Quello che vediamo rappresentato nella figura sottostante è il Mar Cinese Meridionale e attualmente è una delle zone più calde del pianeta. Un mare, che è appendice del oceano Pacifico e si estende per tutto il sud est asiatico, dallo stretto di Karimata e Malacca fino allo stretto di Taiwan con un superficie di circa 3.500.000 km ( il Mare Mediterraneo ha una superficie di circa 2.500.000 km). Di grande importanza geopolitica, attraversato da un terzo delle spedizioni mondiali, beni che valgono all’incirca 3,37 triliardi di dollari (dati CSIS – Center for Strategic and International Studies al 2016) del commercio mondiale di cui il 21,9% cinese, segue al secondo posto la Corea del Sud con appena il 6,28%, dati che ci fanno capire la dimensione egemonica del Dragone. Si stima che attraverso lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Sunda e lo Stretto di Lombok passa il 50% dei mercantili mondiali, e che dal solo Stretto di Malacca ogni giorno passano 10 milioni di barili di petrolio (fonte: Wikipedia). Inoltre il mare è ricchissimo di materie prime, nello specifico di petrolio, gas naturale e di ittiofauna. Le riserve petrolifere, secondo uno studio americano del U.S. Energy Information Administration, sono stimate intorno ai 11 miliardi di barili e le riserve di gas invece sono stimate intorno ai 7.500km. Per quanto riguarda la pesca si stima che il 12% della pesca mondiale avviene in queste acque e che più della metà dei pescherecci operanti al mondo pesca in questo mare, per un industria che impiega almeno 3,7 milioni di persone (dati CSIS del 2015).

Mare Cinese Meridionale; in rosso la Nine.dash line. Fonte: VOA

Snocciolati i dati non c’è da stupirsi che il Mare Cinese Meridionale sia tra le più roventi dispute territoriale ora in atto. Come possiamo vedere dalla figura numero 1, la contesa coinvolge 7 stati, in ordine: Brunei, Repubblica Popolare Cinese (RPC), Repubblica di Cina (Taiwan), Indonesia, Malesia, Filippine e Vietnam. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) le acque territoriali di uno stato si estendono per 12 miglia nautica dalla costa e lo stato può disporre di questo territorio a proprio piacimento, inoltre ogni stato ha diritto alla propria Zona economica esclusiva (ZEE), ovvero ha il diritto di sfruttamento esclusivo di tutte le risorse naturali in una zona delimitata che si estende fino alle 200 miglia nautiche dalla costa. Questo è quanto è stipulato dalla UNCLOS parte del Diritto internazionale. Tuttavia la Repubblica Popolare Cinese, firmataria e che tutt’ora aderisce alla UNCLOS, e anche Taiwan, rifiutano categoricamente l’impostazione istituzionalizzata derivante dallo stato di diritto. Per ragioni pratiche di analisi io mi concentro soltanto sul caso della Repubblica Popolare Cinese, tralasciando il caso di Taiwan. La RPC rifiuta di accettare il territorio marittimo e la ZEE che le spetterebbe per stato di diritto in quanto esige che sia rispettata e accetta la sua realtà della situazione, ovvero la cosiddetta Nine-dash line (linea dei nove trattini), la linea in rosso nella figura n.1. Una linea, che comprende al suo interno circa l’80-90% di tutto il territorio del Mar Cinese Meridionale (fonte: The Diplomat), incluse le Isole Paracelso, le Isole Spratly e i territorio rivendicati dal Brunei, Malesia, Filippine, Taiwan e Vietnam. Una linea, che a detta cinese, rappresenta il territorio che le spetta per ragioni storiche in quanto secondo Beijing la Cina è da sempre presente in quei territori, in particolare i due arcipelaghi di isole sono visti come parte integrante del territorio cinese già dalla dinastia Ming. Tale linea fece la sua prima apparizione su una mappa dell’allora Repubblica di Cina il 1 Novembre del 1947 e poi usata sia da Taiwan che da Beijing, con la differenza che nel 2013 Beijing ha aggiunto un trattino in più a est, inglobando così anche Taiwan nella sua linea mettendo insieme le due dispute territoriali aperte (Ten-dash line). A proposito della Nine-dash line, il 22 gennaio 2013, presso la Corte permanente di arbitrato (CPA) al L’Aia, la Repubblica delle Filippine ha avviato un procedimento arbitrale verso la Repubblica Popolare Cinese ai sensi dell’allegato VII della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, Philippines v. China (PCA Case No. 2013-19) noto anche come South Cina Sea Arbitration. La Repubblica delle Filippine contestava che la linea cinese fosse invalida in quanto viola i principi dell’accordo UNCLOS riguardante le ZEE e le acque territoriali, e cercava di determinare la natura legale delle Isole Spratly. La decisione del tribunale avvenne il 12 luglio 2016, determinò che nessuna caratteristica delle Isole Spratly può generare una ZEE e che non costituiscono una ZEE neanche come un unica unità. In aggiunta, alcune isole dell’arcipelago appartengono alla ZEE della Repubblica delle Filippine. Tuttavia, essendo considerate scogli (‘’rock’’), le isole, sono portatrici di diritto e generano le acque territoriali, nei limiti di 12 miglia nautiche. La Corte dichiarò anche che la Cina deve rispettare i limiti marittimi imposti dalla convenzione UNCLOS. Inoltre il tribunale stabili che sulla base di prove storiche nessuna delle caratteristiche delle Isole Spratly può sostenere una comunità stabile di persone o attività economiche che non dipendono da risorse esterne o di natura puramente estrattiva, ciò significa che non esiste una base legale per rivendicare i diritti storici sulle acque nel Mar Cinese Meridionale, quindi la Nine-dash line è considerata invalida. La Cina, durante tutto l’iter arbitrale, non ha mai nominato un agente per rappresentarla davanti la Corte e non si è mai ufficialmente presentata presso la CPA, rifiutandosi di partecipare all’arbitrato, affermando che ci sono già diversi trattati bilaterali che si possono usare per risolvere la disputa. Inoltre, nel dicembre 2014, ha emanato un position paper (documento di posizione) sostenendo che la controversia non era soggetta ad arbitrato perché era in definitiva una questione di sovranità, non di diritti di sfruttamento. Dopo la sentenza la RPC ha rilasciato una dichiarazione respingendo l’esito come nullo e che non rispetterà le decisione del tribunale, ignorando la sentenza. Di più, dal 2013 Beijing ha iniziato a costruire isole artificiali militarizzate nei due arcipelaghi in vista di ipotetici piani futuri; come possiamo vedere dalla a sinistra si nota lo scoglio nel 2012 e nella foto grande invece l’isola artificiale con pista d’atterraggio militare nel 2016. Si stima che dal 2015 siano state costruite almeno 7 isole artificiali di questo tipo, in aggiunta è notizia di pochi giorni fa che è stata scoperta un base segreta cinese in costruzione in Cambogia (notizia non ancora co

