È ben noto come sul palcoscenico mediorientale siano numerosi gli attori internazionali che recitano la propria parte, spesso in aperto contrasto tra di loro, nella lotta per accaparrarsi risorse naturali e le più importanti posizioni strategiche dell’area. Tuttavia, nonostante la loro presenza sia oggi quasi scontata, non è semplice districarsi all’interno dei rapporti coesistenti tra i vari attori internazionali e regionali e le diverse alleanze e rivalità createsi in seno alla regione nel corso del tempo. Lo scopo di questa analisi sarà proprio quella di schematizzare e di rendere comprensibile proprio quali siano i protagonisti, le motivazioni storiche del loro coinvolgimento politico e gli intricati rapporti regionali creatisi attorno agli interessi regionali di cui alcuni attori locali hanno col tempo approfittato per accrescere il proprio ruolo politico.

Il livello internazionale

Gli attori principali a livello internazionale presenti nella regione sono diversi e numerosi. Gli interessi che storicamente hanno spinto gli Stati esteri e geograficamente lontani ad interessarsi dell’area sono principalmente di natura economica – lo sfruttamento delle risorse naturali presenti in loco – quanto strategici e militari. Le motivazioni che hanno portato all’intervento sono cambiate nel corso del tempo a seconda delle necessità dovute alle congiunture internazionali. Vediamo dunque con ordine quali sono gli attori internazionali più importanti:

Stati Uniti: Il paese americano è senza dubbio il protagonista principale del Medio Oriente contemporaneo. La presenza statunitense in questa regione è infatti cresciuta sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale lungo tutto il periodo della Guerra Fredda fino a diventarne il protagonista esterno più ingombrante ed importante tra gli anni ’90 e 2000. Infatti, il Medio Oriente è sempre stato storicamente fondamentale per Washington, che ha agito con riguardo all’area su tre direttrici principali: (i) la riuscita della strategia del containment dell’avversario sovietico nel periodo della Guerra Fredda; (ii) l’interesse per il petrolio della regione e (iii) la difesa di Israele [1]. Questi tre punti hanno di fatto rappresentato le tre principali caratteristiche della politica estera statunitense, anche per quello che riguarda la scelta degli alleati nella regione. La nascita principalmente all’interno dell’area arabofona di alcuni Stati stimolati da idee socialiste e anticoloniali spinse Washington nei primi anni della Guerra Fredda ad allearsi con le monarchie conservatrici e produttrici di petrolio – Arabia Saudita e Giordania tra le più rilevanti. Con la progressiva affermazione del blocco occidentale durante la Guerra Fredda, quasi tutti gli Stati mediorientali si sono infine allineati con la politica di Washington, ad eccezione dell’Iran, che rimane il principale rivale di Washington nella regione. A riprova dell’importanza di Washington nella regione, oggi basi militari americane sono sparse quasi ovunque dall’Egitto all’Iraq e dalla Turchia all’Oman [2]. La roccaforte degli interessi statunitensi in Medio Oriente rimane ancora Israele. Il paese ebraico, infatti, oltre ad aver rappresentato l’alleato più importante nella regione durante la Guerra Fredda, rimane l’alleato più sicuro e importante, in virtù della “relazione speciale” che unisce i due paesi: nel 2018, Israele è stato ancora il primo paese estero per aiuti economici ricevuti da Washington (pari a 3 miliardi di dollari). Nonostante un apparente riduzione di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nella regione promosso dalle ultime presidenze, in virtù delle numerose alleanze il peso di Washington in Medio Oriente rimane comunque molto forte, rimanendo comunque ufficialmente impegnato nella lotta a gruppi terroristici.

Russia: gli interessi della Russia per la regione mediorientale non sono un elemento esclusivamente contemporaneo. Essi si possono infatti far risalire alla Russia zarista scontratasi ripetutamente con l’Impero Ottomano nel corso del XIX secolo che ha portato di fatto una consacrazione del paese ad un ruolo internazionale nonché per l’ottenimento di un accesso alle acque del Mediterraneo. Nonostante non si possano paragonare gli interessi dell’odierna Russia con quelli della sua controparte imperiale, gli obiettivi e le finalità che il Cremlino ha per la regione appaiono molto simili per quanto riguarda la costruzione di una nuova sfera di influenza a trazione russa sul più ampio livello internazionale. Come nel caso degli Stati Uniti, la presenza russa nella regione è diventata per la prima volta davvero importante solo durante gli anni della Guerra Fredda: durante i primi anni del nuovo mondo bipolare, infatti, gli ideali diffusi dalla propaganda sovietica spinsero molte personalità all’interno degli Stati arabi a istituire governi di stampo socialista, perlopiù tramite colpi di Stato militari, e dunque a schierarsi con il blocco sovietico. Molti di questi Stati rivoluzionari vennero supportati da Mosca – principalmente tramite un’ampia fornitura militare – nella lotta per l’ottenimento dell’indipendenza formale dalle pretese coloniali europee prima e statunitensi poi incarnate nella questione palestinese e nella nascita di Israele. Il progressivo spostamento della maggior parte dei paesi arabi verso posizioni più conservatrici e il seguente crollo del blocco sovietico e ha permesso, come già visto, l’espansione degli Stati Uniti della propria sfera di influenza in Medio Oriente e un ventennio di “unipolarismo”. Nel corso degli ultimi anni, tuttavia, soprattutto dall’accesso di Putin al Cremlino in poi, la Russia ha cominciato a ritagliarsi un nuovo spazio nella regione grazie anche al progressivo disimpegno delle ultime presidenze americane dalla regione. I nuovi rapporti messi a punto da Mosca passano attraverso l’istaurazione di legami commerciali – principalmente di petrolio, gas e forniture militari – tanto con attori invisi al mondo occidentale, l’Iran e la Siria, quanto con i tradizionali alleati di Washington, come le monarchie petrolifere del Golfo e la Turchia [3]. Proprio il contesto siriano e il supporto al regime di Bashar al-Assad ha rappresentato per la Russia di Putin la possibilità di ricavarsi un nuovo spazio autonomo e indipendente dagli obiettivi statunitensi ed occidentali. Il Medio Oriente si iscrive in questo senso proprio nelle intenzioni del Cremlino di sfidare l’egemonia americana a livello internazionale già iniziata con l’annessione della Crimea nel 2015 [4].

