Nel 2010 Norvegia e Russia firmavano un accordo per la spartizione dell’area di competenza nel Mare di Barents. Si aprivano nuovi scenari di sviluppo economico per entrambi i Paesi. Oggi, nonostante la crisi in corso costringa a rivalutare i piani di investimento nell’area, la centralità strategica del Mare di Barents rimane indiscussa.



Dopo decenni di dispute, il 2010 ha segnato un importantissimo spartiacque per l’evoluzione delle relazioni russo-norvegesi nell’estremo Nord. Stimata come un’area potenzialmente ricca di giacimenti petroliferi e gasiferi e crocevia tra il passaggio a Nord Est e l’Europa, fortissimo era l’interesse da ambo le parti di amministrare la più vasta area possibile per fini economici e soprattutto strategici.

Rispettivamente nel 1976 e 1977 Oslo e Mosca delimitarono le proprie Zone Economiche Esclusive (ZEE) che portarono all’inizio del contenzioso che durò circa quaranta anni. Infatti, l’area che si sovrapponeva era di circa 175000 km2, che corrisponde a circa il 12% di tutto il Mare di Barents e al 45% di tutta la superificie delle Norvegia. Nel corso degli anni, a margine dei trattati e convenzioni internazionali (Trattato delle Svalbard, UNCLOS e il Consiglio Artico su tutti), Russia e Norvegia hanno sottoscritto diversi accordi bilaterali che hanno contribuito a mantenere l’area stabile e pacifica. La cooperazione per la ricerca in mare, l’accordo sugli sversamenti di petrolio del 1994, il sistema congiunto di traffico navale del 2006, la commissione congiunta per la pesca del 1976, ne sono alcuni esempi.

Per ciò che riguarda l’area oggetto di disputa, già nel 1978 le due parti trovarono un accordo che, rinnovato annualmente, riconosceva diritti di pesca reciproci, senza tuttavia risolvere la disputa legale. Ma l’area contesa nel Mare di Barents rimaneva troppo appetibile per scendere a compromessi: diritto alla pesca, possibile presenza di pozzi petroliferi e controllo sulla porta d’accesso all’Europa da un lato e all’Oriente dall’altro erano tasselli irrinunciabili per le strategie di entrambi i Paesi. Nel 1993, su iniziativa norvegese, veniva anche creato il Consiglio Eurartico di Barents, per fornire un’ulteriore piattaforma di collaborazione. Ma solo nel 2010, con la firma del Trattato di Murmansk, si raggiunge l’accordo che divide circa a metà l’area contesa.

 Fattori economici e necessità di maggior controllo del terriorio nazionale hanno di certo giocato un ruolo fondamentale nella risoluzione della disputa. Infatti, non bisogna dimenticare che lo sviluppo di un progetto mirato allo sfruttamento di qualsiasi risorsa naturale in Artico non solo è estremamente rischioso, ma soprattutto costoso. Piuttosto che farsi carico di tutte le spese, è prassi comune coinvolgere sempre diversi attori, spesso a livello transnazionale.

Il raggiungimento dell’accordo venne definito un successo della diplomazia e della collaborazione internazionale e il potenziale che l’accordo nascondeva veniva interpretato da ambo le parti come lo schiudersi di benefici economici necesssari ad entrambe le economie. Addirittura il giorno stesso dell’entrata in vigore dell’accordo una nave norvegese salpava con il compito di effettuare i primi rilevamenti sismici.

Finalmente la produzione di petrolio norvegese, in flessione negli ultimi anni, poteva ricevere nuovo vigore, un nuovo impulso. Già nel 2016 infatti, un sorridente Tord Lien, all’epoca Ministro del Petrolio ed Energia, inaugurava la piattaforma offshore più a Nord del mondo, esattamente a 88 km da Hammerfest nella parte Occidentale del Mare di Barents. Dal lato russo, l’allora presidente Medvedev sottolineò come questa disputa territoriale stesse limitando il potenziale di ambiziosi progetti energetici russi. Un potenziale che la Federazione Russa doveva trasformare in ricchezza. Essendo lo Stato Artico più esteso e quello che vanta di gran lunga la sovranità territoriale più estesa nella zona, la risoluzione della disputa era necessaria.

