Non solo Washington. Negli ultimi mesi l’Iran ha attaccato anche l’Albania. Uno scontro diplomatico che si trascina da anni in sordina, ma non senza picchi di tensione.       

I giorni del post Soleimani, quelli che hanno tenuto per settimane il mondo col fiato sospeso, sembrano solo un vago ricordo di fronte all’attuale pandemia globale. Tra i popoli che stanno pagando il tributo più alto al grande male del nuovo millennio c’è proprio l’Iran, da tempo alle prese anche con diffuse proteste popolari contro il regime dell’Ayatollah. La catena di eventi scatenata alla morte del generale iraniano dimostra ancora una volta quella che da ormai quarant’anni (se non di più) è una costante delle relazioni internazionali, ovvero che non si può parlare di Iran senza mettere in mezzo gli USA. Un accostamento che sottolinea una rivalità accesa e velenosa la quale, come hanno dimostrato i primi giorni del 2020, non esclude il ciclico ritorno alle maniere forti. Tuttavia c’è anche un altro paese che negli ultimi mesi ha subito le ire della guida suprema Ali Khameni, e non è la prima volta accade.        

Cinque giorni dopo il raid statunitense del 3 gennaio l’Ayatollah Ali Khamenei puntò il dito contro un “piccolo e sinistro paese in Europa”, nel quale a suo dire cittadini iraniani e statunitensi avrebbero organizzato le proteste che afflissero Teheran lo scorso novembre con almeno 304 morti (denuncia Amnesty International). Inoltre, secondo Khamenei, costoro hanno ordito dei piani per danneggiare l’Iran, poi effettivamente attuati. Di conseguenza, un nuovo nemico veniva aggiunto alla lista di avversari occidentalidel regime iraniano. Senza nome e apparentemente insospettabile, poiché lontano dalle dinamiche globali tra grandi potenze, in quanto confinato al momento dalla stessa Unione europea, che tergiversa sull’ammetterlo al proprio sodalizio.

Si tratta dell’Albania. Una nazione, un popolo e una politica estera che a primo impatto nessuno accosterebbe alle perennemente tese dinamiche geopolitiche iraniane. Eppure, anche se non nominato, il duro riferimento di Khamenei era proprio al paese balcanico. Anche questa vicenda, come pochi giorni prima quella con gli USA, si è declinata lungo diversi episodi di “botta e risposta”, aggiungendo un altro tassello al complicato mosaico culturale albanese, un crogiolo di lingue, etnie e religioni tra i più fervidi dell’Est Europa. È proprio la presenza di alcuni iraniani in Albania (che, tra l’altro, conta un 57% di cittadini musulmani, secondo un censimento del 2011) all’origine delle accuse di Khamenei. O meglio, di “determinati” iraniani in Albania, perché anche se la guida suprema ha indicato il peccato ma non il peccatore, il riferimento abbastanza scontato era ai membri del MEK (Mujahedeen-e-Khalq) che da diversi anni stazionano in territorio albanese.

in foto il logo di MEK (Mujahedeen-e-Khalq

Poche ore dopo le dichiarazioni dell’Ayatollah, il presidente albanese Ilir Meta ha replicato via social dicendo che il suo “non è un paese malvagio, ma un paese democratico che ha sofferto una dittatura malvagia”. Proprio per questo l’Albania considera sacri i diritti umani e da vent’anni rispetta gli impegni presi al fianco degli USA e della NATO per combattere il terrorismo internazionale, ha scritto Meta. Sempre l’8 gennaio, il Presidente in una distinta occasione ha parlato alla stampa della questione MEK, sottolineando come l’ospitalità concessa a quest’organizzazione, forte oppositrice del regime di Teheran, sia un’azione onorevole e in linea con la volontà di offrire rifugio a persone in pericolo dalle dittature. Due giorni dopo il primo ministro albanese Edi Rama in un’intervista ha accusato il regime di Khamenei di compiere attività brutali e maligne, oltre che di voler uccidere i rifugiati del MEK, considerati traditori in patria. 

Ufficialmente il MEK (conosciuto anche come PMOI-People’s Mojahedin Organization of Iran) nasce il 6 settembre 1965 grazie all’iniziativa di alcuni ex membri di un precedente gruppo fondato nel 1961, il Movimento per la libertà. Quest’ultimo partecipò alla rivolta di Khordad contro l’arresto di Ruhollah Khomeini, oppositore dell’allora monarchia dello scià Mohammad Reza Pahlavi. L’obiettivo iniziale del MEK era quindi contrastare l’influenza occidentale in Iran, e infatti appoggerà la successiva Rivoluzione del 1979 al fianco dell’imam Khomeini, futura guida suprema del paese. Nonostante ciò, il MEK venne immediatamente bollato dal nuovo regime teocratico per le enormi differenze di vedute. L’ideologia dell’organizzazione infatti rifiuta tuttora l’interpretazione ristretta dell’Islam tipica dei mullah fondamentalisti, tra l’altro incompatibile con il tipo di attivismo del MEK. Quest’ultimo è anche un partito politico d’ispirazione marxista (seppur in una peculiare versione islamizzata) e laica, che attualmente offre un programma che ben fa comprendere perché nel paese d’origine siano soggetti a rischio. Abolizione della poligamia e della pena di morte, istituzione di una repubblica democratica e alleata dell’Occidente, la promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali: sono queste caratteristiche che, dopo anni di condanna internazionale, hanno portato il MEK ad essere riabilitato.

