Le radici della travagliata relazione tra il Regno di Sua Maestà e la Persia (in tutte le sue forme) sono ravvisabili in una storia fatta di seduzione politica e convenienti tradimenti. La Gran Bretagna come rappresentazione dell’inaffidabilità occidentale e la delusione di un Iran alla ricerca di sbocchi di autonomia e benessere. Nella retorica della Repubblica Islamica lo UK rimane il “piccolo Satana”, a tratti concepito come persino peggiore degli Stati Uniti. La natura di questa relazione è in primis la strumentalità per obiettivi che poco hanno direttamente a che fare con la controparte. Cosa ci dice questa storia sulle prospettive future degli affari internazionali?

Il primo importante incontro tra l’Iran e la Gran Bretagna avvenne durante il regno in Iran della dinastia Qajar. I Qajar erano una tribù turco-azera uscita vittoriosa dalla guerra tribale scatenatasi parallelamente al crollo del potere Safavide alla fine del 1700. Il nipote del capostipite dinastico Agha Mohammed Khan, di nome Fath Ali Shah, ricevette nell’anno 1800 la prima missione europea guidata dal diplomatico inglese John Malcolm. L’interesse e la postura britannica nei confronti del regno persiano era essenzialmente strumentale alle vicende che si consumavano in territorio europeo. Nel 1796 Napoleone aveva inviato una missione diplomatica a Teheran con il fine di minacciare gli interessi britannici in India. Allo stesso modo i britannici avevano bisogno che l’Iran non si schierasse con il nemico francese per assicurare le loro ambizioni ad est del regno persiano. All’inizio del 1800 l’Iran ricevette l’attenzione dovuta a uno Stato fondamentalmente fragile e debole, la cui sovranità veniva messa in discussione e risucchiata nel conflitto europeo avviato dalle conquiste napoleoniche. Possedendo un territorio notevole, geograficamente strategico e una debolezza economica, militare e politica strutturale, rappresentò un mero oggetto della politica internazionale. Infatti, durante il regno di Fath Ali Shah, l’Iran perse il controllo dei territori caucasici in seguito alla discesa dei russi in Georgia e in Armenia. Lo Shah chiese l’aiuto degli inglesi richiamandosi al trattato firmato nel 1800, ma gli inglesi erano più interessati al rapporto con i russi in chiave anti-francese che al rapporto con Teheran, e ignorarono la richiesta. Questo schema si ripresenterà svariate volte nel corso dell’800. Il destino dell’Iran era quello di essere continuamente sedotto per interessi strumentali ed esterni, ma primariamente sacrificabile in nome d’intese anti-X con alleati di maggiore spessore militare e politico.

Durante il conflitto russo-britannico del Grande Gioco la sottomissione della sovranità persiana raggiunse l’apice. L’indipendenza dello Shah divenne una questione puramente nominale. La corte dei Qajar vantava alcuni grandi riformatori, come il primo ministro Amir Kabir, il quale spinse per modernizzare il paese seguendo il modello occidentale, dall’esercito, all’economia manifatturiera, al centralismo burocratico che potesse soppiantare le inefficienze dovute ai patti con i clan locali. Kabir e altri riformatori rappresentavano una minaccia sia per le ambizioni straniere che per gli interessi reazionari presenti nella corte Cagiara e spesso furono costretti a cedere il passo a funzionari meno propensi al cambiamento sociale del paese. Se il Gioco tra Russia e Gran Bretagna aveva come effetto quello di costringere all’arretratezza l’Iran, è anche vero che la serrata competizione per l’influenza rese impossibile il dominio di una sola potenza e l’instaurarsi di un vero e proprio dominio coloniale.

Mappa dell’Iran al tempo della dinastia Qajar. La dinastia, di stirpe turco – azera regnò dal 1794 al 1925

La sfiducia nei confronti della Gran Bretagna fu uno dei motivi che contribuirono alla rivoluzione del 1905 in cui si fusero ragioni economiche e religiose stabilite dall’alleanza tra i bazar, i mercanti persiani, fortemente ostili alla presenza straniera a causa delle concessioni commerciali agli inglesi, e la classe religiosa degli ulema. Lo Shah fu costretto a permettere la nascita di un Parlamento nazionale, il Majlis,e la nuova Costituzione affermava che la sovranità dello Shah derivava dal popolo. L’Iran stava cambiando, le idee liberali, nazionaliste e democratiche si facevano largo nella società persiana anche grazie al contatto con l’Occidente. Tuttavia le potenze occidentali non lo compresero e nel 1907, come se nulla fosse cambiato, Gran Bretagna e Russia si spartirono il paese con un trattato: influenza russa al nord (importante confine con il Caucaso), influenza britannica nel sud-est (importante confine con il subcontinente indiano) e zona neutrale al centro.

