L’Artico rappresenta una componente unica dell’identità russa, componente insostituibile che Putin ha cercato di evidenziare negli ultimi due decenni di presidenza sebbene le ultime decisioni sullo sviluppo dell’Artico poco si allineano con questa visione più aperta verso le popolazioni indigene.

La protezione dei diritti delle popolazioni indigene dell’Artico russo e la tutela dei “propri spazi naturali” ha da sempre occupato una posizione predominante nella strategia politica del Presidente Putin, in cerca di un maggior riconoscimento tra le popolazioni dell’area circumpolare. Con l’avvento del nuovo decennio e lo spostamento degli equilibri geopolitici nella regione (ingresso della Cina come attore commerciale e tecnologico chiave e minor interesse ai ghiacci da parte della presidenza Trump) questo aspetto è stato pian piano emarginato. Gli osservatori delle popolazioni indigene dell’Artico esprimono infatti una particolare preoccupazione per le crescenti repressioni e censure messe in atto dalla Presidenza russa negli ultimi due mesi.

L’Artico rappresenta una componente unica dell’identità russa, componente insostituibile che Putin ha cercato di evidenziare negli ultimi due decenni di presidenza sebbene le ultime decisioni sullo sviluppo dell’Artico poco si allineano con questa visione più aperta verso le popolazioni indigene.

Poco più di un mese fa, una delle più grandi ONG russe in difesa dei diritti degli indigeni artici è stata sciolta per un presunto errore burocratico. Secondo Rodion Sulyandziga, il direttore del Center for Support Indigenous People of the North / Russian Indigenous Training Center, la decisione di sciogliere il CSIPN/RITC “non è un problema legale, bensì politico, essendoci un grande conflitto di interessi tra aziende estrattive e popolazioni indigene “.  

L’ONG, fondata nel 2001 con l’obiettivo di assistere le popolazioni del Grande Nord Russo, della Siberia e dell’Estremo Oriente, era stata inserita nella lista delle ONG straniere dal Ministero della giustizia e a partire dal 2015 aveva rinunciato a tutte le fonti di finanziamento pubblico.  Il direttore del CSIPN/RITC ha dichiarato che la sentenza fa parte di una tendenza del governo, a chiudere le organizzazioni indesiderate per le autorità. L’Artico e le sue risorse significano molto per il business e per il bilancio economico della Russia. Ecco perché le compagnie petrolifere vedono le minoranze indigene come un ostacolo alle loro attività.

Dopo l’annessione della Crimea e la guerra nell’Ucraina Orientale la repressione contro le ONG e i difensori dei diritti umani sin è fatta più forte. Queste repressioni non stanno avvenendo senza un piano specifico ma è importante capire che l’ideologia eurasianista al centro della visione artica di Putin è più che mai in contrasto con le pressioni che aumentano contro il governo. Sebbene l’eurasianismo sia stata una filosofia politica dominante e influente in Russia per oltre un decennio, non ha trovato lo stesso spazio nelle culture occidentali. Come spiega Nadezhda Arbatova, l’Eurasianismo ” significa semplicemente che la Russia non è l’Europa e che norme, valori e principi europei non si adattano alla Russia, che ha una vocazione tutta differente “. L’Eurasianismo sbiadì negli anni sovietici per poi riapparire poco prima della caduta dell’Unione Sovietica. Uno dei principali pensatori eurasiatici post-sovietici è Alexander Dugin. Il suo lavoro più importante è senza dubbio Foundations of Geopolitics, pubblicato nel 1997.  La regione artica è centrale nella riflessione di Dugin, che da sempre è stato molto chiaro sulla necessità di preservare e connettersi di più con i territori artici russi al fine di rilanciare il dominio russo. L’ Eurasianismo, sostiene la creazione di alleanze geopolitiche in tutta l’Eurasia, che si basano su una narrazione dei valori condivisi con le popolazioni locali.  L’Artico, svolge questo ruolo per la Russia, la Siberia e l’estremo Nord sono infatti la “riserva” geopolitica ed  euroasiatica della Russia.

L’Artico russo svolge un ruolo fondamentale geopoliticamente e strategicamente per la sopravvivenza dello stato russo nel suo insieme, per integrare l’High North sotto il controllo di Mosca e per creare una vision in cui la regione circumpolare portatrice di usi e costumi tradizionali possa fondersi con tecnologie di livello superiore (russe) per creare un simbolo di superiorità eurasiatica. Dall’inizio degli anni 2000, Mosca ha decentralizzato il suo potere sulle regioni artiche. Attualmente, l’Artico offre allo stato russo numerosi vantaggi strategici. Serve da base per un’affermazione ideologica nell’estremo nord, ponendo la Russia al centro di un processo strategico volto a formare un’identità eurasiatica unificata. Offre inoltre alla Russia una forte potere negoziale grazie al quale può coinvolgere altri paesi negli accordi commerciali per il Nord.

Una differenza significativa tra la filosofia eurasiatica di Dugin e la strategia artica del regime di Putin è la priorità degli obiettivi. Per Dugin, l’Artico è principalmente importante come luogo in cui promuovere un senso collettivo di identità russa. Tutti gli altri obiettivi nell’Artico, incluso lo sviluppo regionale, il rafforzamento delle relazioni con le comunità indigene e le questioni ambientali sono rilevanti solo in relazione allo sviluppo economico dell’Artico stesso. In senso opposto, quanto appena detto è centrale nella strategia del presidente russo.

Questi sforzi hanno contribuito alla sbalorditiva popolarità di Putin per gran parte della sua presidenza, ma negli ultimi tempi tale supporto sta diminuendo. La popolarità del Presidente, nell’ultimo anno è diminuita del 32% e il teatro Artico è inteso quale fonte di speranza per il rilancio della stessa.  Affinché Putin rimanga al potere il Cremlino deve mantenere il controllo strategico sui ghiacci. La narrazione dell’Artico come spazio sacro dotato del potere di rilanciare la grandezza russa è diventato centrale oggi giorno. La rotta del Mare del Nord offre importanti opportunità economiche, in particolare l’opportunità per la Russia di far evolvere la propria economia e fare meno affidamento sui guadagni ricavati sulle esportazioni di energia.

 
 
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