All’indomani dei quattro giorni di incontri in Mozambico, è necessario per Washington ripensare la propria politica economica in Africa, nel risvegliarsi di un suo preciso interesse strategico: sottrarre, in modo efficiente e nel più breve tempo possibile, preziose sfere di influenza a Pechino.

Si è concluso il 22 Giugno scorso il Business Forum tra Africa e Stati Uniti, durato quattro giorni e tenutosi a Maputo, capitale del Mozambico. La scelta del Paese come ospitante del più impegnativo forum strategico tra i Paesi non è causale: il Mozambico, la perla dell’Oceano Indiano, si è infatti ripreso dalla pesante crisi economica che lo aveva attanagliato sin dal 2016, complice una forte crisi del debito, unita a contingenze esterne quali il manifestarsi di una carestia a seguito del passaggio del ciclone El Niño. Ad oggi, Maputo, ha rivisto la sua economia fiorire grazie al potenziamento del settore estrattivo, nonché ai progetti di estensione della rete ferroviaria dalla città nordoccidentale di Tete a Macuse, dove dal 2021 sarà attivo un porto che, nei progetti del governo, dovrebbe andare a sostituire Mogadiscio per capienza ed importanza nell’Oceano Indiano.

Il Mozambico incarna, insomma, quella economia vivace e piena di prospettive che gli Stati Uniti vorrebbero privilegiare come meta dei propri investimenti diretti esteri, alla luce del rinascere di una politica ben definita nei confronti del continente africano. Dopo anni di disimpegno della Casa Bianca nei confronti dei territori a sud dell’Equatore – neanche la presidenza Obama era stata in tal senso particolarmente incisiva- a partire dalla fine del 2018 Washington ha ripreso le fila della sua politica estera in Africa, soprattutto per opporsi alla crescente egemonia cinese sul territorio. L’annuncio del senatore John Bolton del 13 Dicembre 2018, con il conseguente lancio della New African Strategy, in realtà non aggiunge elementi di novità alle strategie delle precedenti amministrazioni. I tre pilastri della strategia per l’Africa, infatti, non sono nuovi: migliorare i rapporti commerciali Africa-Stati Uniti, incrementare la lotta al terrorismo islamico ed assicurarsi che gli investimenti americani e gli aiuti allo sviluppo siano utilizzati in modo effettivo ed efficiente.

Ciò che è mutato sono le priorità di Washington: in linea con il progressivo disimpegno militare statunitense, al primario obiettivo della “Worldwide War on Terror”, si sostituisce la ricerca di influenza economica e commerciale.[1] È chiara infatti l’intenzione di Donald Trump e del suo entourage di contrastare la crescente influenza di Mosca, e soprattutto di Pechino (nel suo discorso il senatore Bolton cita la Cina ben 14 volte) nel territorio. Se la rivalità tra l’Aquila ed il Dragone per ottenere influenza in Africa non è nuova- se ne parlava già nel 2014[2]– si è inasprito il linguaggio utilizzato dai rappresentanti della Casa Bianca, che accusano ormai Pechino di “atteggiamenti predatori”, arrivando ad avvertire l’Africa di “operare una scelta saggia, perché gli Stati Uniti si impegneranno solo con Paesi amici o che sapranno dimostrare la propria gratitudine”, con una retorica che ricorda molto quella utilizzata ai tempi della Guerra Fredda.

Una copertina di David Perkins per L’Economist

Tale scelta linguistica assertiva si accompagna con un irrobustimento dell’attività economica a partire dal 2018, inserita nel quadro dell’Africa Growth and Opportunity Act[3]. Per l’anno di riferimento, si è infatti registrato un incremento del 5,7% del volume di affari tra Africa e Stati Uniti. La rimodulazione dell’Agoa, insieme ai temi sensibili dell’Africa Strategy, sono stati al centro del Forum tenutosi a Maputo. L’Agenda[4], messa a punto da Florizelle Liser, head CEO del Corporate Council on Africa, si è concentrata su tematiche quali infrastrutture, sanità, empowerment femminile e scelte strategiche per le aziende statunitensi. Molto più nebulosi i riferimenti, già presenti ex ante nel discorso di Bolton, al cosiddetto “Africa Power”. Come di consueto, infatti, il summit non si è concluso con nessun documento finale, né nella forma di un Memorandum of Understanding né con altre forme di commitment.

