L’articolo 9 della Costituzione del Giappone adottata nel 1946 sancisce la cosiddetta clausola pacifista che impedisce all’arcipelago di disporre di un esercito formale

Sebbene nei primi anni dopo l’adozione l’interpretazione dell’articolo è stata molto restrittiva, nel tempo questa clausola è stata reinterpretata in modo sempre più estensivo. Per questo motivo, il politologo e yamatologo Richard J. Samuels ha paragonato il fenomeno del graduale svilimento dell’antimilitarismo nipponico al “salami slicing”, ovvero al taglio del salame.1Gli Stati Moderni provvedono alla difesa del proprio territorio nazionale arrogandosi il diritto del monopolio all’utilizzo della forza legittima. Dal punto di vista interno il mantenimento dell’ordine pubblico viene affidato alle forze di polizia, mentre da quello esterno la difesa è esercitata tramite la forza militare dell’esercito.

Il Giappone costituisce un’eccezione, non disponendo, almeno formalmente, di un esercito regolare dalla fine del secondo conflitto mondiale. Infatti, all’indomani della fine della guerra la decisione dello SCAP (Supreme Commander of the Allied Powers), guidato dal generale statunitense Douglas MacArthur, fu quella di smilitarizzare totalmente il Giappone per evitare la rinascita di ogni tipo di sentimento militarista. Formalmente, la smilitarizzazione fu sancita dalla Costituzione adottata nel 1946 ove all’articolo 9 l’arcipelago dichiarava di rinunciare alla guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali (I comma), impegnandosi a non disporre di forze di terra, mare e aria (II comma). 

L’intenzione delle Forze Alleate fu quella controllare la ripresa nipponica: da un lato, rendere il Paese del Sol Levante un paese forte avrebbe potuto comportato la rinascita di uno stato revisionista. D’altro canto, un paese troppo debole avrebbe potuto causare malcontento generale e risvegliare un forte sentimento nazionalista. L’inizio della Guerra Fredda, però, cambiò l’indirizzo iniziale, soprattutto per quattro eventi che spinsero gli Stati Uniti a effettuare un gyaku kōsu, ovvero un “corso inverso”:  

 

  • Il primo ottobre del 1949 nasce la Repubblica Popolare Cinese, uno stato comunista al centro dell’Asia Orientale.
  • La nascita dell’alleanza tra l’Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese.
  • L’Unione Sovietica fa esplodere il primo ordigno nucleare, mostrando il suo potere deterrente.
  • Nel 1950 scoppia la Guerra di Corea.

È proprio dagli anni Cinquanta che l’articolo 9 verrà riletto con un’interpretazione meno restrittiva. L’esigenza di difendere l’arcipelago, mentre l’impegno delle forze militari si concentrava sulla penisola coreana, portò gli Stati Uniti a optare nel 1950 per l’istituzione della Riserva Nazionale di Polizia, trasformata, dapprima, nelle Forze di Sicurezza Nazionale e dopo, nel 1954, nelle Jieitai, letteralmente Forze di Autodifesa (FAD), queste un corpo con una struttura militare ma con puro scopo difensivo, subordinate all’Agenzia per la Difesa.Gli anni della Guerra Fredda saranno scanditi dai principi enunciati nella dottrina Yoshida, dal nome del suo fautore, il Primo Ministro Yoshida Shigeru (1946-1954), che faranno del Paese del Sol Levante un “nano politico” ma un “gigante economico”. Sono quattro i principi cardine di questa dottrina:

  • L’economicismo, ovvero l’enfasi posta sullo sviluppo economico;
  • L’astensionismo, cioè una politica estera di low profile, delegando a Washington le decisioni più importanti, tra le quali quelle relative alla sicurezza dell’arcipelago.
  • L’antimilitarismo dichiarato dall’articolo 9.
  • Il bilateralismo, cioè la preminenza delle relazioni tra Washington e Tokyo.2

