Il 6 dicembre 1998, Hugo Rafael Chávez Frías vinse con ampio consenso le elezioni presidenziali e aprì una nuova pagina nella storia del Venezuela. Quello era un Venezuela dilaniato da corruzione, povertà e disuguaglianza.  Il nuovo presidente salì al potere con la promessa di una repubblica che avrebbe rigenerato la politica e raggiunto la tanto desiderata giustizia sociale. 21 anni dopo, rimangono molti problemi e incertezze sul Venezuela e il futuro del suo popolo.

Malgrado le promesse di restaurazione di giustizia sociale e da un punto di vista economico “liberali” fatte in campagna elettorale, Chávez da un lato concentrò la sua azione politica veramente nella lotta alla povertà attraverso politiche assistenzialiste finanziate dall’export di petrolio e monetizzazione del debito, mentre dall’altro si concentrò a ripulire istituzioni, media, sindacati, sistema giudiziario ed esercito da ogni possibile avversario politico, soprattutto a seguito del fallimentare golpe del 2002 innescato dalle confische immobiliari ed impresariali avanzate dal governo.

Ciò che sostanzialmente non è mai stato attenzionato dal regime chavista è la diversificazione dei settori produttivi del paese, ne l’elaborazione di un piano di sviluppo per le imprese, così come  di politiche di investimento pubblico in infrastrutture e di regolamentazione dei mercati per promuovere la concorrenza e la tutela dei consumatori, errore compiuto anche dall’odierno regime di Maduro. Difatti, così come nel decennio precedente, il motore dell’economia venezuelana è unicamente l’estrazione e raffinazione del petrolio, con l’aggravante di una gestione totalmente inefficiente e senza alcuna lungimiranza. Infatti, il paese può contare su giacimenti petroliferi che collocano il Venezuela come paese con più abbondanza di tale idrocarburo, ma con un bassissimo apporto di valore aggiunto derivante dalla sua raffinazione.

A conferma di quanto detto, l’export di petrolio rappresenta il 90% delle esportazioni venezuelane, di cui solo il 10% è petrolio raffinato, mentre la restante parte è costituita da petrolio grezzo.[1] Inoltre, l’attitudine mono settoriale venezuelana nel campo petrolifero, in quanto parlare di strategia potrebbe essere considerato inappropriato vista la diminuzione nella quantità dell’estrazione e qualità della raffinazione del grezzo nel corso degli anni, rende l’economia del paese mono settoriale ed esposta alle congiunture economiche e politiche internazionali che causano la variazione di prezzo del grezzo.

E’ chiaro come la politica isolazionista e di chiusura al multilateralismo nel panorama internazionale, le ricette economiche basate sull’iniezione di liquidità in spesa corrente piuttosto che in conto capitale, le quali non producono un effetto moltiplicativo, le inefficienze catastrofiche nella gestione delle aziende statali di Chávez e successivamente di Maduro siano le principali cause della crisi umanitaria odierna.

Indicativa è l’assenza di partecipazione del Venezuela alla maggioranza dei processi di integrazione economica in corso in America latina e la sua sospensione dal Mercado Común del Sur nel 2016. L’unico processo di integrazione che vede la partecipazione del Venezuela è l’ALBA. L’obiettivo politico dell’Alianza bolivariana para America Latina y Caribe, costruito grazie alla discutibile “diplomazia del petrolio” chavista, deriva principalmente da una stretta relazione politica ed economica tra il Venezuela e Cuba con l’obiettivo di mitigare l’influenza statunitense ed innalzare il “Socialismo del siglo XXI” come alternativa al sistema americano.

Tuttavia, la principale debolezza del blocco risiede proprio nell’aver basato un intero processo di integrazione su volontà politiche contingenti senza la costituzione di meccanismi e istituzioni che ne garantiscano il funzionamento, difatti l’accordo del 2004 firmato da Chávez e Fidel Castro che diede vita all’alleanza e alla quale progressivamente aderirono Bolivia, Nicaragua, Ecuador, Dominica, Antigua e Barbuda e Saint Vincent e Grenadine, non prevedeva, ne questo aspetto è cambiato nel tempo, un parlamento sul modello europeo, un organo con capacità decisionale che facesse da  esecutivo, ne tanto meno un sistema di soluzione di controversia.[2]

L’economia venezuelana ha iniziato a subire un netto deterioramento nel 2013, anno della morte di Chávez. Secondo il Fondo monetario internazionale, il Venezuela, nell’ultimo anno ha subito una riduzione di circa il 25% del suo prodotto interno lordo, una drastica riduzione della sua ricchezza nazionale. L’agenzia lo descrive come “una delle peggiori crisi economiche della storia”. A ciò si aggiunge l’iperinflazione, un aumento costante e accelerato dei prezzi, che si attesta intorno il 10.000.000%. Sebbene l’inflazione fosse già un problema nel 1998, l’attuale supera tutti i precedenti in Venezuela e quasi in tutto il mondo.[3]

Ciò ovviamente ha prodotto conseguenze tragiche per quanto riguarda disoccupazione, difatti il tasso di disoccupazione si avvia a raggiungere il 44% secondo le proiezioni de IMF; e un aumento spropositato del rapporto debito/PIL per far fronte ai fabbisogni interni.[4] Senza alcun dubbio, ad aggravare la posizione già precaria dell’economia venezuelana hanno contribuito le ulteriori sanzioni economiche statunitensi che vietano l’acquisto e la vendita di titoli di stato emessi dal governo venezuelano, obbligazioni emesse dalla società petrolifera statale PDVSA e di intrattenere relazioni commerciali con il Venezuela. Queste ultime, se da un lato sono state promosse da Trump come rappresaglia all’abuso dei diritti umani e delle libertà fondamentali compiute dal governo Maduro, da molti considerate più un pretesto, hanno avuto effetti catastrofici anche sul tessuto imprenditoriale e sociale venezuelano velocizzando e inasprendo la crisi umanitaria.

Seppur le ingerenze americane a livello planetario siano discutibili da molteplici punti di vista, esse non possono essere utilizzate a sua volta come pretesto per difendere l’operato del governo Maduro ed essere considerate causa portante dell’attuale situazione venezuelana, le cause di questa drammatica crisi hanno radici ben più profonde.   

  • I. Bartesaghi y M. E. Pereira. Journal of Technology Management & Innovation vol.11 no.1 Santiago  2016. La Cohésion Regional en los Procesos de Integración en América Latina y el Caribe.
  • https://www.imf.org
  • https://oec.world

[1] https://oec.world

[2]I. Bartesaghi y M. E. Pereira. Journal of Technology Management & Innovation vol.11 no.1 Santiago  2016. La Cohésion Regional en los Procesos de Integración en América Latina y el Caribe.

[3] https://www.imf.org

[4] https://www.imf.org

The following two tabs change content below.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: