L’emergenza pandemica del 2020 ha messo a dura prova il Kazakhstan, che ha dovuto affrontare un picco di morti (111 solo nei primi giorni di luglio dei 365 ufficiali) e migliaia di nuovi casi giornalieri. In senso economico, le conseguenze della forte instabilità e tensione creatasi durante l’emergenza sanitaria Covid-19 si stanno palesando in modo negativo soprattutto per quanto riguarda i paesi più poveri e quelli cosiddetti ‘in via di sviluppo’. Tra questi, rientrano certamente le ex-repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, sulle quali grava principalmente il peso delle misure di contenimento commerciale e dello scambio di merci internazionale, nel più grande contesto di una fase di recessione economica globale.

Il Kazakhstan ha subito cercato di contenere la situazione, adottando “delle misure economiche a supporto della popolazione e dei vari settori produttivi nazionali, grazie ai 60 miliardi di dollari allocati nel Fondo Nazionale e quindi potenzialmente disponibili per le iniziative intraprese”. Tuttavia la situazione di profonda crisi economica non può considerarsi contenuta né tantomeno risolta: il PIL del paese è sceso del 2,9% solo durante il primo semestre del 2020. Il Kazakhstan, infatti, è uno dei principali esportatori di idrocarburi dell’Asia Centrale e la caduta del prezzo del petrolio (20 dollari al barile) minaccia direttamente l’equilibrio del bilancio statale.

Per affrontare l’emergenza, il presidente Tokayev, entrato in carica lo scorso luglio in seguito alle inaspettate dimissioni del ‘primo presidente’ e ‘leader della nazione’ Nursultan Nazarbayev, ha annunciato all’inizio di settembre il suo nuovo piano di sviluppo del Kazakhstan. Il programma mira a risollevare la situazione focalizzandosi specialmente sullo sviluppo dell’area imprenditoriale, attraverso un sistema di sussidi, e sull’attrazione di investimenti esteri nel paese. Anche lo sviluppo delle regioni, soprattutto a livello infrastrutturale per quanto concerne le zone più rurali del paese, è uno dei punti cardine della strategia proposta da Tokayev.

Il Kazakhstan – hub strategico nel cuore dell’Eurasia

Tra le repubbliche post-sovietiche dell’Asia Centrale, il Kazakhstan si è sempre fatto notare per la grande crescita economica che ha avuto dalla fine del Ventesimo secolo, in buona parte legata alle incredibili risorse naturali di cui dispone – il paese detiene infatti l’undicesima riserva petrolifera più ampia al mondo – e alla sua strategica posizione geografica. Infatti, pur non avendo diretto sbocco sul mare, occupa una zona cruciale nel “cuore” dell’Eurasia. Questo ruolo di hub di transito è stato ulteriormente confermato dall’inclusione del paese nel progetto cinese denominato Belt & Road Initative, il quale attraverso una serie di investimenti in ambito logistico ed infrastrutturale mira a garantire un elevato incremento delle attività commerciali via terra con e attraverso i paesi coinvolti, tra cui anche il Kazakhstan. Tale progetto potrebbe permettere anche a zone ad oggi poco sviluppate, come le regioni desertiche centrali, o di rilevanza minore, come la regione di Almaty dopo lo spostamento delle attività commerciali nella capitale, di acquisire nuova centralità ed importanza. Ad oggi, il paese detiene il 60% del PIL centro-asiatico, attraendo per questo motivo anche numerosi lavoratori dai paesi confinanti più poveri.

Tuttavia, nonostante il grande avanzamento economico rispetto agli altri paesi della regione, uno dei maggiori problemi risulta essere quello della corruzione, diffusa nelle istituzioni pubbliche a tutti i livelli, specialmente per quanto riguarda le forze di polizia e militari. Tale situazione ha contribuito ad incrinare notevolmente la fiducia della società locale nei confronti delle autorità governative, alimentando pertando le tensioni interne. Effettivamente, secondo le classifiche ufficiali dei livelli di corruzione del ‘Corruption Perception Index’ (CPI), il Kazakhstan risulta essere tra i paese in cui prolifera maggiormente questo problema. Essa infatti è radicalmente e strutturalmente diffusa, comprese anche le elitè di potere che gestiscono i principali flussi di denaro e di investimenti del paese.

Le elezioni del 2019

La situazione interna del paese, nel corso del 2019, si è notevolmente aggravata. Infatti, il difficile legame tra il governo ed i cittadini si è assottigliato ancora di più, rendendo sempre più difficile qualsiasi forma di dialogo tra le due parti. Il ‘primo presidente’ Nursultan Nazarbayev, che ha detenuto la propria carica per quasi trent’anni, dal 1991 ha iniziato un processo di consolidamento del proprio potere, creando un forte culto della propria personalità. Le sue dimissioni, il 19 marzo 2019, sono state certamente inaspettate, ma al contempo non hanno demolito la sua nomea di padre della nazione, che non è stata peraltro certamente sostituita da quella del meno carismatico Tokayev. Questa situazione, già precedentemente tesa, ha creato l’opportunità per l’inizio di una serie di proteste anti-governative, che sono culminate con centinaia di persone arrestate tra il 9 ed il 10 di giugno, durante e dopo le elezioni.

Le tensioni non sono terminate e hanno invece ampiamente contribuito ad inasprire i rapporti tra le parti. Una severa gestione delle proteste e manifestazioni popolari non è tuttavia una novità in Kazakhstan. Già del discontento, culminato con numerosi arresti nel centro della capitale, si era creato poco dopo le dimissioni di Nazarbayev, quando la città di Astana è stata rinominata Nur Sultan in suo onore. Anche l’eccessiva spesa pubblica per manifestazioni dal risuono internazionale è stata spesso negativamente accolta dalla popolazione. Un esempio chiaro di questo discontento popolare riguarda la petizione promossa da alcuni cittadini di Almaty nel 2014 per richiedere il ritiro del Kazakhstan dalle negoziazioni per ospitare i giochi Olimpici invernali del 2022, principalmente per motivi economici ed ambientali. Il governo non ha accolto questa richiesta, ma l’asta è stata infine vinta dalla Cina.

Prospettive per il futuro

Le prospettive future per il paese non paiono rosee. Certamente la situazione economica si incastra in un panorama globalmente  negativo, che il Kazakhstan dovrà cercare di risolvere nonostante la sua dipendenza economica dai prezzi estremamente volatili del petrolio. Al contempo, paiono molto tese ancora anche le relazioni tra la cittadinanza ed il governo, aggravate anche dalla situazione creatasi durante la pandemia. Questa generale condizione di instabilità potrebbe creare una possibilità per la penetrazione intensa del soft power sia russo che cinese, in quanto “l’Asia Centrale – fortemente indebolita da un punto di vista economico – rischia di essere particolarmente vulnerabile in relazione alle manovre geopolitiche ed alle ambizioni strategiche delle due superpotenze regionali Russia e Cina”.

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Lucia Bortolotti

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