 

Il trattato di sicurezza nippo-statunitense firmato assieme al trattato di pace di San Francisco consentirono, dunque, al Giappone di concentrarsi sullo sviluppo economico. Ciò però non comportò un totale disinteresse nelle tecnologie militari difensive, ma lo sviluppo industriale andò di pari passo nel settore civile e militare. Il modello di produzione di tecnologie difensive giapponese è stato descritto come un esempio di “tecno-nazionalismo” in riferimento soprattutto al periodo del post-guerra.3 Il miglioramento tecnologico, infatti, non ha apportato semplicemente benefici al settore civile o a quello militare, ma l’effetto è stato duplice grazie alla creazione di tecnologie dual-use che hanno reso l’economia giapponese una one economy. In più, l’ossessione di Tokyo per il kokusanka, ossia la creazione e la produzione di tecnologie difensive “indigene”, ha garantito l’autonomia del paese (jishu gijutsu), nonostante i potenziali rischi e i relativi costi di sviluppo.4

La fine della Guerra Fredda e lo scoppio della bolla speculativa hanno messo in crisi la dottrina Yoshida che mal si adatta al nuovo contesto post-bipolare. In particolare, la trasformazione in futsū no kuni, ovvero come “stato normale” detentore di un esercito regolare, non sembra più un’ipotesi così remota. Da un lato, l’accusa di checkbook diplomacyda parte degli stati delle Nazioni Uniti durante la prima Guerra del Golfo, ha spinto il Giappone ad adottare una legge sulle peace keeping operation permettendo l’invio delle truppe al di fuori dell’arcipelago per semplici compiti logistici. Dall’altro, la minaccia della rapida crescita economica e militare cinese, simboleggiata dalla controversia territoriale per le isole Senkaku/Diaoyu, il problema nucleare e missilistico nordcoreano, la nascita del terrorismo transnazionale hanno fatto in modo che i compiti e le mansioni delle FAD venissero ampliate maggiormente.

Come conseguenza alle crisi nello stretto di Taiwan, nel 1996 sono state emanate le nuove linee-guida sul Programma di Difesa Nazionale che affermano la possibilità d’intervento delle truppe giapponesi nelle “zone circostanti” (senza nessun tipo di specificazione in merito al suo significato) in caso di minaccia alla pace e all’ordine internazionale. Promotori di questa nuova tendenza per la revisione del pacifismo nipponico sono stati il Primo Ministro Koizumi Junichirō e il Primo Ministro Abe Shinzō. Dall’11 settembre 2001 fino a ora il Giappone ha rivisto il suo ruolo in ambito internazionale, scavalcando quanto disposto dal testo costituzionale. Nel 2004, infatti, le FAD sono state utilizzate come gruppo di supporto nell’aiuto per la ricostruzione degli stati, come Thailandia e Indonesia, in seguito al maremoto. Nel 2007 l’Agenzia per la Difesa è stata trasformata nel Ministero della Difesa e nel 2011 è stata aperta una base FAD in Gibuti per la prevenzione della pirateria e per consentire una migliore gestione degli SLOCs (Sea Lines of Communication) utile per il trasporto del petrolio, vitale per l’economia dell’arcipelago.

A dare una forza propulsiva maggiore è stato proprio Abe con la sua proposta di un sekkyokutekina heiwashugi, un “pacifismo proattivo”. Questo consisterebbe nell’impegno del Giappone nella cooperazione per il mantenimento della pace e della sicurezza non solo dell’arcipelago ma anche del mondo. Gli obiettivi e le modalità sono state espresse nel 2013 con l’istituzione di un Consiglio per la Sicurezza Nazionale e l’approvazione della prima Strategia di Sicurezza Nazionale (kokka anzen hoshō senryaku). Tra questi troviamo la difesa della sovranità sull’arcipelago, lo sviluppo e la prosperità economica non solo per il paese ma per la regione dell’Asia Pacifico e, infine, la preservazione dell’ordine internazionale basato sul rule of law e su valori universali quali la democrazia, la libertà e il rispetto dei diritti umani. Nel 2015, invece, in relazione al problema posto dal gruppo terroristico ISIS, sono state varate due leggi che permetterebbero al paese di contribuire, tramite le FAD, all’esercizio della sicurezza collettiva: se gli USA venissero attaccati il Giappone potrebbe reagire, e attaccare di conseguenza.  Il primo ministro Abe non ha mai fatto mistero di voler modificare il testo costituzionale, cercando di ottenere il quorum di due terzi in Parlamento, senza però riuscirci al momento.

