Il 29 aprile il Ministro della Giustizia ha annunciato che il Parlamento ha votato all’unanimità l’abolizione della pena di morte. Si attende adesso la firma del Presidente Idriss Deby Itno per approvare la legge.

In realtà quello di giorno 29 è solo l’ultimo step di un percorso iniziato nel 2017. In quell’anno infatti è entrato in vigore il nuovo codice penale che era stato approvato nel dicembre del 2016. Il testo, che sostituiva il codice del 1967, aboliva l’esecuzione della pena di morte ad eccezione dei casi di terrorismo.

La scelta di mantenere la pena di morte per i reati di terrorismo nasceva dall’esigenza del Ciad di portare avanti la lotta contro i militanti nigeriani di Boko Haram che nel 2015 avevano colpito gravemente il Paese con due attentati tra giugno e luglio. Entrambi gli attacchi erano avvenuti nella capitale N’Djamena: il primo in un edificio della polizia e in una scuola, uccidendo 38 persone; il secondo in un mercato molto frequentato della capitale, causando 15 vittime.  In seguito all’offensiva il Ciad aveva ripreso le esecuzioni dopo ben dodici anni di sospensione giustiziando, presso il poligono di tiro di Massaguet a 60 km dalla capitale, dieci membri del gruppo di Boko Haram.

Cosa è cambiato a distanza di tre anni?

L’influenza di Boko Haram nel Ciad, in realtà, continua ad essere particolarmente critica. L’organizzazione risulta molto attiva nella zona del Lago Ciad dove di frequente si sono registrati assalti nei villaggi a danni dei civili, provocando un numero sempre più grande di sfollati. A confermare la criticità della situazione l’indice del Global Terrorism Index 2019 che misura l’impatto del terrorismo all’interno di uno Stato e che ha inserito il Ciad al 38esimo posto, in una classifica di 163 Paesi.

Tuttavia allo stesso tempo emerge l’esigenza di portare avanti il processo di modernizzazione. La Costituzione del Ciad infatti non fa nessun riferimento esplicito alla pena di morte, tuttavia l’art.17 dichiara che la persona umana è “sacra e inviolabile” e ogni persona ha il diritto “alla vita, all’integrità fisica, alla sicurezza, alla libertà e alla protezione della sua vita e della proprietà privata”. Per questo motivo attivisti e giuristi hanno sollevato la questione di incostituzionalità della pena. Il percorso di modernizzazione però non deve essere inteso come il risultato di un progetto dalle aspirazioni democratiche. La riforma in realtà rientra in un processo di armonizzazione del sistema normativo, necessario per portare avanti il progetto di consolidamento dell’apparato istituzionale del Paese.

 

 

 

 

 

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Giusy Monforte

Giusy Monforte

Laureata in Scienze Politiche a Catania, si specializza in Studi Internazionali all'Orientale di Napoli prestando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo aver svolto un tirocinio presso la rivista di geopolitica Eurasia, ha collaborato con la rivista di teoria e politica Pandora, con il quotidiano di approfondimento politico L'Indro e con "Russia2018". Attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Osservatorio Russia e per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali.
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