Nel 2019 d.c la Repubblica Popolare Cinese è una nazione potente, in forte crescita ed unita. Tutta la Cina? Non proprio, esiste infatti un gruppo di isole nel Mar Cinese Meridionale, la più grande delle quali l’Isola di Formosa, che ancora resiste all’annessione e si rifiuta di riconoscere la sovranità di Pechino. Da quali fuochi nasce questa ribellione? Come può un’isola così piccola impedire l’avanzata di un paese di più di un miliardo di abitanti? Cerchiamo di spiegare le situazioni di uno stato che dal 1949 ha nel suo unico obbiettivo la propria ragion d’essere: sopravvivere.

Come spesso gli analisti di relazioni internazionali della Cina sono costretti a fare, è necessario partire dall’anno della rivoluzione comunista, il 1949, per poter spiegare puntualmente la situazione odierna. Nel 1949 il mondo, terminata la tragica esperienza della Seconda Guerra Mondiale, era piombato in una nuova guerra, stavolta in grado di contrapporre, prima ancora che degli stati, i popoli stessi . Questo nuovo conflitto fratricida venne denominato “freddo” ma, in effetti, alcune nazioni erano piombate invece in una caldissima guerra civile e la Cina in questo senso non faceva eccezioni. Le forze nazionaliste del Kuomintang, guidato dal generale Chiang Kai-Shek combatterono contro i guerriglieri comunisti di Mao Zedong per ben quattro anni ma alla fine, sopraffatti, furono costretti ad una rovinosa ritirata nell’unico posto che avrebbero potuto difendere agilmente dalle interminabili ondate di coscritti, l’unico posto dove poter annullare la superiorità numerica dei comunisti: l’isola di Formosa nel Mar Cinese Meridionale.

Una volta stabilita la “Fortezza sullo stretto” entrambi i governi cinesi, Comunista e Nazionalista, decisero mutualmente di non riconoscere la legittimità della controparte, teorizzando la riunificazione previa sconfitta di una delle due parti.

Ovviamente tutto ciò comportava un assetto di guerra e nel corso degli anni lo stretto di mare tra isola e continente ha visto innescarsi numerose crisi, le più gravi nel 1954, subito dopo la fine della Guerra in Corea, nel 1958, in cui gli Stati Uniti ipotizzarono anche l’uso di ordigni nucleari per fermare Mao, e infine nel 1995 a dimostrazione che la questione taiwanese travalicava la fine del blocco sovietico e della sua ideologia. Visto lo stallo militare affermatosi negli anni, la resistenza di Taiwan dipende essenzialmente dai rapporti diplomatici che essa intrattiene e mantiene con il resto del mondo. Nonostante la tensione da guerra fredda si sia allentata, Taiwan ha sofferto dal 1971, anno della sostituzione del suo seggio al Consiglio di Sicurezza ONU, un progressivo isolamento sul piano internazionale che ha costretto la sua politica a puntare sia sul partenariato economico per modernizzare le sue forze armate.

Dal punto di vista meramente formale del riconoscimento politico, Taiwan ad oggi è accettata come stato autonomo, e di conseguenza capace di inviare personale diplomatico, solo da 17 stati.

Ciò detto, nonostante il mancato riconoscimento, gli Stati Uniti d’America hanno deciso di mantenere Taiwan come asset geopolitico per la stabilità dell’area del Mar Cinese Meridionale. Se da un lato infatti nel 1971 l’amministrazione Nixon era riuscita a normalizzare le Relazioni con la Cina di Mao, Taiwan rimaneva ancora una delle poche entità dell’Asia a non aver ceduto al proliferare dell’ideologia comunista, destino invece toccato ad esempio ai paesi dell’Indocina.

Taiwan non poteva essere lasciata sola, ma la rovinosa esperienza in Vietnam aveva insegnato che un coinvolgimento diretto non era politicamente sostenibile, piuttosto si decise di puntare sulla militarizzazione dell’isola come argine al proselitismo rivoluzionario, un approccio non dissimile al contenimento sovietico degli anni 50 basato su un assunto molto semplice: i governi rivoluzionari fomentano e apparentemente cercano il conflitto ma in realtà non sono pronti alla guerra.

Nel 1979 quindi, dopo la morte di Mao, gli Stati Uniti adottarono il Taiwan Relations Act che permise di creare un quadro giuridico di riferimento in materia politica di difesa, permettendo di mantenere relazioni non formali con l’isola e obbligando Washington al dovere di aiutarla nella salvaguardia delle proprie capacità di autodifesa.