Isola artificiale con base aerea, prima (2012) e dopo (2016). Fonte: ABC News

nfermata) che andrà ad intensificare la presenza militare cinese in questa parte del globo. Inoltre, due giorni fa il presidente della Repubblica delle Filippine, Duterte ha dichiarato di voler cessare il Visiting Forces Agreement, ovvero l’addestramento militare congiunto con gli Stati Uniti, forse in vista di un riposizionamento delle relazioni con Beijing, vista l’inesorabile crescita e presenza militare cinese nella zona a discapito dell’esito dell’arbitrato.

In conclusione la Cina considera e considererà sempre il Mare Meridionale Cinese come un suo core interest alla pari di Taiwan, Tibet e Xinjiang, per tanto farà di tutto per ottenere il massimo controllo possibile sul mare e i territori che le stanno davanti casa; anche al costo di minare le fondamenta del già precario diritto internazionale. Tuttavia la storia ci insegna che i cambiamenti negli equilibri di potere raramente avvengono in modo tranquillo, specialmente in zone così importanti dal punto di vista politico ed economico, e solitamente generano forti ripercussioni su tutto il sistema internazionale. Detto questo, la Cina cercherà di conquistare il massimo in modo molto pragmatico, evitando conflitti diretti con gli stati confinanti, prediligendo gli accordi bilaterali e sopratutto evitando un qualsiasi scontro diretto con gli Stati Uniti, principale attore nel ruolo di proteggere e mantenere, quello che rimane del vecchio assetto mondiale.

Fonti

https://ocean.csis.org/spotlights/illuminating-the-south-china-seas-dark-fishing-fleets/

https://chinapower.csis.org/much-trade-transits-south-china-sea/

https://pca-cpa.org/en/cases/7/

https://www.lawfareblog.com/tribunal-issues-landmark-ruling-south-china-sea-arbitration

 

https://en.wikipedia.org/wiki/Nine-dash_line

 

 
 
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Peter Fiegl

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