Nel 1960 la revisione del trattato di sicurezza nippo-statunitense da parte del Primo Ministro Kishi aveva generato proteste senza precedenti, per il forte sentimento pacifista della popolazione. Attualmente la situazione sembra cambiata. L’opinione pubblica nel tempo ha rivisto la sua percezione rispetto alle FAD, e negli ultimi anni si è sempre più evoluta in senso positivo (Figura 1).5

Il grafico mostra come nel tempo siano cambiate le impressioni dei cittadini giapponesi nei confronti delle FAD. Lentamente le impressioni positive sono andate ad aumentare. Nel 2015 la percentuale di persone che ha un’immagine positiva delle FAD è del 92.2%, contro il 4.8% che ne ha una negativa. (Fonte: https://survey.gov-online.go.jp/h26/h26-bouei/zh/z07.html.)

 

Il cambio di tendenza potrebbe essere dovuto al ricambio generazionale. Le nuove generazioni non hanno ricordi sulle devastazioni della guerra, mentre le persone che li possiedono sono andate sempre più a diminuire.Dall’amministrazione di Miki Takeo (1974-76) il paese ha fissato all’1% del PIL annuo la spesa massima per motivi militari, ma se si considera la rapida crescita nipponica in quegli anni risulta una grande quantità. Il Paese del Sol Levante è risultato il nono stato per spese militari nel 2018.6 Seppure una vera e propria riforma costituzionale non sia ancora avvenuta, sembra che del pacifismo nipponico non resterà molto. Così facendo la tensione militare e il “dilemma della sicurezza” tra gli stati della regione asiatica potrebbero acuirsi, scatenando la reazione di Pechino, Seul e Pyongyang.    

Fonti:

  1. Richard J. Samuels, Securing Japan: Tokyo’s Grand Strategy and the Future of East Asia. Ithaca and London: Cornell University Press, 2007, p. 87.
  2. Franco Mazzei, Vittorio Volpe, Asia al centro, Milano: Egea, Università Bocconi Editore, 2014, pp.92-93.
  3. Riguardo al concetto di techno nationalism si faccia riferimento a: Richard J. Samuels, “Rich Nation, Strong Army”. National Security and the Technological Transformation of Japan.  London: Cornell University Press, 1994, pp. 33-78.
  4. Christopher W. Hughes, “The Slow Death of Japanese Techno-Nationalism? Emerging Comparative Lessons for China’s Defense Production”, The Journal of Strategic Studies Vol. 34, No. 3, 2011, pp. 451-459
  5. Per un resoconto puntuale sulla percezione delle FAD di quest’anno: Ministry of Internal Affairs of Japan, Jietai to bōei mondai ni kan suru seronchōsa no gaiyō. (Riassunto dell’opinione pubblico in merito al problema delle FAD e della difesa). Sito web: https://survey.gov-online.go.jp/h29/h29-bouei/gairyaku.pdf (Accesso effettuato il 28/04/2020)
  6. SIPRI, “Trends in World Military Expenditure 2018”, Sipri fact sheet, 2019, p. 2. Sito web: https://www.sipri.org/sites/default/files/2019-04/fs_1904_milex_2018.pdf (Accesso effettuato il 28/04/2020).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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