Afflitto dal morbo, il mondo avanzato pensa già al post-pandemia, sia per la ripresa delle consuete attività sociali, ma anche e sopratutto per ricalibrare l’assetto internazionale post globalizzato.

Decenni di pianificazione industriale dopo il crollo del muro di Berlino hanno sancito l’ordine globale come lo conosciamo: libertà di commercio, libertà di impresa, libertà di movimento per persone e capitali, il tutto promuovendo valori democratici e liberali come collante della diplomazia multilaterale, un processo che numerosi analisti dichiarano oggi arrestatosi.

Le imprese, negli anni, avevano basato la propria crescita su delocalizzazione e commercio: spostare l’attività in paesi dotati di un vantaggio comparato su quel determinato prodotto (o più semplicemente, con un costo del lavoro minore) ed espandere il mercato a livello globale per poter controllare l’inflazione derivante dall’aumento di produzione.

Questo sistema tuttavia porta in se una debolezza consistente. Paesi come Giappone, dipendendo dalla produzione di un solo paese (Cina) si sono ritrovati a corto di merci nel momento stesso in cui Pechino ha fermato la produzione. L’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), vista la tendenza alla contrazione, ha stimato che il commercio mondiale avrà un crollo tra il 13 e il 32% nel 2020. Nella peggiore delle ipotesi, l’export asiatico si ridurrà del 36%; l’import del 31,5%. L’Omc stima inoltre che il Pil dei Paesi asiatici si contrarrà dello 0,7 nel migliore dei casi, e del 7,1% nello scenario peggiore.

Tra i maggiori attori dell’area asiatica il Giappone rappresenta da più di un secolo l’anello di congiunzione tra occidente ed oriente, in quanto prima potenza imperiale, democrazia liberale in seguito. In costante linea con le politiche occidentali, Tokyo pensa adesso ad uno scenario post corona virus, con una parziale ma cospicua riappropriazione di settori di produzione ed una economia incentrata sui consumi interni.

Del resto, le aziende giapponesi avevano già da tempo preso in considerazione questa evenienza, vista la guerra commerciale tra Washington e Pechino, l’idea di tornare a produrre sul suolo natio rappresentava prima di tutto un dogma infranto, in anni di globalizzazione forzata.

Vista la possibile convenienza, il processo presto sarà effettivo ed andrà inevitabilmente ad influire sui rapporti sino-giapponesi. L’allontanamento tra i due paesi si inserisce oltretutto in un quadro regionale di instabilità essendo il paese coinvolto, come altri, nella diatriba sulle rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale.Non certo per colpa sua, la Cina sembra arrivata al punto di dover pagare la responsabilità di alcune sue scelte di politica internazionale ed economica in uno scenario fatto di regolamenti di conti e partnership abbandonate.

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