In seguito alla rivoluzione e alla graduale uscita di scena degli altri attori, la Gran Bretagna rimase in Iran come la potenza esterna più influente. Se durante l’800 l’Iran era fondamentale a causa del suo confine con la colonia dell’India britannica e del bilanciamento anti-russo, all’inizio del ‘900 le scoperte di enormi giacimenti di petrolio nel sud-occidentale Khuzestan divennero la nuova bussola dell’interesse britannico, sancita con la fondazione della Anglo-Persian Oil Company e con l’acquisto della quota di maggioranza da parte di Londra nel 1914. Nel 1919 Londra cercò persino d’imporre un protettorato nello stile dei mandati in Iraq e in Palestina, ma fallendo a causa della trasversale opposizione della società iraniana. Intanto, nello stesso periodo venne nominato capo delle forze armate britanniche il generale Ironside, il quale incentivò l’ascesa di un giovane ufficiale persiano a comandante dell’esercito persiano, Reza Khan. Forte del sostegno del generale inglese, interessato ad avere un comandante filo-britannico, depose la dinastia Qajar, assunse il nome Reza Pahlavi, diventando il nuovo Shah e avviando una riforma modernizzatrice in tutti i campi.

Durante la seconda guerra mondiale, la natura totalizzante della guerra investì l’Iran con l’invasione anglo-sovietica del 1941, la quale fu determinata da 3 essenziali motivi: la necessità di un rafforzamento strategico nella regione per evitare la possibilità di un intervento tedesco a Teheran, i timori di uno Shah che aveva espresso simpatie filo-tedesche e la situazione per cui, in seguito alle vittorie tedesche, a Gran Bretagna e URSS rimanevano solo le impervie vie artiche e le vie sud-asiatiche per venirsi in aiuto. Gli Alleati mantennero il controllo del paese fino alla fine della guerra. L’Iran si ritrovò alla fine della guerra umiliato dall’invasione, militarmente occupato e in forte dissesto economico. Un altro problema centrale era l’iniqua distribuzione dei profitti della Anglo-Iranian Oil Company a causa della tassazione britannica dell’AIOC, la quale garantiva maggiori profitti per Londra. Lo Shah Mohammed Reza Pahlavi cercò di fomentare il sentimento anti-inglese e tendenzialmente filo-americano della società iraniana. A tal fine arrivò a paragonare il nazionalismo iraniano alla lotta per l’indipendenza americana contro l’imperialismo inglese. La Gran Bretagna era definitivamente emersa come la rappresentazione classica dell’inaffidabilità occidentale.

Il primo ministro iraniano, Mohammed Mossadeq

Lo scontro tra Iran e l’Occidente anglo-sassone si acutizzò nel 1951 quando il nuovo primo ministro promosse la nazionalizzazione del petrolio. I tecnici britannici lasciarono le installazioni petrolifere e Londra impose il blocco. Teheran sperava in un aiuto da Washington dato che le entrate nazionali non aumentavano, ma il coinvolgimento del Partito Comunista Tudeh nella spinta per la nazionalizzazione bastava a rendere diffidenti gli americani. Alla fine del ’52 Mossadeq ruppe le relazioni con la Gran Bretagna. Nello stesso momento quest’ultima organizzò un colpo di stato per sbarazzarsi del primo ministro iraniano, il quale fallì grazie alle informazioni passate dal Tudeh. Tuttavia in seguito alle sommosse anti monarchiche e all’invio dell’esercito per contenere i disordini, Mossadeq si inimicò parte del precedente sostegno, rendendo unica l’occasione per Londra di finanziare ulteriori manifestazioni di piazza e ai SIS britannici e alla CIA d’intervenire per spodestare il primo ministro. Le relazioni con la Gran Bretagna furono riallacciate nel 1954.