Cina: un nuovo attore di rilievo oggi presente in Medio Oriente è senza dubbio la Cina. Nella rinnovata condizione di multipolarismo globale, il gigante asiatico rappresenta un nuovo contendente a tutti gli effetti nei meccanismi regionali e la sua presenza in Medio Oriente apre a nuovi scenari impensabili fino a pochissimi anni fa. La presenza di Pechino nella regione mediorientale è un fenomeno principalmente dell’ultimo decennio, nonostante alcuni timidi passi si registrano già dalla fine degli anni ’90. Gli interessi della Cina per la regione sono principalmente di natura economica: la recente crescita economica cinese ha comportato infatti la necessità per lo stato asiatico di trovare nuovi mercati dai quali importare risorse energetiche. Il progetto della “Nuova Via della Seta” del 2013 ha portato il dragone a stipulare nuove relazioni commerciali con paesi quali Egitto, Iran, Arabia Saudita ed Emirati; nel 2014, la Cina è arrivata a rappresentare già il primo partner economico di nove Stati arabi diversi mentre nel 2017 ha superato gli Stati Uniti per importazioni di petrolio dall’area. Infine, la Cina è impegnata a fornire armi e tecnologia militare a paesi come Marocco, Algeria e Turchia [4, 5].

Stati europei: Per secoli l’area mediorientale ha rappresentato un importante polo economico per i paesi europei per via della sua posizione geografica. Da semplici partner commerciali tra il XIV e il XV secolo i paesi europei sono diventati, tra il XIX e il XX, padroni della regione istaurando colonie e protettorati. Ciò è avvenuto principalmente per motivazioni economiche. Regno Unito, Francia, e in misura minore Italia e Spagna hanno contribuito a colonizzare e ad istituire gran parte dei confini oggi presenti in Medio Oriente. Il processo di decolonizzazione e la Guerra Fredda hanno però eliminato gli Stati del vecchio continente dagli affari mediorientali in favore delle grandi potenze emerse con la fine del secondo conflitto mondiale. Ad oggi, la Francia rimane lo Stato europeo che ha mantenuto più rapporti con le sue ex colonie – principalmente nel Maghreb – e che ancora mira ad istaurare una propria sfera di influenza nella regione. Ciò è dimostrato dal grande coinvolgimento dell’Eliseo nella questione libica sia pre che post 2011, e nella più recente questione libanese. Gli Stati dell’Europa meridionale – Spagna, Italia e Grecia – inoltre, guardano agli Stati mediorientali in modo particolare a causa del fenomeno migratorio che trova in nei paesi tanto del Maghreb quanto del Mashrequna tappa fondamentale delle principali tratte migratorie. In conclusione, la situazione mediorientale resta dunque molto complessa, dopo un lungo periodo in cui tutto sembrava nelle mani della Casa Bianca, diversi nuovi attori si sono fatti largo sulla scena della regione sottraendo il monopolio della regione e delle sue risorse alla Casa Bianca. L’ampio ventaglio di potenziali partner a disposizione dei singoli Stati locali a cui rivolgersi può comportare la creazione di nuove alleanze e la conseguente ripresa di ostilità tanto sul livello locale quanto su quello internazionale.

Bibliografia

[1]

M. C. Hudson, «The United States in the Middle East,» in International Relations of the Middle East, Oxford, Oxford University Press, 2019, pp. 368-393.

[2]

M. Wallin, «U.S. Military Bases and Facilities in the Middle East,» 2018.

[3]

M. N. Katz, «When the Friend of My Friends Is Not My Friend: The United States, US Allies, and Russia in the Middle East,» Atlantic Council, 2019.

[4]

R. Dannreuther, «Russia, China, and the Middle East,» in International Relations of the Middle East, Oxford, Oxford University Press, 2019, pp. 394-414.

[5]

K. Kausch, «Competitive Multipolarity in the Middle East,» Istituto Affari Internazionali, 2014.

 

 

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