“Il Libano insorge” (‘Lubnan yantafed’ in arabo libanese) è lo slogan che accompagna numerosissimi post e fotografie dei cittadini libanesi impegnati nelle iniziative di protesta iniziate lo scorso 17 Ottobre. Il popolo reclama a gran voce la rivoluzione(‘thawra’): sarà davvero questo l’esito delle manifestazioni?

Per rispondere alla domanda è utile domandarsi chi sono i protagonisti delle azioni di protesta e quali sono le loro rivendicazioni. Fin dai primi giorni in cui sono scesi in piazza, i libanesi hanno diffuso un messaggio chiaro e inequivocabile per identificare le loro azioni e la loro identità: era il popolo a parlare, al di là delle divisioni confessionali. Sul sito web della ‘thawra’ (www.lubnanyantafed.org), alla sezione “Manifesto”, si legge:

<< We do not represent any sect, religion, or party. We do not back any party, religion, or sect. We are the people, from all sects and religions, from all parts of the country and the world. we are Lebanese. >>

Attraverso questa dichiarazione i libanesi hanno dimostrato di non voler più essere rappresentati dalla logica settaria che fin dalla emanazione della Costituzione governa il Paese e impedisce l’unità della sua società. Sebbene, infatti, la Costituzione del 1926 sancisse il principio di equa rappresentazione per la comunità cristiana e musulmana (art. 95), essa definì la divisione confessionale come una situazione transitoria in attesa di un piano di transizione che portasse al superamento del confessionalismo politico (ibidem). Tuttavia, tale transizione non è mai avvenuta e, al contrario, il confessionalismo si è consolidato sempre di più fino a pervadere ogni ambito della vita pubblica dei cittadini.

Se il sistema confessionale si sviluppò, all’inizio, per creare un equilibrio di potere tra le due comunità principali del Paese dei cedri (quella maronita e quella sunnita), oggi la composizione sociale del Libano è notevolmente cambiata e così anche la proporzione tra le diverse comunità.

L’ultimo censimento ufficiale effettuato per rilevare la ripartizione della popolazione nelle diverse comunità risale al 1932 (in base al quale alla comunità cristiana in generale apparteneva circa il 50,4% della popolazione e a quella musulmana in generale il 49,1%). In particolare, però, la Costituzione del 1926 faceva riferimento ad un censimento del 1921, secondo il quale la differenza di percentuale tra cristiani e musulmani era leggermente diversa (cristiani 50,1% e musulmani 44,9%). Nel tempo la proporzione è cambiata notevolmente, anche a seguito dell’afflusso massiccio dei palestinesi della diaspora nei campi profughi presenti in Libano, soprattutto nel Sud del Paese.

Copyright Sergey Kondrashow – suddivisione della popolazione libanese in base alla confessione religiosa

L’assenza di stime ufficiali che riportino l’attuale composizione della società e la ripartizione nelle diverse comunità testimonia la mancanza di volontà da parte del governo centrale di effettuare concretamente quella transizione verso il superamento del confessionalismo indicata nella Costituzione del 1926.

Le rivendicazioni dei manifestanti

A testimonianza dell’incompatibilità dell’identità e delle necessità del popolo libanese con la gestione politica ancora basata su un rigido modello confessionale, arrivano le proteste del 17 Ottobre che, unendo le diverse voci del Paese, esigono le dimissioni di tutta la classe politica. Solo attraverso la rapida nomina di un governo tecnico, sostengono i manifestanti, sarà possibile procedere alla preparazione di nuove elezioni durante le quali il popolo avrà il potere decisionale necessario per dare una svolta al Paese.

Il 29 Ottobre, dopo 12 giorni di proteste, è giunto l’annuncio delle dimissioni da parte del Primo ministro Saad Hariri, il quale ha affermato che non si candiderà nuovamente alla carica di Primo ministro. Le consultazioni seguite alle dimissioni di Hariri, tuttavia, non hanno portato alla nomina di un governo tecnico e anzi hanno evidenziato la situazione di stallo nella quale versa il Paese. Contemporaneamente alla crisi politica, infatti, il Libano è minacciato anche da una condizione di forte instabilità economica la quale, dallo scoppio delle proteste, è peggiorata portando alla paralisi delle attività economiche e a gravi ripercussioni in diversi ambiti tra cui uno di quelli che desta particolare preoccupazione è quello sanitario.

In merito alle proteste, in questi due mesi i libanesi hanno dimostrato la loro perseveranza e determinazione nel portare avanti la causa della thawra, alla quale prendono parte tutte le comunità confessionali e anche i membri della comunità palestinese residente in Libano.

Questo è sicuramente un elemento di novità per la storia del Paese dei cedri: per la prima volta si assiste alla rivendicazione di diritti e rappresentanza politica uguale per tutti, a prescindere dalla comunità di appartenenza e, anzi, ciò che emerge con chiarezza è il desiderio di abbandonare la logica confessionale e dare vita a un sistema politico che risponda davvero alle esigenze della popolazione.