D’allora in avanti, la politica attuata verso la Gran Bretagna fu influenzate dalle relazioni all’interno del contesto occidentale, e con gli Stati Uniti in particolare. In altre parole, non godevano più di vita propria. La Gran Bretagna continuava a rappresentare un’entità estremamente negativa nella società persiana, ma venne inserita all’interno di un più ampio quadro di relazioni (oscillanti) con l’Occidente. Al contempo il posto della vecchia potenza egemone fu definitivamente preso dagli Stati Uniti anche nelle relazioni con l’antica potenza iraniana. La visione britannica dell’Iran era così influenzata dal contesto della guerra fredda e dalla necessità di contenimento dell’Unione Sovietica. I primi ministri inglesi sostennero fortemente lo Shah e i suoi metodi repressivi addestrando gli uomini del servizio segreto SAVAK. L’Iran fu anche uno dei maggiori compratori dei carri armati inglesi Chieftains, arrivando a possederne più dello stesso Regno Unito. Persino dopo la rivoluzione iraniana e la crisi degli ostaggi con gli US, i britannici continuavano a vedere nella teocrazia iraniana un bastione anticomunista con l’addestramento di ufficiali iraniani. Nel 1982 furono essenziali nel passaggio al regime teocratico d’informazioni cruciali per sbarazzarsi definitivamente del Partito Comunista Tudeh che fu bandito dopo diversi arresti e assassinii tra suoi ranghi. [2]

Successivamente, le relazioni dell’Iran con i britannici seguirono quelle con l’Occidente e alcuni eventi contingenti come la fatwa lanciata nel 1989 contro l’autore inglese dei “Versetti Satanici”, Salman Rushdie, la detenzione di otto marinai inglesi giunti in acque iraniane nel 2004, la riapertura, chiusura e nuova riapertura dell’ambasciata inglese a Teheran e l’ulteriore peggioramento relazioni nel 2009 alla rielezione del conservatore iraniano Ahmadinejad. [3-4]

Arrivando ai nostri giorni, successivamente al ritiro americano dall’accordo sul nucleare, del quale il Regno Unito era uno dei firmatari, quest’ultimo ha mantenuto la sua adesione, ma i fatti più recenti sembrano andare verso la tradizionale concezione dell’Iran, come paese sacrificabile sull’altare d’interessi globali. Il 4 luglio la Marina Britannica ha fermato la petroliera iraniana Grace 1 nello stretto di Gibilterra perché accusata di voler violare l’embargo petrolifero contro la Siria di Assad. Il 10 luglio tre navi iraniane hanno cercato d’intercettare la petroliera britannica British Heritage, fallendo solo grazie al risolutivo intervento della fregata Montrose. In seguito a questi episodi Londra ha affermato che invierà il cacciatorpediniere Duncan nello stretto per proteggere le navi commerciali. In seguito al referendum sull’uscita dall’UE, il Regno Unito ha come priorità strategica la proiezione globale della sua marina, il perno informativo sulla comunità di spionaggio anglosassone Five Eyes e il rapporto imprescindibile con gli Stati Uniti. L’Iran non è un dossier prioritario, ed è un’ottima occasione per rafforzare le suddette priorità senza costi effettivi. Il tema del sostegno europeo ai trasferimenti INSTEX e all’accordo sul nucleare è debole. Nessuno oserebbe scalfire un importante interesse americano in cambio di commercio con un paese periferico e autocratico. Pure contingenze o segno di svolta strutturale, i recenti episodi porteranno facilmente a una postura più diffidente perché la Royal Navy ha bisogno di spazi marittimi in cui farsi valere, e un maggiore allineamento a Washington è fondamentale per sostenere il ruolo della Global Britain dopo l’uscita dall’UE [5].

