Negli ultimi anni è cresciuta l’influenza di Pechino in seno alle organizzazioni internazionali: una strategia favorita dal sempre maggiore disinteresse dell’amministrazione Trump per il multilateralismo. Il timore diffuso è che la Cina possa influenzare l’operato delle agenzie per perseguire i propri obiettivi di politica estera. 



A metà aprile Trump annunciò che gli Stati Uniti d’America avrebbero sospeso i finanziamenti all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Qualche giorno fa ha invece esternato l’intenzione, per gli USA, di lasciare definitivamente l’istituto specializzato delle Nazioni Unite

Gli Stati Uniti sono il Paese che maggiormente contribuisce alle finanze dell’OMS, con una quota annuale di più di quattrocento milioni di dollari. Ma il presupposto secondo cui l’organizzazione sarebbe filocinese, impedisce che tra essa ed il suo maggior contributore possa proseguire una relazione decennale.

All’indietreggiare di Trump è corrisposto un pronto avanzare di Xi Jinping. La Cina, che deve all’OMS circa sessanta milioni di dollari (saldo previsto per la fine dell’anno), ha promesso di aumentare di trenta milioni il proprio contributo annuale. Si tratta di una cifra praticamente irrisoria rispetto alla perdita e al vuoto creato dallo stop dei finanziamenti USA: il contributo annuale base di Pechino corrisponde a circa 1/10 di quello americano.

Ma a quanto pare questi calcoli non sembrano compromettere la strategia cinese. Di fatto, sembrerebbe che la Cina non sia interessata a ricoprire gli oneri finanziari di cui gli USA si facevano carico, ma semplicemente ad aumentare la propria sfera di influenza: colmare un vuoto di potere, versando lo stretto necessario.

Guardando indietro, è possibile individuare altre tracce di questa tendenza. Oggi quattro delle quindici agenzie speciali delle Nazioni Unite sono guidate da funzionari cinesi: la International Civil Aviation Organization, la International Telecommunication Union, la Food and Agriculture Organization e la U.N. Industrial Development Organization. Nessun altro Paese controlla più di un’agenzia ed il timore diffuso è che la Cina possa influenzare l’operato delle agenzie per perseguire i propri obiettivi di politica estera.  Tuttavia, il contributo cinese al budget operativo delle Nazioni Unite nel 2019 è stato di 370 milioni di dollari, quello americano ammontava a più di 670 milioni.

Nel 2018 Washington si è ritirata dal Consiglio per i diritti umani dopo che l’allora ambasciatrice statunitense presso le Nazioni Unite accusò il Consiglio di essere prevenuto nei confronti di Israele. In tale sede, la Cina nel frattempo ha fatto approvare due risoluzioni: la prima si “proponeva di valutare il rispetto dei diritti umani anche tenendo presenti le necessità delle economie in via di sviluppo”, la seconda prevedeva che la valutazione degli standard dei diritti umani venisse svolta sulla base del contesto culturale del Paese di riferimento.

Pechino cerca dunque di arrivare laddove gli USA mostrano disinteresse, o disprezzo. Un altro esempio è dato dalla conferenza sui vaccini contro il Covid-19 organizzata a fine aprile dalla Commissione Europea: Pechino partecipò al meeting online con un suo rappresentante, l’ambasciatore cinese per l’UE, Washington declinò l’invito.

Negli ultimi quindici anni, infine, la Cina ha cercato di guadagnare l’appoggio e l’alleanza di una moltitudine di Paesi attraverso due strategie: 1) finanziamenti per grandi investimenti strategici (aeroporti, dighe, strade, ferrovie) senza imporre obblighi di trasparenza, rispetto dei diritti umani e senza direttive in merito a riforme economiche (si parla infatti di Beijing Consensus in opposizione al Washington Consensus); 2) retorica della fratellanza con i Paesi in via di sviluppo, della lotta comune contro le potenze occidentali dominanti, una strategia le cui radici affondano nel terzomondismo di  Mao Zedong. Per comprendere l’importanza di tali manovre, si consideri che i lavori dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite prevedono il sistema  “one country, one vote”:  un maggior numero di alleati implica un maggior numero di voti a favore di determinati interessi. Inoltre “la diplomazia degli assegni” messa in atto dalla Cina permette a Pechino di avere un certo potere negoziale nei confronti dei suoi alleati: nel 2019 il governo camerunese aveva proposto un candidato per la presidenza della FAO, poi ritirato non appena la Cina ha cancellato una parte del debito del Paese. Pechino avrebbe inoltre minacciato di bloccare importanti esportazioni verso altri Paesi se i relativi governi si fossero rifiutati di sostenere il suo candidato, risultato poi vincente.

The following two tabs change content below.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: