Mentre anche in Africa aumentano i casi di contagio del nuovo coronavirus, la Francia tenta di sfruttare la situazione a suo vantaggio, cercando di recuperare nel continente un’influenza in declino.

Nel suo discorso alla nazione, il 9 aprile 2020, Macron si è speso anche sull’Africa, dichiarando l’opportunità di “cancellare il debito dei Paesi Africani, affinché questi posseggano più strumenti per affrontare la crescente crisi sanitaria causata dal Covid-19”. Ciò che potrebbe, ad occhi non esperti, sembrare un gesto assai generoso e mosso da intenti filantropici, ai più attenti si rivela come un’astuta mossa diplomatica volta a ripristinare la fiducia nella ex madrepatria della maggior parte dei Paesi Africani, sfruttando una debolezza strutturale del continente per costruire una nuova Françafrique.

Le crisi del debito africane

Come detto, il debito che i paesi africani conservano nei confronti del resto del mondo, aggirantisi intorno ai 365 miliardi di dollari, è un problema atavico, risalente almeno agli anni ’70 del secolo scorso e al massiccio embargo OPEC sul petrolio. Esso attanaglia i governi del continente, rendendo difficile la gestione efficace delle scelte politiche, in presenza di budget risicati.  Inoltre, la difficoltà nella gestione del debito, ed i problemi di insolvenza, generano sfiducia negli investitori che può tramutarsi nel precipitoso ritiro del contante dalle banche, in una sorta di loop. Questo problema era già stato messo in luce negli anni ’10 del nuovo millennio a partire dall’iniziativa multilaterale d’aiuto al debito, approvata dai Paesi del G8 durante il vertice di Gleneagles del giugno 2005. L’iniziativa ebbe un discreto successo, tanto che la gran parte dei Paesi Africani vide la riduzione sensibile del proprio debito estero, alcuni anche nella misura dell’80%.

A distanza di quindici anni, tuttavia, la situazione non si presenta particolarmente rosea.  Alcuni Paesi, come lo Zambia o il Segal, ma anche i nuovi giganti africani come Etiopia e Kenya sono di nuovo pesantemente indebitati, questa volta però con una partecipazione maggiore di creditori privati. Infatti, gli unici due Paesi al mondo che detengono quote sostanziale di debito africano sono Stati Uniti e Cina. Queste due premesse sono prodromiche ad alcune considerazioni:

  1. Il debito privato è percepito come più rischioso, in un certo senso, del debito pubblico. Non bisogna dimenticare che l’ultima crisi finanziaria è stata scatenata dalla crisi dei mutui sub-prime non da uno Stato insolvente;
  2. Il debito privato ammonta ormai, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, a più di 60 miliardi di dollari, concentrati nei Paesi emergenti ed in Africa, appunto.
  3. La concentrazione di buona parte del debito pubblico africano nelle mani della Cina fa del continente una pedina importante nel gioco della Nuova Via della Seta voluta da Xi Jinping, che infatti trova in Africa alcuni dei suoi snodi principali.

Tutto quanto qui sintetizzato è importante per capire le ripercussioni del Covid-19 sul debito africano e le dichiarazioni del presidente francese.

La pandemia ed il debito: quale rapporto?

le precisazioni sul nuovo indebitamento africano ci portano al cuore della questione: come può un Paese fortemente indebitato gestire la pandemia in corso? È un problema che in parte interessa anche l’Italia, che infatti ha avuto un budget più limitato degli altri Paesi europei per far fronte all’emergenza. Tuttavia, la questione è senz’altro più sentita in Africa, dove i sistemi sanitari sono fragilissimi e caratterizzati dall’estrema debolezza delle infrastrutture. Basti pensare che in tutta la regione Centrafricana sono presenti solo cinque ventilatori polmonari.  Ridurre le spese del debito vuol dire poter investire in infrastrutture, assunzione di personale sanitario, formazione del personale già in essere, tutti investimenti utili al di là del Covid-19. L’Africa è ancora prima in tutte le classifiche mondiali delle principali malattie infettive ed è tuttora attraversata da una nuova ondata di Ebola in contemporanea a quella del Sars- CoV 2. La pandemia, nel continente, rischia di avere ripercussioni ancora più forti che negli altri scacchieri geopolitici, in quanto esso è già dipendente per molti versi dagli aiuti internazionali, e l’indebitamento crescente provocato dalla inevitabile recessione economica si incardinerà in una situazione già importante, compromettendo anche gli equilibri politici.