Ecco che allora il tema dell’irrobustimento delle opportunità dell’Africa come sistema Paese diventa solo una eco non supportata da iniziative concrete. L’interesse di Washington verso il continente africano dovrebbe essere coadiuvato da programmi strutturali e duraturi. Inoltre, al summit, è stato bypassato il problema, a lungo sottaciuto della modifica dell’Agoa, a cui sono state mosse diverse critiche da più rappresentanti dei governi della regione sub-sahariana, visto che dall’anno della sua sottoscrizione, avvenuta nel 2000, è mancata una vera e proprio concertazione con la controparte africana, ed è scarsa la partecipazione dei governi e degli stakeholders dell’area africana ai processi decisori. La chiara volontà di Washington di ristabilire un suo centro di interesse al di là del Sahara, è minata da alcuni problemi di fondo. Innanzitutto, al momento presente, il governo americano non può permettersi di eguagliare il volume di investimenti della Cina, prima economia mondiale e primo partner commerciale di gran parte dei governi dell’Africa Subsahariana, con uno share di export totale pari a circa il 13% della quota export mondiale dal 2017[5]. In secondo luogo, è innegabile che Pechino sia stata in grado, anche se con mezzi più o meno nebulosi e capziosi, di attrare le economie regionali, come dimostra la scelta dei Paesi della Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (Cedeao) di adottare, a partire dal 2020 una nuova moneta denominata ECO[6] e che, con tutta probabilità sarà ancorata allo Yuan cinese, segnando la fine del predominio del CFA nella regione.

Quali sono quindi le opzioni Washington nel breve periodo? Innanzitutto, sarebbe necessario abbandonare il linguaggio inutilmente assertivo a favore di un dialogo maggiormente centrato su funzionali dinamiche di sostegno e di cooperazione. Sarebbe utile, inoltre, puntare sulla qualità degli investimenti: proprio questo sarebbe il principale indice di differenziazione da Pechino, i cui investimenti sono spesso supportati da infrastrutture di scarsa qualità, ottenute sulla base del minor costo della manodopera. Da non trascurarsi inoltre, come i contatti ed i contratti negoziati dal governo cinese siano spesso basati su condizioni capestro, volte a sfruttare gli ingenti debiti pubblici contratti dai Paesi africani in quanto contraenti deboli. Il lavoro del Corporate Council on Africa potrebbe, come auspicato d’altronde al termine del Forum in Mozambico, spingersi verso l’implementazione di strategie volte ad attrarre un nuovo e maggior numero di investitori americani sul suolo africano. Ciò che servirebbe è, in ultima analisi, un’azione concertata con i governi di riferimento e basata sulla trasparenza e sulla contemporanea azione di investimenti e aiuti allo sviluppo, in modo da favorire una maggiore fiducia dei governi locali nei confronti degli Stati Uniti, fornendo in definitiva una alternativa valida a Pechino.

[1] https://warroom.armywarcollege.edu/articles/new-strategy-for-africa/

[2] https://thediplomat.com/2014/08/china-and-the-us-compete-for-influence-in-africa/

[3] https://www.trade.gov/agoa/pdf/2018%20US-SSA%20Trade%20Summary.pdf

[4] https://cca.eventbank.com/event/u-s-africa-business-summit-2019-11813/agenda.html

[5] https://chinapower.csis.org/trade-partner/

[6] https://www.africanews.com/2019/06/30/west-african-nations-adopts-a-single-currency-eco/

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: