Il neo-Presidente dovrà risolvere questioni di politica interna ed estera ma il passaggio del gas e la guerra nell’est del Paese determineranno i rapporti con la Russia.

Al ballottaggio di domenica 21 aprile l’attore Vladimir Zelensky è riuscito a diventare il nuovo Presidente dell’Ucraina, confermando, con oltre il 70% dei voti, il successo assaporato al primo turno delle presidenziali del 31 marzo. Gli analisti internazionali hanno subito focalizzato la propria attenzione sulla sua inesperienza politica, sul fatto che egli abbia rilasciato poche interviste durante la campagna elettorale, forse per lasciar decidere in piena autonomia una popolazione stanca del perdurante potere degli oligarchi e della corruzione. Il Presidente uscente, Poroshenko, inizialmente visto come colui che avrebbe potuto inaugurare un nuovo percorso pieno di speranze, riforme e rinnovamenti dopo la rivoluzione di piazza Maidan tra il 2013 e il 2014, ha in realtà deluso le aspettative dei cittadini ucraini che hanno deciso di votare un comico, una figura nuova in politica. La volontà di non riporre la propria fiducia nell’ex Presidente si spiega alla luce dei suoi deboli tentativi di proteggere la stampa libera, rendendola ancora legata all’entourage degli oligarchi, di non far progredire il Paese, il cui PIL pro capite, secondo i dati pubblicati dal Fondo Monetario Internazionale[1], nel 2018 si aggirava intorno a 2964 dollari. E ancora, il “re del cioccolato” ucraino ha inasprito i rapporti con Mosca, senza risolvere la situazione conflittuale nell’est ucraino, fino ad aumentare il livello dello scontro quando nello Stretto di Kerch, nel novembre 2018, la Russia ha attaccato tre navi militari ucraine, arrestando 24 marinai.

Dopo l’insediamento del 20 maggio, Zelensky ha annunciato di voler sciogliere la Rada (Parlamento), chiedendo allo stesso di rinunciare all’immunità parlamentare, e ha sottolineato la necessità di modificare la legge elettorale in vista delle elezioni parlamentari che si terranno presumibilmente il 21 luglio, in attesa di sapere il verdetto della Corte Costituzionale sulla legalità di questo evento. Nel frattempo egli necessità di una coalizione di maggioranza che supporti la sua agenda e di un Primo ministro. L’obiettivo del nuovo Presidente ucraino è quello di consolidare il potere con il suo partito “Servo del popolo”; è chiamato a far fronte a diverse tematiche in politica interna ed estera: lotta alla corruzione; riforme; miglioramento della situazione economica che passa attraverso la negoziazione di un accordo con il FMI che possa coprire i debiti del Paese; questione del passaggio del gas dalla Russia ed eventuale implementazione del gasdotto Nord Stream 2; risoluzione del conflitto “congelato” e a bassa intensità nell’Ucraina orientale, nonché bisogno di trovare un modus vivendi con il Cremlino; rafforzamento del dialogo con l’Unione Europea, con la NATO e gli Stati Uniti. A questi ultimi Zelensky aveva chiesto di incrementare le sanzioni dirette alla Russia anche se non ha escluso la possibilità di dialogare con la Russia dimostrando, quindi, di non aver elaborato ancora una determinata strategia. Alcune questioni, tra cui quella del gas e il conflitto nell’oblast’ del Donbass, appaiono, però, quelle che metterebbero maggiormente alla prova Kiev e il suo neo-Presidente. Vediamo perché.

Dopo la fine del regime di Yanukovich, con il cambio del governo che ha visto la vittoria di Poroshenko nel 2014, in un clima di sempre più russofobia, il Cremlino ha elaborato così la strategia, a livello energetico, di bypassare l’Ucraina puntando sulla realizzazione del gasdotto Nord Stream 2, una pipeline che percorrerà 1200 chilometri, con una capacità di circa 55 bilioni di metri cubi di gas per anno, e che porterà la risorsa in Europa attraverso i Paesi Baltici. Contro questo progetto si sono scagliati gli Stati Uniti che non hanno nascosto la loro volontà di applicare sanzioni a società ed enti che operano nel contesto della costruzione di questo nuovo gasdotto. Allo stesso tempo gli Stati Uniti cercano di limitare il profitto russo sul passaggio del gas in Europa, promuovendo le esportazioni di gas naturale, rafforzando l’alleanza a tal proposito soprattutto con la Polonia; ma la Germania e le società tedesche che sostengono Nord Stream 2 sembrano restar legate al progetto che offrirebbe forniture di gas costanti, con l’opportunità di rendere il proprio Paese uno degli hub principali nel transito, tentando anche di svincolarsi dal carbone e dall’energia nucleare. La realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 metterebbe in difficoltà l’Ucraina che rischierebbe così di perdere i proventi del transito del gas russo attraverso il suo territorio, pari al 3% del suo Pil[2]. A seguito della decisione della Danimarca di bloccare la costruzione del gasdotto Nord Stream 2 nel Mar Baltico per motivi legati all’impatto ambientale, la Russia deve necessariamente tener aperta la via ucraina, senza escludere eventuali compromessi con Kiev.

