La violenza si sta intensificando in Etiopia, dove un leader un tempo lodato a livello internazionale per il suo programma di riforme e per aver avviato la pace con la vicina Eritrea ora affronta lo spettro della guerra civile. Questo mese, le tensioni tra il governo del Primo Ministro Abiy Ahmed ad Addis Abeba e i leader della regione del Tigray settentrionale del paese si sono riversate oltre i confini etiopi: infatti, da una parte, le forze tigrine hanno attaccato Asmara, coinvolgendo di fatto l’Eritrea nel conflitto; dall’altra, il conflitto civile ha determinato un esodo verso il vicino Sudan e creato problemi di stabilità in Somalia. Perché ciò sta accadendo?

Le tensioni tra Abiy e i leader del Fronte di Liberazione del Tigré (TPLF) sono da tempo in fermento: il Primo Ministro etiope ha smantellato la vecchia coalizione di governo formata da quattro partiti etnici, raggruppati nel Fronte Democratico Rivoluzionario dei Popoli Etiopi (EPRDF) e guidata per anni dal TPLF, creando il Prosperity Party con l’obiettivo di estromettere il TPLF dal governo; infatti, il TPLF ha risposto rompendo la nuova coalizione di governo e lanciando un vano tentativo di unire le forze di opposizione sotto una nuova coalizione federalista. Di fatto, però, il movimento tigrino è stato isolato dal processo politico: infatti, nel mese di marzo il Consiglio elettorale nazionale dell’Etiopia (NEBE), un organismo autonomo responsabile nei confronti della Camera dei Rappresentanti dei Popoli, ha temporaneamente rinviato le elezioni nazionali e regionali previste per agosto 2020 a causa delle preoccupazioni concernenti il COVID-19 e i legislatori del Tigray, compreso il presidente della Camera Alta, si sono ritirati dal parlamento nazionale in segno di protesta. Le relazioni si sono ulteriormente inasprite nel settembre 2020 quando il TPLF, in aperta sfida con il governo federale, ha tenuto ugualmente le elezioni in Tigray e ha riportato una vittoria del 98% nel voto popolare. I nuovi legislatori regionali insediati nel Tigray hanno dichiarato immediatamente che il governo federale mancava di legittimità per governare il paese e hanno rifiutato di riconoscerlo. L’assemblea nazionale ha poi risposto annullando i risultati elettorali tigrini, dichiarando illegittima la leadership neoeletta; in aggiunta, anche i finanziamenti federali alla regione sono stati ridotti in modo significativo, limitando il flusso di risorse ai soli governi locali, sostenitori del governo di Addis Abeba.

D’altronde, il TPLF vede negativamente le riforme democratiche di Abiy: in particolare, il suo interesse per la riforma della struttura federalista dello Stato etiope, che divide l’Etiopia in nove auto-governi su base etnica, minaccia di destabilizzare l’ordine che ha storicamente permesso alla minoranza tigrina di esercitare un potere sproporzionato rispetto al resto della popolazione etiope. Sotto questo profilo, è importante sottolineare che Abiy fa parte dell’etnia oromo, la più grande presente in Etiopia, e il suo impegno su una più ampia agenda nazionalista a favore delle priorità oromi è visto dalle altre fasce etniche, e non solo dal TPLF, come l’erosione del diritto all’autodeterminazione, compresa la secessione, che è concessa dalla Costituzione etiope per le regioni etnicamente organizzate. Oltretutto, Maccallé non ha digerito il recente riavvicinamento tra Etiopia ed Eritrea sancito dalla firma di un accordo di pace e dalla promessa di Abiy di onorare una decisione delle Nazioni Unite, a lungo violata, sulla demarcazione del confine tra Eritrea e Tigray; inoltre, la rivalità tra il partito al governo dell’Eritrea, il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ) e il TPLF è ben evidente e radicata da lungo tempo. Ad ogni modo, sia Addis Abeba che Asmara sono ostili al TPLF, anche se per ragioni diverse: Abiy si è avvicinato ad Asmara senza includere i tigrini e ciò è stato  considerato come un abbandono del Tigray a favore dell’Eritrea. Di conseguenza, il TPLF ha accusato Asmara di schierarsi con Abiy per attaccare il Tigray nel tentativo di regolare vecchi conti.

