Il coronavirus sta mostrando al mondo le crepe di un sistema economico e sociale fortemente diseguale, in cui è a rischio la tutela del diritto umano alla salute su base universale. In casi come l’Italia, acuiscono le problematiche il costante definanziamento e la privatizzazione della sanità pubblica.

 



 L’11 Marzo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato il covid-19 pandemia globale, raccomandando agli Stati di rispondere operando speciali accomodamenti per garantire l’accessibilità ai servizi sanitari anche ai gruppi più vulnerabili. La salvaguardia del diritto alla salute è ovviamente divenuta il centro delle misure prese dai governanti del mondo. E la tutela del diritto alla salute quale diritto umano fondamentale è stata passata al vaglio, in quanto la situazione emergenziale, con 272,859 morti confermati al 10 maggio, ha esacerbato le già difficili possibilità di accesso alle cure mediche per grosse fette della popolazione mondiale.

Impedimenti fisici e geografici, condizioni economiche deteriorate, le discriminazioni subite da determinati gruppi e la situazione talvolta precaria e sicuramente frammentaria dei servizi sanitari nazionali nei diversi Paesi, sono alcuni tra gli ostacoli che impediscono il raggiungimento della copertura sanitaria universale, obiettivo primario dell’OMS. I rischi di contagio sono, inoltre, amplificati in ambienti degradati, con scarse norme igieniche e difficoltà ad attuare il distanziamento sociale. Ne sono esempi carceri, istituti di cura, campi profughi, campi rom, insediamenti abitativi informali.Se, come è stato più volte detto, il virus non fa distinzione alcuna di classe sociale, va constatato che, successivamente al focolaio iniziale, proteggersi dai rischi del contagio o accedere alle cure mediche è ben più proibitivo per coloro le cui condizioni economiche sono più disagiate.

Parliamo di un mondo in cui, stando al rapporto 2019 di Oxfam, 26 ultramiliardari detengono la ricchezzadella metà più povera del pianeta, con 3,4 miliardi di persone che vivono con meno di 5.5$ al giorno e 10,000 persone che muoiono giornalmente per non potersi permettere cure mediche.Un mondo con quasi 71 milioni di sfollati tra cui 29 milioni di rifugiati, tra le cui file troviamo 12 milioni di minori. Un quarto dei rifugiati al mondo si trova in Africa subsahariana, dove si rileva la densità di medici più bassa al mondo: 0.2 medici ogni 1,000 abitanti.Alcune categorie, poi, sono più esposte al rischio non solo del contagio, ma anche delle ricadute economichepiù devastanti. Non solo i già “poveri”, ma anche quelle famiglie con redditi elevati che non possiedono cuscinetti finanziari e non possono accedere a forme di protezione sociale.

Su quest’ultimo fattore incidono anche la varietà dei rapporti contrattuali e l’alto numero di lavoratori informali, soprattutto in Paesi ad economie emergenti o in via di sviluppo (es. in Perù il 72% della popolazione vive di lavoro informale). Ciò complica fortemente l’efficacia e la repentinità con cui gli Stati intervengono per offrire misure di integrazione del reddito durante la crisi. Affrontare una spesa economica improvvisa può far scivolare queste famiglie nel baratro della deprivazione economica.Non è meno rilevante il fatto che i lavoratori con meno forza contrattuale e i redditi più bassi scelgono spesso di continuare a lavorare anche quando questo è pericoloso per la salute, rischiando di contagiare anche le categorie sociali più elevate e di diventare moltiplicatori del contagio.

La profonda iniquità socio-economica non solo mette in discussione il modo di rispettare, proteggere e realizzare il diritto alla salute, ma anche la sostenibilità del sistema economico attuale, improntato su politiche neoliberiste e sulla tendenza alla privatizzazione di ampie funzioni pubbliche.Questa correlazione tra condizioni economiche e condizioni di salute stride fortemente con la concezione universalistica e solidaristica del diritto alla salute come concepito dagli strumenti internazionali posti a sua tutela.

Le prime fonti internazionali che nel 1948 hanno codificato il diritto alla salute sono la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e la Costituzione dell’OMS. Tralasciando gli strumenti regionali, di fondamentale importanza è anche l’art.12 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. Il diritto alla salute viene definito uno stato di benessere fisico, mentale e sociale, interdipendente con altri diritti economico-sociali, tra cui l’accesso all’acqua potabile e a servizi igienico-sanitari sicuri.Il diritto alla salute è anche il terzo degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), l’Agenda 2030, a testimonianza del peso cruciale che una copertura sanitaria universale ha per l’eradicazione della povertà ed il benessere dell’umanità e del pianeta.

Per quanto riguarda gli obblighi degli Stati, il diritto alla salute è un diritto progressivo, che non può avere realizzazione immediata, in quanto deve realizzarsi attraverso un processo di miglioramento delle condizioni di salute collettiva della popolazione sotto la sua tutela, principalmente tramite l’allocazione di risorse per la sanità pubblica.Per quanto riguarda in particolare l’Italia, il diritto alla salute, sancito dall’art. 32 della Costituzione, va letto alla luce dei principi costituzionali di solidarietà e uguaglianza, fondamentali per la Repubblica. Rientra nei diritti sociali, che assicurano a tutti la facoltà di ottenere una prestazione da parte dello Stato, senza distinzione né discriminazione alcuna. Ai sensi della Costituzione, il cittadino ha diritto all’assistenza sanitaria, ed in quest’ottica la legge 23 dicembre 1978 n.833 ha istituito il servizio sanitario nazionale.

