Alle 8:15 del 6 agosto 1945 gli Stati Uniti d’America sganciarono la prima e unica bomba atomica del mondo sulla città di Hiroshima, in Giappone. Le conseguenze furono tragiche: la metà delle persone che si trovavano a tre quarti di miglio dall’esplosione morirono lo stesso giorno e molti altri rimasero vittime delle ferite e delle radiazioni causate dall’attacco. Il trauma delle devastazioni inflitte nell’agosto 1945 favorì la nascita di un vasto pacifismo tra il popolo giapponese, che cominciò a respingere qualsiasi tipo di uso della forza per risolvere le controversie internazionali. Infatti, questa nuova peculiarità dell’approccio internazionale giapponese era in piena conformità con la nuova Costituzione che gli Stati Uniti d’America imposero al Giappone durante il periodo di occupazione successivo alla guerra. 

Più precisamente, l’articolo 9 della Costituzione impegnava il Giappone alla pace e alla rinuncia alla guerra per scopi offensivi, conferendo al paese una connotazione pacifista e antimilitare. Sicuramente, l’obiettivo degli Stati Uniti era quello di impedire al Giappone di svolgere nuovamente un ruolo attivo e pericoloso nelle relazioni internazionali e allo stesso tempo di permettere al Giappone di investire sul proprio potenziale economico. 

Gli orribili eventi dell’agosto 1945 a Hiroshima e Nagasaki hanno sicuramente avuto un’influenza massiccia nel plasmare la storia del Giappone e la percezione delle armi nucleari. Durante la Guerra Fredda, il Giappone ha infatti sviluppato la cosiddetta “allergia al nucleare”, che ha giocato un ruolo determinante nelle strategie, nelle politiche e nell’atteggiamento del Giappone nei confronti delle armi nucleari. Nonostante ciò, l’identità antinucleare giapponese ha una connotazione controversa data dalla questione del cosiddetto “ombrello nucleare” degli Stati Uniti: sebbene, infatti, il Giappone sostenga di rifiutare qualsiasi tipo di armi nucleari, esso si affida ancora oggi alla potenza nucleare americana: nel caso di un attacco esterno, il Giappone quindi sarebbe protetto dalla ritorsione nucleare degli Stati Uniti. Questa particolare incoerenza ha contribuito a dare luce a forti divergenze tra l’opinione pubblica, caratterizzata da una schiacciante ostilità verso le armi nucleari, e le élite non completamente contrarie all’idea di sviluppare una forza nucleare indipendente dalla protezione statunitense. 

Sarebbe quindi interessante indagare la misura in cui il pacifismo e il sentimento antinucleare giapponese, in particolare dell’opinione pubblica, abbia agito come vincolo normativo alla politica di sicurezza giapponese, e se tale vincolo potrà durare abbastanza a lungo da impedire al Giappone di sviluppare armi nucleari per contenere e rispondere ai crescenti pericoli provenienti dalla Cina e dalla Corea del Nord. 

L’articolo 9 è sicuramente ampiamente riconosciuto come il fondamento del pacifismo giapponese e dichiara:  

 

Aspirando sinceramente ad una pace internazionale basata sulla giustizia e l’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali. 
Per raggiungere lo scopo di cui al paragrafo precedente, le forze terrestri, marittime e aeree, così come altre potenzialità belliche, non saranno mai mantenute. Il diritto di belligeranza dello stato non sarà riconosciuto.
  

 

L’interpretazione di questo articolo è stata ed è tuttora un argomento di discussione molto controverso. Nonostante esso sembrerebbe precludere al Giappone la possibilità di mantenere qualsiasi tipo di capacità militare, potrebbe anche essere interpretato come il divieto di usare l’esercito giapponese con scopi aggressivi. Il popolo giapponese, tuttavia, ha sempre sostenuto la connotazione pacifista della Costituzione nel dopoguerra e la possibilità di un emendamento costituzionale, proposto dai conservatori, è stata sempre contrastata dal diffuso sentimento pacifista dell’opinione pubblica. Tuttavia, nel corso degli anni, il Giappone ha raggiunto l’obiettivo di superare l’interpretazione costituzionale che vietava l’introduzione di armi nucleari nel paese. Infatti, negli anni ’70 i membri del Partito Liberale Democratico hanno ritenuto che una piccola capacità puramente difensiva di armi nucleari non sarebbe stata in contrasto con l’articolo 9. 

