La politica estera turca ha avuto il vantaggio, soprattutto negli ultimi mesi, di favorire un nuovo e più mirato dinamismo internazionale per Grecia e Cipro.

Era quasi logico che dopo la decisone di escludere la Turchia dall’EastMed, questa avrebbe giocato nei solchi lasciati vuoti dal Diritto Internazionale, affermando i propri interessi energetici nella ZEE cipriota, minacciando così la sua sovranità e la sua sicurezza.

 

Successivamente, Ankara ha sottoscritto il Memorandum d’Intesa marittimo e militare con il GNA libico, toccando una vasta area che attraversa anche le acque greche.

 

In questo modo, la Turchia spera di aver messo sotto scacco sia Atene che Nicosia, due avamposti europei nelle acque del Mediterraneo orientale. Cipro è infatti lo Stato membro dell’UE più ad est, che dal 2004 funge da vedetta sul Medio oriente ed assicura un certo approvvigionamento di idrocarburi, la cui esplorazione è garantita e tutelata per due grandi compagnie petrolifere, ENI e TOTAL, grazie ad accordi di concessione che non sono mai stati pienamente riconosciuti da Ankara.

Se da un lato, l’invasione turca mina la sovranità e la sicurezza delle due repubbliche, in altro modo minaccia gli interessi economici di Paesi come Italia e Francia, che già soffrono pesantemente dell’instabilità politica in Libia.

Ovviamente, per Grecia e Cipro la questione non si ferma solo ad un livello economico, ma ha tensioni ben più profonde e radicate: la minaccia ottomana è sempre dietro l’angolo.

Ed è anche per questo motivo che le due repubbliche hanno cominciato a dialogare in maniera più intensa con alcuni attori internazionali, malvisti dalla Turchia. Risale a domenica, ad esempio, la missione diplomatica di Cipro a Riad, dove Nicosia ha potuto incassare tutto l’appoggio e il riconoscimento saudita. Senza trascurare i due viaggi del Ministro degli Esteri greco negli Emirati, in Arabia Saudita e in Giordania nel 2019. E ancora, per Ankara risultano preoccupanti i dialoghi con Egitto, Israele ed Haftar.  

Insomma, Atene e Nicosia non hanno solo richiesto all’UE di condannare (in termini economici, più che morali) l’avanzata turca, ma hanno optato per un dinamismo autonomo ed audace, che di fatto potrebbe portare ad uno schieramento sempre più profondo e pericoloso in una porzione geopolitica già fortemente affetta da instabilità. Ma è un valore, tale dinamismo, che l’UE non potrà ignorare, in bene o in male che sia.

La teoria di Huntington, a volte, sembra non bastare.

 
 
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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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