I modelli di sistemi sanitari non sono omogenei tra i diversi Paesi, non solo dal punto di vista quanti-/qualitativo delle risorse investite in sanità pubblica, ma anche nell’assetto che questi sistemi hanno. Vi sono Paesi in cui la copertura pubblica è totale, come Italia, Regno Unito, Svezia (vera patria del welfare di Stato), Argentina, Cuba (il cui sistema sanitario è lodato come tra i migliori al mondo) Paesi in cui il sistema sanitario è misto, di cui l’esempio più virtuoso è la Germania, e Paesi la cui sanità è completamente privatizzata, come la Nigeria, in cui stipulare un’assicurazione privata è praticamente obbligatorio. L’assicurazione sanitaria è imprescindibile anche negli USA, visti i costi altissimi della sanità. Qui, la copertura pubblica copre circa il 36% della popolazione, mentre più dell’11% degli americani non ha alcuna assicurazione sanitaria, e deve affrontare costi devastanti per affrontare situazioni di emergenza.

Le differenze nella tutela della salute si ritrovano anche all’interno dei territori nazionali, spesso per scelte di investimento della classe dirigente che si riflettono nella disponibilità di strutture ed attrezzature adeguate.Prendiamo l’Italia. Nel periodo 2000-2017 gli investimenti in sanità hanno registrato fortissime differenze areali. Di 47 miliardi di euro totali, 27,4 miliardi sono stati investiti nelle zone del Nord (che già prima contava sulle migliori infrastrutture a livello nazionale), 11,5 miliardi al Centro, e 10,5 miliardi al Sud, dove risiede il 35% della popolazione nazionale. La spesa sanitaria media pro-capite è variata fortemente a livello regionale. Nella provincia autonoma di Bolzano – Alto Adige sono stati investiti 183.8€ a cittadino, in Calabria solo 15,9€.

 

Dal 2010, inoltre, gli investimenti italiani nella sanità pubblica hanno registrato un drastico calo, a fronte invece di un deciso aumento dei finanziamenti a sostegno della sanità privata. Ciò ha determinato il deterioramento della qualità delle strutture pubbliche, e un netto aumento dei cittadini che si sono rivolti a strutture private, che tuttavia, tralasciando qualche eccezione, tendono ad erogare i servizi che rendono maggiori profitti, escludendo ad esempio i reparti di terapia intensiva, e le cure più vitali e dispendiose. Secondo i dati ISTAT, 4 milioni di italiani rinunciano a curarsi per gli elevati costi economici. Per queste l’utenza ha continuato a rivolgersi al pubblico, nonostante questo fosse al collasso per problemi strutturali e mancanza di fondi. Le conseguenze sono emerse chiaramente negli ultimi mesi.

 

Questo è un esempio di come il diritto alla salute possa essere disatteso dallo Stato, divenendo per i cittadini un privilegio molto costoso. Non è una situazione solo italiana, e risponde ad un trend diffuso di privatizzazione delle funzioni pubbliche, che risponde spesso a logiche di profitto. Sorge così il mito dell’efficienza del privato a scapito del pubblico, che viene relegato a mero assistenzialismo, in spregio non solo alla Costituzione, che vorrebbe la Repubblica come garante dell’universalità del diritto alla salute, ma anche in violazione dei diritti umani internazionalmente tutelati.Le disuguaglianze socio-economiche pregresse e quelle che emergeranno a fine pandemia sono un campanello di allarme per i governi del mondo. Bisogna non solo ripensare il ruolo dello Stato nel provvedere al benessere collettivo, ma anche favorire una più forte cooperazione internazionale, nel tentativo di rompere le dinamiche in corso e raggiungere una tutela sempre più universale del diritto alla salute, quale diritto fondamentale e inviolabile della persona umana.

Ulteriori fonti:

https://www.osservatoriodiritti.it/2020/04/10/coronavirus-diritti-umani/

https://news.un.org/es/story/2018/04/1430582

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato6678589.pdf

https://www.istat.it/it/archivio/199318

https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1104356.pdf

 

 

 

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Annachiara Cammarata

Annachiara Cammarata

Annachiara Cammarata, classe ‘96, analista di Diritto Internazionale e questioni geopolitiche. Sono al mio quinto anno di studio della lingua araba, ed ho un interesse particolare per le regioni mediterranea-mediorientale e latinoamericana. Trovo che lo IARI fornisca contributi preziosi per comprendere gli attuali scenari geopolitici, nonché spunti di riflessione molto validi, che accendono nei lettori una scintilla di curiosità e passione per i temi dell’attualità internazionale. Il progetto è fresco, giovane e motivante, per questo ho scelto di farne parte, alla ricerca di un confronto maturo e di un arricchimento reciproco.Mi piace cambiare spesso prospettive e orizzonti. Punto fermo: l’atletica leggera, una delle mie più grandi passioni!
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