La pietra angolare del regime di non proliferazione nucleare è sicuramente il Trattato di Non Proliferazione, firmato dal Giappone nel 1970.  Questo trattato impedisce al Giappone e agli altri Stati non dotati di armi non nucleari di ricevere, fabbricare o acquisire armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari.  
In secondo luogo, nel 1996 il Giappone ha ratificato il Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari, che proibisce i test nucleari in qualsiasi ambiente e ha istituito un’ organizzazione internazionale atta a condurre ispezioni al fine di verificare il rispetto di tale trattato.  Nonostante il trattato non sia mai entrato in vigore, a causa della mancata ratifica di Cina, Egitto, Israele, Iran e Stati Uniti, esso viene comunque internazionalmente riconosciuto come un vincolo. 

Inoltre, il Giappone fa parte di un significativo accordo bilaterale sull’energia nucleare con Stati Uniti, Australia, Canada, Francia, Regno Unito e Cina in cui i fornitori concedono di fornire materiali come reattori e combustibile nucleare in cambio di garanzie giapponesi di utilizzo di tale materiale solo per scopi pacifici. Ogni violazione dell’accordo da parte del Giappone sarà punita con sanzioni e con la fine dei rifornimenti mondiali di uranio naturale e arricchito, devastando il programma nucleare e industriale giapponese.  

E’ quindi per tutte queste ragioni che il regime di non proliferazione nucleare rappresenta una chiara limitazione alla potenziale aspirazione del Giappone a sviluppare armi nucleari. Inoltre, un’altra componente della base giuridica giapponese sulla posizione giapponese contro le armi nucleari sono sicuramente i Tre Principi Non Nucleari, enunciati dal primo ministro Sato Eisaku nel 1967. Egli dichiarò ufficialmente che il Giappone non avrebbe prodotto, posseduto o permesso l’introduzione di armi nucleari nel suo territorio.   

Nonostante questi principi non impongano un vero e proprio vincolo legale al governo giapponese, sono sempre stati considerati il simbolo della posizione anti-nucleare del Giappone da parte dell’opinione pubblica. E’ quindi importante sottolineare che, sebbene questi vincoli non siano mai stati trasformati in legge, essi limitano chiaramente le potenziali aspirazioni nucleari del Giappone. 

Eisaku Sato, primo ministro giapponese e Richard Nixon Presidente degli Stati Uniti, nel 1972

 Tuttavia, è  possibile affermare che la concretezza di questi limiti al nucleare dipende soprattutto dalla misura in cui il Giappone continua a credere nell’autenticità di un mondo senza armi nucleari e nella suo pacifismo come identità nazionale. 

La crudele esperienza della guerra, e in particolare degli attentati di Hiroshima e Nagasaki, ha causato nella società giapponese l’insorgere di un disgusto morale per le armi nucleari. Il Giappone sostiene di avere la vera e propria responsabilità di mettere in guardia la comunità internazionale dalle terribili conseguenze dell’uso e dello sviluppo di tali armi. L’odio del Giappone nei confronti di questo tipo di capacità militare è talmente potente da impedire al Giappone di diventare una potenza nucleare nonostante ne abbia le risorse e le capacità e nonostante tutte le minacce provenienti dai suoi antagonisti di lunga data.  

Questo sentimento pacifista è talmente radicato nella società che i sondaggi dell’opinione pubblica giapponese hanno sempre dimostrato una forte opposizione sia allo sviluppo di un deterrente nucleare indipendente, che all’introduzione di armi nucleari statunitensi nel paese.  

Un’ulteriore questione che sta facendo del sentimento antinucleare una direttrice delle scelte giapponesi nel sistema internazionale è il disastro della centrale nucleare di Fukushima, causato dal terremoto e dallo tsunami dell’11 marzo 2011. E’ importante sottolineare che i giapponesi sono perfettamente in grado di scindere il concetto di programma nucleare civile da quello militare, poiché il Giappone dipende fortemente dall’energia nucleare per il proprio sostentamento. Nonostante l’impianto di Fukushima sia utilizzato per scopi di energia nucleare, molte persone in Giappone hanno iniziato a mettere in discussione la necessità di mantenere una fonte di energia così pericolosa, anche se utilizzata pacificamente. Un disastro di questa portata distruttiva può rafforzare l’opposizione dell’opinione pubblica alla capacità militare nucleare e allo stesso tempo alimentare un certo tipo di incertezza e diffidenza nei confronti dell’energia nucleare. 

