to_Kurds_Two_Major_Episodes

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Valentina Maraziti

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