Ma il fermento della regione abbraccia altri Paesi africani: in primo luogo, le minacce di instabilità sono particolarmente gravi nel vicino Sudan, che due giorni dopo l’inizio dei combattimenti ha annunciato la chiusura di porzioni del suo confine orientale con l’Etiopia e, secondo quanto riferito dai media locali, ha iniziato a posizionare più di seimila delle sue forze all’interno dello Stato di Gadaref, che confina con il Tigray. Ciò perché in Sudan si è avvertita l’esigenza di non mostrarsi agli occhi delle autorità federali di Addis Abeba come sostenitori della resistenza tigrina. Intanto, in queste settimane, i primi camion di rifugiati etiopi hanno iniziato ad attraversare lo Stato di Gadaref e sono stati ospitati nel primo di quelli che probabilmente saranno i nuovi campi per accogliere persone in fuga dai combattimenti nel Tigray. A contornare la polveriera del Corno d’Africa si è aggiunto anche il fatto che gli stati orientali del Sudan sono già stati testimoni di crescenti violenze tribali negli ultimi mesi proprio sul confine etiope, violenze che hanno aggravato ulteriormente la fragilità del governo di transizione sudanese che non ha saputo gestire la situazione. Ad ogni modo, il Primo Ministro sudanese Hamdok, che ha beneficiato in numerose occasioni della mediazione etiopica durante la transizione e il processo di pace interna ancora in corso in Sudan, si è rivolto ad Abiy nonché ai leader regionali del TPLF alfine di esortare alla cautela e alla moderazione ed egli stesso si è offerto come mediatore per un cessate il fuoco; offerta che è stata declinata nonostante Hamdok abbia recentemente ottenuto una certa credibilità sia di fronte agli attori statali del Golfo che hanno approvato l’annuncio del Sudan di un riavvicinamento a Israele, sia di fronte all’Occidente in merito alla rimozione del Sudan dalla lista dei promotori del terrorismo degli Stati Uniti.

In secondo luogo, non meno colpita dalle conseguenze della guerra tra il governo federale etiope e il TPLF è la Somalia: essa ha una considerevole porzione di popolazione di rifugiati all’interno dell’Etiopia a causa dei suoi perduranti conflitti civili e non è disposta a rimpatriarli nel breve periodo. D’altra parte, l’Etiopia ha ritirato circa seicento delle truppe che aveva schierato nel confine occidentale somalo, anche se una parte di esse è rimasta per la missione di pace dell’Unione Africana riguardante proprio la Somalia. Ciò significa, come dimostra il rapporto di sicurezza delle Nazioni Unite ottenuto da Reuters, che il ritiro delle truppe etiopi dalla Somalia ha reso l’area più vulnerabile alle possibili incursioni di Al Shabaab, noto movimento jihadista sunnita di matrice islamica, collegato ad Al Qaeda che cerca di rovesciare il governo in Somalia. Questa situazione potrebbe distruggere i risultati ottenuti dalla comunità internazionale per riportare la stabilità e la sicurezza in Somalia. La situazione è allarmante sia in termini di stabilità interna all’Etiopia che in termini di sicurezza del Corno d’Africa poiché, da una parte, il conflitto potrebbe indebolire lo Stato etiope, incoraggiando le frange etniche più estremiste ad assumere il governo centrale; dall’altra, il conflitto potrebbe alimentare ulteriormente la fragilità economica, politica e sociale del Sudan, dell’Eritrea e della Somalia.

Fonti:

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/etiopia-la-dimensione-regionale-del-conflitto-tigray-28291

https://www.huffingtonpost.it/entry/il-tigrai-attacca-leritrea-e-cerca-di-internazionalizzare-il-conflitto_it_5fb15fb8c5b6d05e86e80bf3

https://sudantribune.com/spip.php?article70070

https://www.reuters.com/article/us-ethiopia-conflict-idUSKBN27N09O

https://www.humanitarianresponse.info/en/document/ethiopia-tigray-region-humanitarian-update-situation-report-no3-17-nov-2020-en

https://www.theweek.in/news/world/2020/11/20/what-is-happening-ethiopia-the-tigray-conflict-explained.html

 

 

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Simona Micalizzi

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