Le problematiche dell’urbanizzazione del Cairo vengono sempre più ignorate dai pianificatori urbani, che preferiscono costruire nuovi insediamenti nelle aree desertiche, lavandosi le mani dello sviluppo delle aree informali. Risulta sempre più necessario un diritto alla città, che garantisca a tutti la partecipazione e appropriazione dello spazio urbano.

 

 

Con la sua storia millenaria, l’Area del Grande Cairo è l’area metropolitana più grande d’Egitto, e l’area urbana più grande sia in Africa che nel mondo arabo. Il delta del Nilo è una delle aree più densamente popolate della terra, e qui la pianificazione e la gestione urbana sono tra le sfide essenziali dello sviluppo.

Il Cairo è il centro indiscusso della vita economica, culturale e politica del Paese. Non si tratta solo di un simbolo (si pensi che è la città soprannominata Misr, “l’Egitto”), in quanto al Cairo sono polarizzati gli investimenti e le opportunità di impiego e consumo e vi sono condensati gli uffici amministrativi di uno Stato fortemente centralizzato. Anche la presenza massiccia di polizia e esercito ne rivela non solo la volontà quasi morbosa del regime di imporvi il proprio controllo, ma anche la potenzialità enorme di visibilità delle manifestazioni politiche che vi hanno luogo (una per tutte si pensi al ruolo simbolico e logistico di Piazza Tahrir nel 2011).

Nella capitale si condensano le problematiche del Paese. I massicci processi di urbanizzazione ne hanno moltiplicato la popolazione di 6 volte in 60 anni e la città si mostra congestionata e sovrappopolata, il traffico perenne riduce gravemente la possibilità di mobilità degli abitanti, e secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il livello di inquinamento del Cairo è circa 12 volte superiore al livello raccomandato. Nei quartieri più popolari si ha una sensazione di quasi asfissia, ogni spazio libero è occupato in maniera informale, con i tipici agglomerati abitativi informali in mattoncini rossi, abitati anche sui tetti e sulle trombe delle scale.

Indubbiamente, la rapidissima urbanizzazione che sta interessando il continente africano sta cambiando profondamente il volto delle città, come anche gli equilibri di potere tra i gruppi che ivi concorrono per accedere a risorse ed opportunità. Al Cairo, lo spazio urbano si trova in un contesto di negoziazione perenne. Le caratteristiche fisiche attuali della città sono il prodotto non solo di deliberate scelte di politica economica, ma soprattutto delle relazioni che intercorrono tra le forze di mercato, le élites cairote e le pratiche quotidiane di riappropriazione degli spazi di quei gruppi lasciati ai margini della pianificazione del tessuto urbano.

Nel passaggio dal regime del generale Nasser a quello di Sadat (1970), l’economia egiziana si è aperta al sistema economico internazionale, passando da una fase socialista a politiche economiche di privatizzazione e liberalizzazione, nonché di svendita di terre statali (principalmente del deserto) a investitori immobiliari privati.

La priorità del regime era, formalmente, la riqualificazione del Cairo tramite progetti di decongestione e miglioramento. Nei fatti, i progetti immobiliari divennero terreno di forti speculazioni, la ricchezza del Paese finì nelle mani di pochi, i prezzi delle nuove case iniziarono a salire proprio mentre lo Stato tagliava spesa pubblica e sussidi alla popolazione.

Nonostante il mercato immobiliare egiziano avesse registrato un boom, vi fu una discrepanza tra l’offerta che questo mercato offriva agli strati alti della popolazione e la totale assenza di opportunità abitative per i redditi bassi, che pure stavano facendo registrare un’altissima domanda di abitazioni. Da qui il Cairo viene definita una città di abitanti senza abitazioni e abitazioni senza abitanti.

Per forza di cose, finì per prevalere un modello duale di mercato immobiliare. Quello formale si concentrò su comunità residenziali per classi medio-alte, fuori dal Cairo, mentre alle esigenze abitative di una popolazione sempre più numerosa provvedeva un mercato immobiliare informale.

L’informalità abitativa ha cambiato la forma e lo scenario urbano del Cairo, risultando il modello di residenza predominante e praticamente la norma della crescita della città.
Allo stesso tempo, all’inizio degli anni 2000, le classi medio-alte e alte del Cairo iniziano a abbandonare il centro cittadino e le sue problematiche per trasferirsi in maniera sempre più massiccia nelle aree desertiche che circondano la città. Le gated communities, con i loro spazi puliti, verdi, organizzati a misura d’uomo, rispondevano alle esigenze di vita delle élites cairote, dai gusti sempre più occidentali e emiratini, senza che queste dovessero attendere il compimento di un ideale sviluppo condiviso nazionalmente.

Tuttora, il governo del Presidente al-Sisi è impegnato in mega-progetti infrastrutturali e abitativi nel deserto, il cui apice è la costruzione di una nuova capitale amministrativa. Spostandosi verso la periferia, verso i nuovi insediamenti urbani nel deserto, si notano cambiamenti rapidi nello scenario urbano, che appare molto meno congestionato e più chiaramente polarizzato per classe socio-economica, tra quartieri operai, comunità residenziali di lusso, club esclusivi e interi vicinati fantasma (con ville terminate ma rimaste invendute).