Tuttavia, il disgusto generale nei confronti delle armi nucleari non mostra segni di diminuzione. Anche dopo il test nucleare nordcoreano del 2006, un’indagine condotta nel paese dallo Yomiuri Shimbun, ha mostrato che l’ottanta per cento delle persone che hanno risposto erano ancora contrarie allo sviluppo o al possedimento di armi nucleari. E’ importante sottolineare, infatti, che i sondaggi sulla questione nucleare non hanno mai subito importanti variazioni dagli anni ’60, quando il sentimento antinucleare ha raggiunto il suo apice, creando così un solido e duraturo consenso nazionale sull’argomento.   

Negli ultimi anni, il Presidente Donald Trump ha ripetutamente messo in discussione la credibilità del cosiddetto ombrello nucleare americano a difesa del Giappone. Anche se la presenza di truppe americane in Giappone rappresenta comunque una misura di sicurezza contro minacce straniere, l’approccio dell’ “America First” di Trump fa sì che il Giappone si riservi ancora dall’escludere totalmente l’opzione nucleare dai suoi scenari futuri.  

Shinzo Abe stringe la mano al Presidente americano Donald Trump 

 Negli ultimi anni il dibattito politico giapponese è stato caratterizzato da un crescente nazionalismo, fortemente supportato dal primo ministro Shinzo Abe. Dopo essere stato per decenni solo un gigante economico senza alcuna ambizione politica, il Giappone sembra sempre più desiderare di essere non solo un attore, ma un protagonista della scena internazionale, con aspirazioni egemoniche nello scenario asiatico. Tuttavia, la posizione pacifista del Giappone ha resistito alla presenza di una crescente capacità nucleare della Cina e di un atteggiamento aggressivo della Corea del Nord che hanno messo alla prova la forza e l’efficacia del regime di non proliferazione. 

Per ciò che riguarda le sfide alla sicurezza nazionale che il Giappone sta affrontando in questo momento, sebbene l’avanzamento militare cinese sia chiaramente allarmante, le autorità di difesa giapponesi sono ancora convinte che la forza militare giapponese e americana e la superiorità nucleare degli americani sulla Cina, giocano un grande ruolo nel contenere le aspirazioni cinesi. 

Inoltre, anche se il test nucleare nordcoreano ha messo in luce le sue ambizioni bellicose, la questione non ha preoccupato il Giappone al punto da alterare effettivamente la sua politica di sicurezza e la sua identità spingendolo a produrre armi nucleari. E’ probabile che le minacce provenienti dalla Cina e dalla Corea del Nord abbiano leggermente messo in discussione il tabù nucleare, reintroducendo la questione nel dibattito politico, ma non ha fatto riflettere concretamente sullo sviluppo di una forza di attacco nucleare giapponese. La posizione pacifista che deriva dall’esperienza dei bombardamenti nucleari, ha fatto sì che il Giappone non consideri il possesso di armi nucleari come un elemento necessario all’interesse nazionale.  Il Giappone è infatti l’unica nazione al mondo ad avere la capacità di arricchire l’uranio e ritrattare il plutonio, senza aver sviluppato armi nucleari.  

Così come gli Stati Uniti d’America hanno sempre mantenuto il loro appello alla democrazia, a prescindere dalle sfide che hanno affrontato nel corso della storia, il Giappone non è disposto a sacrificare la sua posizione contro le armi nucleari, nonostante le minacce esterne che hanno dovuto affrontare dopo la seconda guerra mondiale. 

Fonti 

Mochizuki Mike M., “Japan Tests the Nuclear Taboo”, Nonproliferation Review, Vol.14, No 2, 2007, pp 303-328. 

Welfield John, “An Empire in Eclipse: Japan in the postwar American alliance system: A study in the interaction of domestic politics and foreign policy”, London, New York, Bloomsbury, 2012. 

Sayuri Romei“Japan’s Shift in the Nuclear Debate: A Changing Identity?”, Centre for International Security and Cooperation, Stanford University, Stanford, 2017,  p. 39 

Sayuri Umeda, “Japan: Article 9 of the Constitution”, Law Library of Congress, Washington D.C2006. 

Satake Tomohiko, “Japan’s Nuclear Policy: Between Non-Nuclear Identity and US Extended Deterrence”, Austral Policy Forum 09-12A, Melbourne, 2009. 

https://www.foreignaffairs.com/articles/asia/2019-10-03/how-japan-could-go-nuclear

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