Costretti a lasciare l’Iran in seguito alla nascita della Repubblica islamica, dopo una breve tappa a Parigi i vertici dell’organizzazione si stabilirono definitivamente in Iraq nel 1986, prima Camp Ashraf e poi a Camp Liberty. Nel 2012 i membri iniziarono ad essere dislocati in diversi paesi europei, principalmente in Albania. L’operazione fu coordinata sotto l’egida dello UNHCR come “intervento umanitario” con la regia degli USA, che fino ad allora consideravano il MEK un’organizzazione terroristica da tenere sulla lista nera del Dipartimento di Stato. La rimozione dalla black list si deve all’allora Segretario di Stato Hillary Clinton e alle pressioni politiche che provennero da diverse lobbies di primo piano. Si riteneva (e si ritiene ancora) che il MEK potesse rappresentare una potenziale alternativa democratica per il futuro dell’Iran. L’esito di questo fenomeno ha portato a circa 3500 i membri dell’organizzazione iraniana attualmente stabiliti in Albania, con una loro base operativa nei pressi di Durazzo e un’altra istituzionale vicino Tirana. I rappresentanti del MEK ricevono persino delegazioni estere, oltre a tenere normali contatti con le autorità albanesi.

Circa una settimana dopo il botta e risposta tra la guida suprema dell’Iran e il “piccola e sinistra” Albania, quest’ultima ha espulso due diplomatici iraniani, aggiungendo nuova tensione al tormentato rapporto tra i due paesi. Il 16 gennaio il governo albanese ha ordinato l’allontanamento di Mohammad Ali Arz Peimanemati e Seyed Ahmad Hosseini Alast, accusati di aver svolto attività sospette per conto dei servizi segreti di Teheran e di essere una minaccia per la sicurezza nazionale. La decisione fu annunciata dal ministro degli Esteri Gent Cakaj che dichiarò i due soggetti “persone non gradite”. Il sospetto è che entrambi fossero stati in realtà legati Qassem Soleimani, il generale ucciso da un raid statunitense il 3 gennaio. Questo tipo di crisi diplomatiche tra Tirana e Teheran non sono una novità. Anche nel dicembre 2018 vennero espulsi dal territorio albanese due diplomatici iraniani con accuse di terrorismo. Tra questi vi era l’ambasciatore Gholam Hossein Mohammadnia, e la decisione fu accolta con rabbia dalle autorità iraniane che accusarono Tirana di aver ceduto alle pressioni statunitensi e israeliane. La Casa Bianca si congratulò col governo albanese in nota ufficiale per l’azione intrapresa. 

Come accennato dal presidente Meta nella sua risposta via social all’Ayatollah, da tempo la lotta al terrorismo internazionale è una priorità per Tirana (come dimostrato anche dalle espulsioni di cittadini iraniani ritenuti coinvolti in simili attività). A tale scopo l’Albania si unì al fianco degli USA nell’Operazione Sentinella, una task force navale creata per proteggere il trasporto marittimo (soprattutto di petrolio) nella rotta tra Mar Arabico e oceano Indiano. In quest’area nel maggio 2019 si verificarono alcuni attacchi a delle petroliere in transito, e Washington ritenne responsabile l’Iran. L’intera operazione marittima quindi si configura più come uno dei tanti mezzi statunitensi per mettere Teheran sotto pressione, anche alla luce di ulteriori accuse nei mesi successivi, quando furono colpiti degli impianti petroliferi sauditi con dei missili. Nonostante l’apparente assenza di interessi nell’area per Tirana, la sua partecipazione è dovuta sia agli stretti legami con gli USA che agli sforzi messi in campo per apparire ancora di più un candidato credibile all’UE, che probabilmente il prossimo maggio potrebbe dare il via libera ai negoziati di adesione, finora negati.

in foto il logo Kmsh – Komuniteti Mysliman i Shqipërisë

Ma il terrorismo che l’Albania teme non è certo quello dall’altra parte del mondo, ma in casa propria. In diverse occasioni lo scorso anno furono scoperte delle pericolose cellule di agenti iraniani pronti a colpire per punire sia i membri del MEK che il paese ospitante. Una preoccupazione che si inserisce nella più ampia minaccia delle infiltrazioni jihadiste nei Balcani, e che potenzialmente potrebbe trovare nel diffuso credo musulmano albanese e negli spazi di manovra lasciati dalla tolleranza religiosa terreno dove attecchire. Per fortuna l’Albania, come sottolineato da Ilir Meta nella citata intervista dell’11 gennaio, ha conosciuto fin troppo bene la dittatura e per questo ci tiene a mantenere la sua fama di paese multiculturale ed tollerante. Nonostante saltuari episodi di predicatori radicali, la maggior parte della comunità islamica albanese (KmshKomuniteti Mysliman i Shqipërisë) è sempre attenta ad individuare e denunciare tali deviazioni, al punto da chiedere nel 2015 sostegno al governo per affrontare al meglio la questione. La realtà del pericolo jihadista in Albania fece il giro del mondo nel 2014, quando le forze di sicurezza albanesi arrestarono i due imam Genci Balla e Bujar Hysa, a capo di una tra le più potenti e pericolose reti di reclutatori in tutti i Balcani. In questo il sostegno strategico degli USA è fondamentale, così come lo sarà quello dell’UE appena aprirà le porte a Tirana. L’Albania, in questa singolare vicenda con l’Iran, ha dimostrato di saper essere ferma e risoluta, senza mai venire meno agli impegni presi, nonostante le molte sfide sul suo cammino. Se l’Ayatollah cercava un nuovo nemico occidentale contro cui inveire, pare aver trovato pane per i suoi denti.    

 

 

 

 

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