Tuttavia non bisogna arrivare a credere a un allineamento assoluto tra Londra e Washington dato che la prima ha continuato a difendere il rispetto degli impegni sul nucleare presi da Teheran dopo il ritiro americano. Inoltre una totale accondiscendenza britannica alla politica estera USA sarebbe contro-producente dato che il ruolo globale che dovrebbe rivestire necessita d’interessi ed ambizioni autonome, a cavallo tra atlantismo, rapporti con l’UE e impronta autenticamente British sul resto del mondo. Gli stessi candidati Premier del Partito Conservatore Jeremy Hunt e Boris Johnson hanno espresso la loro contrarietà alla linea americana [6]. Comunque, la natura rivoluzionaria del regime iraniano e il sostegno al cambiamento dello status quo nei paesi del Medio Oriente, ed in particolare in Yemen, Libano, Palestina ed in maniera diversa in Siria, è un fattore di scontro diretto tra Iran e UK. [7] La tradizione delle relazioni britannico-iraniane continua sotto il prevalente segno della strumentalità da quella missione del giovane Malcolm a Teheran. Se prima il paese persiano si affidava ad inglesi e russi per meri obiettivi di sopravvivenza, e diveniva oggetto delle prove di bilanciamento mondiale dell’egemone ottocentesco, oggi anche l’Iran sfrutta, in maniera fallimentare, la presenza britannica nello stretto di Hormuz per avvisare gli Stati Uniti riguardo alla propria inflessibilità ed eventuale disponibilità ad un ulteriore surriscaldamento delle posizioni.

Il messaggio è che l’Iran asseconderà l’escalation figlia della volontà degli Stati Uniti, i quali non otterranno quella posizione di forza da cui vogliono condurre i nuovi negoziati. Dunque l’Iran tenta di convincere gli americani che la loro migliore strategia sarebbe proprio quella di un tavolo negoziale sulle basi del precedente accordo.8 Al tempo della rivoluzione iraniana si diceva che gli inglesi sarebbero stati capaci di nascondersi nella barba di Ruhollah Khomeini pur di tramare e tessere complotti. Nell’immaginario collettivo persiano gli inglesi si sono guadagnati una reputazione legata agli ingiustificati interventi, espropri di sovranità e tradimento degli accordi. Il risultato è che il complottismo anti-inglese è arrivato a livelli parossistici. Le relazioni internazionali tra questi 2 paese, influenzate dalla storia, dalla negativa percezione reciproca, dalle divergenti contingenze internazionali e dai poco individuabili comuni interessi strutturali si muovono su sentieri che possiedono traiettoria e natura differenti, ma abili nell’incrociarsi frequentemente per fare uso l’uno dell’altro.

Bibliografia

1) M. Axworthy, A History of Iran, Basic Books, Maggio 2016

2) M. Curtis, Britain and the Iranian revolution: Expediency, arms and secret deals, Middle East Eye, gennaio 2019, indirizzo web: https://www.middleeasteye.net/opinion/britain-and-iranian-revolution-expediency-arms-and-secret-deals

3) M. Behravesh, Downgrading Iranian-British relations: the anatomy of a folly, openDemocracy, gennaio 2012, indirizzo web: https://www.opendemocracy.net/en/opendemocracyuk/downgrading-iranian-british-relations-anatomy-of-folly/

4) K. Lyon, Iran-UK relations: 12 moments in a troubled history, The Guardian, Agosto 2015, indirizzo web: https://www.theguardian.com/world/2015/aug/23/iran-uk-relations-tehran-embassy-12-moments

5) R. A. Razak, The not-so-uncertain future of British-Iranian relations, Global Risk Insights, aprile 2018, indirizzo web: https://globalriskinsights.com/2018/04/the-not-so-uncertain-future-of-british-iranian-relations/

6) W. James, UK PM candidate Johnson: I would not back U.S. military action against Iran, Reuters, luglio 2019, indirizzo web: https://www.reuters.com/article/us-mideast-iran-britain/uk-pm-candidate-johnson-i-would-not-back-us-military-action-against-iran-idUSKCN1UA26U

7) M. Abedin, Why Iran and Britain can never be friends, Middle East Monitor, febbraio 2018, indirizzo web: https://www.middleeastmonitor.com/20180228-why-iran-and-britain-can-never-be-friends/

8) G. Palazzo, La strategia americana in Iran, e la strategia persiana con gli Stati Uniti: obiettivi imperiali, IARI, giugno 2019, indirizzo web: https://www.iariweb.com/post/la-strategia-americana-in-iran-e-la-strategia-persiana-con-gli-stati-uniti-obiettivi-imperiali

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