Attualmente tra Russia e Ucraina, sul dossier del gas, esiste un accordo di transito con cui l’Ucraina permette il passaggio del gas russo dietro pagamento, ma tale accordo scadrà il 31 dicembre. Come conseguenza a ciò, si spiega la necessità del colosso Gazprom di attendere con forte interesse la formazione del nuovo governo ucraino prima di iniziare i colloqui con Kiev sulla possibilità di estendere l’accordo già esistente. Più di un terzo dell’export di gas russo attraversa l’Ucraina prima di arrivare in Europa, collocando, perciò, Kiev in una posizione di primo piano. Tale situazione non è strategica solamente per Kiev ma anche per Paesi come la Bulgaria che dipendono fortemente dalle forniture di gas russo.

Putin ha fatto sapere che Mosca è pronta a continuare ad inviare gas ai Paesi dell’Unione Europea attraverso l’Ucraina se, dopo la scadenza dell’accordo, ci saranno condizioni vantaggiose a livello economico. Anche con l’esistenza dell’accordo in vigore con l’Ucraina, l’esportazione del gas russo verso l’Europa nel 2019 ha raggiunto il livello di circa 194-204 bilioni di metri cubi nonostante un leggero trend negativo[3] dopo l’inverno. Questo secondo quanto affermato dal Direttore generale di Gazprom, Elena Burmistrova. La Russia, quindi, continua a valutare la posizione di un Paese che, nonostante la crisi politica del 2014, non può essere messo definitivamente all’angolo sul dossier del gas. Riguardo il conflitto nell’Ucraina orientale, che ha visto lo scontro tra l’esercito di Kiev e i separatisti filorussi e la proclamazione dell’indipendenza delle due Repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk che sembrano gravitare sempre più nella sfera di influenza russa, Zelensky dovrà agire per porre fine ad un conflitto che ha portato più di 13 mila persone alla morte e 2 milioni di sfollati[4]. Anche se il progetto di creare una nuova entità statale con a capo gli indipendentisti filorussi non si è ancora concretizzato, il neo-Presidente dovrà ricompattare il suo territorio che, nel fronte orientale e meridionale, resta ancora legato ad un sentimento filorusso. Bisognerà capire fino a che punto egli cercherà il sostegno degli Stati Uniti nel riprendere l’area controllata dai separatisti, tenendo conto che la superpotenza potrebbe mettere il dossier in secondo piano per dar spazio al contenimento della crescita economica e tecnologica cinese e a quella politico-militare dell’Iran in Medio Oriente.

Inoltre, sarà importante comprendere se Zelensky vorrà internazionalizzare il conflitto del Donbass, preservando il Formato Normandia e, quindi, sperando nell’appoggio delle cancellerie occidentali, anche per rafforzare la sua posizione di Presidente nell’ottica di una maggiore stabilizzazione politica del suo Paese. Alcuni politici ucraini hanno sostenuto il ritorno al Memorandum di Budapest del 1994 tra Ucraina, USA, Gran Bretagna e Russia o all’Accordo di Ginevra del 2014 con la partecipazione dell’Unione Europea, ma la controparte russa difficilmente potrebbe accettare. Si attende di capire se Zelensky vorrà ripristinare le relazioni con la Russia sulla questione del Donbass, usando un approccio più “morbido” che gli consentirebbe anche di trovare una soluzione relativa alla negoziazione dell’acquisto di carbone dalle Repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk che non sono sotto il controllo dello Stato ucraino. Non è da escludere che egli chieda l’invio di una missione di peacekeeping dell’ONU in quell’area, qualora gli Stati Uniti e l’Unione Europea si dimostrino restii a dialogare con la Russia sull’est ucraino. Le prossime settimane, i prossimi mesi, saranno decisivi per comprendere in che direzione andrà l’operato del comico neo-Presidente ucraino.

[1] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-zelensky-un-comico-come-presidente-22914

[2] https://www.eastjournal.net/archives/97194

[3] https://energy.economictimes.indiatimes.com/news/oil-and-gas/gazprom-awaiting-new-ukraine-govt-before-starting-gas-transit-talks/69840564

[4] http://www.limesonline.com/cartaceo/lo-stallo-ucraino

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