D’altronde, gli stessi confini delle differenti comunità sono oggi poco definiti e definibili, in quanto le diverse identità che compongono il territorio libanese si sono da sempre intrecciate dando vita ad una composizione complessa: è possibile trovare membri di una stessa famiglia che appartengono a comunità diverse, oppure che sostengono partiti diversi o ancora che non sostengono nessun partito e non si sentono rappresentati dalla propria comunità di origine.

Ancora, ci sono i palestinesi che vivono in Libano ormai da anni o che sono nati in territorio libanese da genitori fuggiti dalle guerre e che oggi scendono in piazza per rivendicare il proprio diritto alla rappresentanza e per affermare la condivisione dei principi delle proteste. Questo fervore e questa energia dei manifestanti si può notare osservando i dibattiti spontanei che nascono nei luoghi di raduno nelle piazze e strade delle principali città libanesi.

Ad esempio, come riportato dal quotidiano libanese in lingua inglese The Daily Star, nella città di Tripoli sono state allestite delle vere e proprie tende che fungono da luoghi di assemblea nei quali i manifestanti si riuniscono e discutono insieme delle questioni più urgenti per il superamento dello stato di crisi nel quale vive il Paese.

Alcuni raccontano di aver scoperto l’esistenza di leggi delle quali prima non erano informati, altri affermano di essere diventati più consapevoli dei propri diritti e responsabilità. In generale, l’atmosfera che sembra pervadere le assemblee spontanee nella città di Tripoli e in altre città libanesi è quella della creazione di un dibattito per la realizzazione di un manifesto della rivoluzione che contenga i suoi punti programmatici e le azioni necessarie per raggiungere l’obiettivo di nuove elezioni politiche.

A testimonianza dell’attivismo dei manifestanti libanesi, in questo periodo di proteste è stato creato anche un quotidiano della thawra che porta il nome del giorno in cui sono scoppiate le rivolte, “17 Ottobre”. Un gruppo di editor volontari ha dato vita a questo giornale sul quale vengono riportate tutte le notizie relative alle proteste oltre ad articoli di opinione.

Fino a pochi giorni fa, una delle caratteristiche principali delle manifestazioni era il loro carattere pacifico e il clima spesso festoso diffuso dai libanesi nelle piazze del Paese. Tuttavia, da qualche giorno, l’atmosfera sembra essere cambiata e quelle che erano state definite come manifestazioni pacifiche si sono trasformate, in alcuni casi, in scontri tra la polizia e la popolazione. Secondo quanto riporta Middle East Eye, le Nazioni Unite hanno presentato richiesta al Libano di procedere alle investigazioni per fare luce su casi di uso eccessivo della forza da parte della polizia contro i manifestanti. Questi episodi creano preoccupazione nei confronti dei possibili sviluppi futuri delle proteste e degli effetti negativi che possono generarsi dalla diffusione dell’uso della forza da parte della polizia o degli stessi manifestanti.

Verso la thawra?

Cosa manca ai moti nati il 17 Ottobre scorso per diventare davvero la thawra celebrata a gran voce dai libanesi? Sembra evidente che queste proteste abbiano segnato un momento storico spartiacque per il Libano, o meglio che abbiano aperto la possibilità di una svolta epocale. Tuttavia, non è ancora chiara la direzione che prenderanno le manifestazioni dei libanesi e la loro incidenza sulle decisioni del governo centrale. Come per ogni grande cambiamento, anche una svolta fondamentale nella storia del Paese (in questo caso il superamento del confessionalismo) richiederebbe un tempo molto lungo di transizione ed elaborazione di un sistema alternativo. La determinazione dimostrata dai cittadini nel rivendicare la partecipazione di tutta la popolazione alle manifestazioni potrebbe rappresentare la chiave per una profonda ed effettiva riforma dell’organizzazione politica del Paese. Tuttavia, forse tale determinazione ed energia mostrata durante le proteste non basta per raggiungere davvero l’obiettivo: per concretizzare quella tanto agognata fase di transizione volta al superamento del confessionalismo si è forse reso necessario che la popolazione si organizzi in modo programmatico e concretizzi una proposta politica alternativa a quella dell’establishment.

Fonti

Rosita Di Peri, “Il Libano contemporaneo. Storia, politica e società”, Carocci editore, 2017;

Laura Guazzone, “Storia contemporanea del mondo arabo”, Mondadori Università, 2017;

Maya Mikdashi, “Beyond the Lebanese Constitution: A Primer”, Jadaliyya, 04/12/2019;

Jana Dhayby, ” ‘Hungry for knowledge’: Tripoli debate tents draw in the street”, The Daily Star, 04/12/2019;

“UN calls for investigation into violence against Lebanese Protesters”, Middle East Eye, 17/12/2019

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