Nella retorica Occidentale, più concentrata sulla sua legittimazione indiretta – sta infatti capitolando sotto i colpi di una irragionevolezza autodistruttiva e di una retorica debole di contenuti – esistono i buoni, da difendere, e i cattivi, da eliminare. Ma nel caso dei cristiani perseguitati in Siria, chi può dirsi buono, giusto, misericordioso? Forse la Turchia, per la quale gli armeni, con la loro parca presenza a Qamishli e nel Nord della Siria, non sono altro che il ricordo di un genocidio incompiuto?

Sono forse gli affiliati al gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham, assoldati, si dice, dall’esercito turco, i quali hanno costretto alla fuga centinaia di cristiani, diretti a Kobane? O saranno i “martiri” curdi, i quali (è appurato) hanno progettato una sorta di “curdizzazione”, chiudendo le scuole cristiane e trasformando le chiese e i quartieri cristiani in deposito di armi, avamposti strategici, coperture di guerra? 

In definitiva, dall’inizio del conflitto sino ad oggi il numero dei cristiani è calato in maniera esponenziale: nel 2017 si contavano appena 500 mila cristiani, secondo un numero puramente indicativo che, nel corso dell’ultimo paio d’anni, è sicuramente scemato.

È emblematico, storicamente parlando, che ciò sia accaduto laddove i cristiani hanno sostanzialmente contribuito, materialmente ed intellettivamente, alla costruzione della società siriana. Senza dimenticare le parole di Giovanni Paolo II in visita a Damasco nel 2001: “È in Siria che la Chiesa di Cristo scoprì il suo autentico carattere cattolico e assunse la sua missione universale”.

Quest’anno il Natale nella Siria ancora occupata, dove le chiese divengono stalle, dove è impossibile lasciare una luce sul davanzale della propria finestra, dove i simboli religiosi sono banditi, sarà come “sperare contro ogni speranza”.

Che significato ha tutto ciò in un Occidente sempre più secolarizzato, sempre più fermo sul “politicamente corretto”, che, in nome di un rispetto intollerante, è pronto a cancellare qualsiasi traccia di identità pur di restare in piedi e sostenere la sua idea illiberale di libertà?

Che significato ha per la nuova coalizione nascente nell’est Europa (Visegrad), con il beneplacito della Russia, che si erge a paladina e a difensore dei diritti dei Cristiani perseguitati? E che significato ha per una Chiesa mediorientale, che in Iraq vede la sua “estinzione”, in Libano la sua frammentazione politica, e in ogni dove la sua progressiva marginalizzazione? Sovviene la famosa espressione dell’apologeta Tertulliano: “Semen est sanguinis Christianorum”.

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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