La realtà urbana del Cairo può essere percepita e considerata come una città duale, in cui convivono simultaneamente due diverse città, così come due diverse percezioni della città: una per le classi popolari locali, l’altra per le classi medio-alte e benestanti e per i turisti.

Esemplificazione di ciò sono i diversi panorami urbani che il Cairo offre a chi si sposta con il trasporto pubblico, principalmente con il tipico microbus egiziano, e a chi compie lo stesso tragitto utilizzando un servizio di auto private o un trasporto privato come Uber. Vi è la chiara intenzione dei panificatori urbani di nascondere agli strati economicamente “rilevanti” del Paese le aree informali e tutto ciò che di degradato la città mostra invece ai comuni egiziani.

Innumerevoli cartelloni pubblicitari promuovono la lussuosa vita nelle gated communities, bombardando la vista di chi si sposta coi trasporti privati, scritti inoltre in inglese in un Paese in cui il tasso di analfabetizzazione è ancora superiore al 25% come ad indicare quale sia il target di pubblico a cui si rivolgono. Al contrario, la strada presa dai microbus del trasporto pubblico cairota è costeggiata da graffiti e abitazioni informali.

La visione governativa della città dà priorità a comunità da sogno, immaginarie, per attrarre investimenti e rendere la città più bella agli occhi di una certa classe sociale internazionale. Questo, a discapito della larga percentuale della popolazione che vive nelle aree informali, le cui problematiche sono prodotto del rifiuto sistematico a concedere pieni diritti di cittadinanza alla totalità dei cittadini, a cui in realtà sono negati i diritti di appropriazione, utilizzo e partecipazione alla città.

Il Cairo, divenendo una città globalizzata, ha visto una distruzione della dimensione urbana intesa come esperienza collettiva di appartenenza ad una realtà comune, in quanto i benefici dell’inserimento nei circuiti internazionali sono andati a pochi, a scapito dei più. Questa sorta di segregazione classista dei soggetti urbani stride fortemente con la dimensione principale di tutte le rivendicazioni per i diritti umani: la loro collettività. Con la collettività l’esperienza urbana diventa evento politico, un diritto delle masse a partecipare nella sfera pubblica della vita di tutti i giorni.

Contro questa mercificazione capitalistica e neoliberale dello spazio, che ha avuto luogo al Cairo, si pone uno strumento visionario e socialmente rivoluzionario: il diritto umano alla città, di cui il sociologo e urbanista Henri Lefebvre si è fatto pionieristico formulatore. Concetto che è stato ripreso da accademici, difensori dei diritti umani e movimenti anti-global.

Pare evidente la necessità di questo diritto, in regioni con tassi di urbanizzazione molto alti. Qui, un meccanismo di protezione della popolazione può garantire una distribuzione più equa di quei benefici e responsabilità che sono propri dei fenomeni di espansione urbana, nel tentativo di permettere una riappropriazione della città come luogo di aggregazione piuttosto che di esclusione.

Pratiche facenti capo al diritto alla città non sono solo l’informalità lavorativa e abitativa (preponderanti nella capitale egiziana), ma anche e soprattutto quei momenti in cui il cittadino riprende possesso di quelle strade che ormai sono diventate vetrine, di quegli spazi pubblici che non sono più devoluti all’incontro bensì alle funzioni economiche delconsumo.

Si tratta di un diritto a rimodellare e vivere lo spazio, contesto dal quale non può prescindere una completa realizzazione dell’individuo, forgiato, per forza di cose, dalle relazioni, dalla socialità, dall’incontro/scontro con l’altro.

Questo incontro è proprio ciò che i progetti urbanistici modernisti nella capitale vogliono evitare, chiudendo e segregando sempre più gli spazi pubblici, trasformati in spazi privati, come i grandi centri commerciali, le comunità residenziali di lusso, i parchi a tema, i club sportivi. Da qui, l’altro, il commerciante informale, l’operaio, il cittadino di classe medio-bassa è tenuto fuori, se non per lavorarci. Sono zone esclusive, simboli di capitale e dell’ostentazione da parte delle élites urbane del proprio status sociale tramite pratiche consumistiche.

Questa sorta di sottomissione della funzione sociale dello spazio urbano a vantaggio delle forze di mercato richiama l’importanza e la necessità di progetti di costruzione della capacità delle masse di rimodellare lo spazio della città, partecipando in questo spazio, appropriandosi di questo spazio ed inventando nuovi spazi in cui dispiegare la propria vita urbana. E questo in applicazione di quel diritto alla città che deve essere concretamente ancorato a pratiche locali e quotidiane, prima di configurarsi quale vero e proprio strumento giuridico internazionale.

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Annachiara Cammarata

Annachiara Cammarata

Annachiara Cammarata, classe ‘96, analista di Diritto Internazionale e questioni geopolitiche. Sono al mio quinto anno di studio della lingua araba, ed ho un interesse particolare per le regioni mediterranea-mediorientale e latinoamericana. Trovo che lo IARI fornisca contributi preziosi per comprendere gli attuali scenari geopolitici, nonché spunti di riflessione molto validi, che accendono nei lettori una scintilla di curiosità e passione per i temi dell’attualità internazionale. Il progetto è fresco, giovane e motivante, per questo ho scelto di farne parte, alla ricerca di un confronto maturo e di un arricchimento reciproco.Mi piace cambiare spesso prospettive e orizzonti. Punto fermo: l’atletica leggera, una delle mie più grandi passioni!
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