Riguardo la struttura delle forze armate, il budget militare annuo di Taiwan ammonta a 10,5 miliardi di dollari contro i 239 di Pechino, vista la sproporzione delle cifre anche un non esperto di dottrine militare può intuire il soverchiante vantaggio della Repubblica Popolare Cinese.

A tal proposito, la strategia del Pentagono prevede non tanto di rendere Taiwan immune ad una invasione terrestre, bensì di permetterle di resistere ad eventuali bombardamenti e sbarchi di truppe d’assalto abbastanza a lungo da permettere agli USA di intervenire con i propri mezzi in funzione di difesa e in linea con le norme vigenti di diritto internazionale. Il 6 Giugno 2019, nonostante il progressivo isolamento di Taipei, il New York Times ha annunciato l’imminente firma di un accordo commerciale tra USA e Taiwan per una fornitura di armi per 2 miliardi di dollari. Tra le varie forniture vi sarebbero 108 nuovi carri armati M1A2 prodotti dalla General Dynamics Land System in sostituzione degli M60 Patton costruiti negli anni sessanta, 1204 missili anticarro TOW, della Hughes Aircraft, 404 missili Javelin anticarro trasportabili, prodotti da Lockheed Martin e Raytheon ed infine 250 missili Stinger prodotti sempre dall’Americana Raytheon.

La sigla di un accordo di tale entità non dovrebbe destare grande scalpore, considerando che non si tratta di un patto politicamente vincolante ma una mera fornitura in armi. Nel contesto asiatico, tuttavia, esso rappresenta una svolta di dimensioni a dir poco gargantuesche nei confronti dell’isola ribelle. Come già specificato, questo accordo andrebbe a sostituire la divisione corazzata di Taiwan, datante mezzi armati degli anni 60, giusto prima dell’inizio del suo isolamento, il che significa che in qualche modo gli Stati Uniti non avevano considerato una minaccia immediata dalla Repubblica Popolare Cinese almeno da 40 anni. L’esistenza pacifica della Repubblica Cinese si inserisce quindi in un contesto più ampio. A partire dal 23 marzo 2018 gli Stati Uniti hanno aperto una guerra commerciale con la Cina imponendo dazi a partire da prodotti come acciaio e alluminio e questo sicuramente ha contribuito a deteriorare i rapporti tra le due potenze. Tuttavia, vi è un secondo fattore che ha contribuito a spostare l’asse americano in favore di Taiwan: la questione delle isole contese nel Mar Cinese Meridionale.

La diatriba riguardo i piccoli atolli delle acque a sud del continente avrebbe dovuto chiudersi con la sentenza della Corte di Giustizia internazionale che nel 2016 aveva decretato l’infondatezza delle pretese di sovranità su di esse da parte della Cina, il cui assetto aggressivo ed espansionista era stato confermato in occasione del congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese del 2017 durante il quale Xi Jinping aveva ufficialmente abbandonato la “Dottrina del Basso Profilo” in materia di politica estera. Queste avvisaglie non sono passate inosservate a Taiwan, che per la prima volta dopo 40 anni è riuscita ad intrattenere incontri diplomatici con gli Stati Uniti. Del resto, era stata proprio la Presidentessa di Taiwan Taiwan, Tsai Ing-Wen, la prima tra tutti i capi di stato mondiali a congratularsi telefonicamente con il neoeletto Donald Trump.

Tali premesse non fanno ben sperare per la stabilità dell’Asia e per la buona tenuta dell’attuale sistema internazionale: la Cina ha la volontà e presto i mezzi per sfidare il mondo nelle decisioni adottate collegialmente tra gli Stati. L’atteggiamento da grande potenza purtroppo viene confermato anche ad Hong Kong, dove di fatto sembrerebbe aver abbandonato la pattuita politica di autonomia amministrativa nei confronti di regioni particolari, la dottrina de “Una Cina, due sistemi”.

Lo scontro con gli Stati Uniti è stato già decretato come inevitabile nel saggio de “La Trappola di Tucidide”: le norme dell’Organizzazione del Commercio vengono Puntualmente disattese così come le sentenze di diritto internazionale, in questo scenario la piccola Taiwan, inevitabilmente, può solo alzare le barricate e sperare che un fratello maggiore la difenda in caso di bisogno.

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