La riduzione di contenziosi, difatti, non poteva che favorire il progresso economico ed infrastrutturale del Nord russo, diventato ormai il fulcro delle attenzioni della classe dirigente russa. Il ruolo del potenziale energetico dell’area ben presto è diventato una priorità di Putin, tanto da indurlo a dichiarare che il Nord russo, entro il 2050, produrrà il 30% della produzione di idrocarburi dell’intero Paese. La penisola di Kola che ospita il maggior scalo artico privo di ghiacci del mondo, la zona di Jamalo-Nenec che da sola produce l’80% del gas russo e che equivale ad un quinto delle riserve mondiali, la zona di Vorkuta, che ospita il grande giacimento carbonifero di Pečora, sono tutte aree che rientrano nel programma statale sulla crescita socioeconomica dell’Artico russo, su cui Putin punta tantissimo (De Bonis, 2019).

Tornando al Mare di Barents, tre sono le caratteristiche che inducono Bourmistrov e Mellemvik (2015) a ritenerlo un microcosmo e indicatore di tutto ciò che succede in Artico: la corrente del golfo che lo rende libero dai ghiacci, la sua vicinanza a mercati petroliferi e gasiferi e l’importanza che la zona ricopre per molti Stati dell’Europa Nord Occidentale. Prendendo la firma del tratto come punto di partenza, gli autori immaginano tre differenti scenari per il futuro geopolitico dell’area: after you sir, in cui entrambi i Paesi esitano nella pianificazione di investimenti mirati allo sfruttamento petrolifero dell’area; parallel play, che immagina che il rialzo dei prezzi di petrolio e gas raffreddino i rapporti tra i due Paesi; let’s dance, nel quale gli investimenti dedicati alle risorse rinnovabili vanno per la maggiore e a beneficiarne è anche la collaborazione russo-norvegese mirata esclusivamente allo sviluppo di grandi progetti per lo sfruttamento di gas.    

Se fino a poco tempo fa i tre scenari sembravano tutti probabili, di certo la crisi economica in corso ha indirizzato ed accelerato il corso degli eventi. Probabilmente, infatti, la crisi ha favorito la decisione del governo norvegese a non includere nell’area del Mare di Barents nessun blocco tra i 36 proposti nel round annuale per la concessione di licenze per l’estrazione di petrolio. Un significativo passo indietro della Norvegia, che nel Mare di Barents riponeva importanti aspettative, ma che oggi, a causa del crollo del prezzo del petrolio dovuto anche alla diffusione del Covid-19 (il 20 Aprile il prezzo del petrolio americano West Texas Intermediate è crollato di oltre il 18,7% a 14,84 dollari per unità nei primi scambi asiatici), sembra doveroso. Tuttavia, la decisione non sembra figlia esclusivamente dell’improvviso blocco dell’economia mondiale. Già da tempo, quella che sembrava la più promettente area per giacimenti di oro nero, un’area a 175 km a Nord della città norvegese di Vardø e a soli 50 km dal confine russo, ne è risultata assolutamente priva.

Per creare un trend ovviamente non è sufficiente un solo caso. Inoltre, la cadenza annuale delle concessioni delle licenze per condurre estrazioni da parte del governo norvegese rende possibile un nuovo cambio di rotta nel prossimo futuro. Per ora un passo indietro norvegese nel Mare di Barents può significare un passo in avanti nello sviluppo delle rinnovabili nell’area delle isole Lofoten, ma la caducità dei tempi attuali porta ad essere cauti con le previsioni. Di certo, la diffusione del Covid-19 sta esacerbando una crisi petrolifera che già risentiva di una selvaggia guerra dei prezzi. La decisione norvegese di abbandonare le trivellazioni nel Mare di Barents se di certo non segna un cambiamento di rotta in termini di sfruttamento di carbon fossile a livello globale, certo può rappresentare un primo segnale che la diffusione del virus, unitamente a dinamiche interne, può indurre a ricalcolare e riorientare alcune decisioni.

Se la crisi in corso porti ad anticipare il raggiungimento del picco della domanda di petrolio e quindi delle emissioni di carbon fossile, è argomento ancora fortemente dibattuto, certo è che il calo della domanda può significativamente impattare le dinamiche geopolitiche, soprattutto in Artico dove gli investimenti legati allo sfruttamento delle risorse sono ancora particolarmente onerosi e con prospettiva di benefici di lungo termine.              

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Marco Volpe

Marco Volpe

Ciao a tutti,sono Marco Volpe,analista dello Iari per la regione artica. La mia passioneper l’estremo Nordviene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tantotempo,raggiunto attraverso un percorsoiniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpretare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica,soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.
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