 La mossa diplomatica di Macron

Il capo di Stato francese parla di cancellazione del debito, una possibilità peraltro già discussa dal Fondo Monetario Internazionale, che ha di recente auspicato ad una cancellazione degli interessi sul debito dei 36 Paesi più indebitati – 30 dei quali si trovano in Africa- al fine di concedere più spazio di manovra per affrontare la crisi del coronavirus. Parigi, nutre intenzioni ben più profonde del mero intento filantropico: Macron, infatti, mira a volgere la crisi sanitari in Africa a suo favore, recuperando una sfera di influenza che in questo momento è sempre più ristretta. A partire dagli anni 2000, la quota di export dell’Africa verso la Francia si è dimezzata, passando dal precedente 11% al 5.5%. Parigi è stata superata da Berlino nella classifica dei primi fornitori europei e, da ultimo, il gruppo dei Paesi operanti con il CFA ha scelto di sganciare la propria moneta dal franco. Uno smacco diplomatico non indifferente per la Francia che con l’Africa ha legami storici indissolubili. Macron, presentandosi come il buon padre di famiglia che perora la causa dei suoi “figli” di fronte alla comunità economica internazionale- la Banca Mondiale è fermissima nella sua posizione intransigente verso un nuovo condono del debito- spera di riuscire a recuperare nel continente una nuova statura. La nuova Françafrique macroniana, non potendo più passare dai legami di dipendenza economica, mira ad imporsi tramite influenza diplomatica e statura morale, sottraendo il continente alla sempre più pesante presenza cinese.

Nonostante tutto, il problema sollevato dall’Eliseo meriterebbe più ampia considerazione e dialogo nella comunità internazionale, al fine di spronare i Paesi Africani verso un ammodernamento della loro economia e della consapevole gestione del loro debito.

Fonti

  1. https://www.esteri.it/mae/it/politica_estera/economia/cooperaz_econom/debito_estero/mdri/
  2. https://www.cgdev.org/blog/chart-of-the-week-new-african-debt-crisis
  3. http://www.rfi.fr/en/africa/20200415-macron-calls-for-suspension-of-debt-to-africa-deal-with-coronavirus-g20-repayments-covid-19
  4. https://www.theguardian.com/global-development/2020/mar/25/africa-leads-calls-for-debt-relief-in-face-of-coronavirus-crisis
  5. https://www.ilsole24ore.com/art/francia-africa-i-legami-controversi-parigi-e-ex-colonie–AEijAVJH
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Giulia Raciti

Giulia Raciti

Ciao a tutti, sono Giulia Raciti Longo, e collaboro con IARI da Giugno del 2019.Dopo la laurea in Giurisprudenza, conseguita a Catania, ho proseguito i miei studi a Milano, dove ho ottenutoil Master in Diplomacy presso l' ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Sono fluente in tre lingue, e ho avuto la possibilità di studiare in tutta Europa, e di lavorare con l' ONG ruandese “ African Education Network" per un anno, occupandomi di analisi delle policies e mappatura legislativa. È in questi contesto che è nata la mia passione per l' Africa, territorio complesso e spesso sottovalutato nelle relazioni internazionali. Con IARI mi occupo proprio di Africa, focalizzandomisui processi elettorali e sui fenomeni migratori, temi che mi propongo di affrontare con un approccio trasversale tra geopolitica e diritto internazionale. Sono appassionata di storia contemporanea, in particolare delle decadi tra il ’20 e il ’40 del 900.Lavorareper la redazione dello IARI, mi ha dato la possibilità di mettere le mie competenze al servizio degli altri: credo infatti fermamente che la geopolitica sia uno strumento indispensabile per capire il mondo che ci circonda ed essere cittadini globali più attenti e consapevoli.Per questo cerco sempre di creare contenuti che siano fruibili anche dai non addetti ai lavori, ma rigorosi dal punto di vista scientificoed informativo.
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