Il 30 maggio, nella regione settentrionale del Kosovo, zona abitata quasi esclusivamente dalla minoranza serba, sono stati effettuati arresti di almeno venti persone accusate di traffici illegali. Quella che potrebbe sembrare un’operazione di poco conto da parte della polizia kosovara, invece, specialmente perché avvenuta nel Kosovo del Nord, è stata ritenuta di particolare rilevanza per Belgrado, inasprendo ulteriormente le tensioni tra quest’ultima e Pristina.

Il murales, nel quartiere popolare di Novi Beograd di Belgrado, raffigura la frase “Il Kosovo è Serbia “

Nonostante sembrasse che gli arresti non avessero alcun movente discriminatorio a livello etnico da parte delle autorità kosovare (le persone arrestate sono state in tutto diciotto: undici serbi, cinque albanesi e due bosniacchi), il presidente serbo, Aleksandar Vučić, ha invece ritenuto che l’intervento della polizia di Pristina avesse un chiaro intento discriminatorio e provocatorio nei confronti della minoranza serba, ordinando, dunque, lo stato di allerta dell’esercito con il dichiarato scopo di proteggere i serbi del Kosovo nel caso di un ulteriore intervento della polizia kosovara. Parole chiaramente utilizzate da Vučić solo per cercare di tenere stabile l’ormai debolissimo consenso dell’opinione pubblica, in quanto, nel caso in cui l’esercito serbo dovesse entrare nei territori del Kosovo, riscontrerebbe gravi problemi con la comunità internazionale, specialmente con l’Unione Europea.

Dal canto suo, il primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, ha dichiarato che l’operazione di polizia avrebbe avuto esclusivamente l’obbiettivo di rinforzare la lotta alla criminalità organizzata, uno dei maggiori problemi attualmente esistenti nel paese. Una lotta che è tra i criteri richiesti dall’UE per poter far convergere il prima possibile il Kosovo agli standard europei. L’intervento della polizia kosovara, però, ha avuto un riscontro negativo sulla popolazione della parte settentrionale del paese, molti dei quali sono scesi a creare barricate per evitare l’ingresso delle forze dell’ordine, portando anche a scontri violenti. Durante gli scontri di quella giornata, sarebbe stato arrestato anche un funzionario russo dell’UMNIK, che, secondo Pristina, avrebbe utilizzato la propria macchina per aiutare a creare una barricata per cercare di fermare l’ingresso della polizia.

Il funzionario sarebbe in seguito stato rilasciato per poi essere ufficialmente considerato persona non grata dal governo kosovaro. L’episodio ha ovviamente scatenato anche la reazione indignata della Russia, dichiarata sostenitrice della Serbia in politica internazionale oltre che grande investitore nel paese a livello finanziario, che ha sempre sostenuto il governo di Belgrado nelle sue rivendicazioni territoriali del Kosovo, dal quale viene ancora considerato una regione autonoma della Serbia.

Il Kosovo del Nord, conosciuto come il distretto di Kosovska Mitrovica, rimane tuttora la zona più tesa del paese, mostrando ancora una volta le problematiche che riesce a trasporre sulle relazioni tra Pristina e Belgrado e il conseguente rallentamento della pacificazione tra i due paesi, che già ultimamente era stata messa a dura prova a causa dell’aumento dei dazi da parte del Kosovo sui prodotti provenienti dalla Serbia e le conseguenti dimissioni dei sindaci delle municipalità a maggioranza serba del paese. Non è sorprendente che, nonostante l’intento della polizia di Pristina stavolta non fosse assolutamente discriminatorio nei confronti dei serbi, il valore simbolico che viene dato al Kosovo del Nord, rende ogni azione politica (qualsiasi sia l’intento), di facile fraintendimento, portando quasi sempre a molteplici e complicate conseguenze.

Nonostante, dunque, lo stato d’allerta dell’esercito richiesto da Vučić stia portando la comunità internazionale e l’opinione pubblica ad allarmarsi ed a presagire un possibile riaccendimento del conflitto, lo scontro fisico e militare tra i due paesi sembrerebbe essere sicuramente da escludere. La mossa di Vučić appare chiaramente di stampo propagandistico, attuata per conservare ancora qualche briciola di consenso pubblico. Il presidente serbo, in realtà, sa benissimo che se l’esercito di Belgrado dovesse intervenire fisicamente sul territorio Kosovaro, questo significherebbe un’invasione illegale del Kosovo da parte della Serbia, in quanto, secondo gli accordi di Bruxelles, il territorio kosovaro è sotto la tutela e il controllo solo ed esclusivamente delle autorità di Pristina. Vučić, attualmente, non rischierebbe per nessun motivo di riaccendere un conflitto armato, né, tantomeno, di mettersi contro Bruxelles, soprattutto perché al momento il governo non vede altra soluzione per la Serbia che cercare di soddisfare tutti i criteri richiesti per poter iniziare i negoziati di adesione all’Unione Europea.

Ciò che invece sembra a rischio è proprio il congelamento degli accordi di spartizione dei territori tra Serbia e Kosovo, che significherebbe uno stallo nel processo di risoluzione delle controversie tra i paesi. Tale stallo sarebbe controproducente non solo per i due paesi, in quanto distoglierebbe ancora l’attenzione dalla necessità di portare avanti riforme strutturali per far crescere l’economia, rafforzare lo stato di diritto e combattere corruzione e criminalità, ma potrebbe significare anche uno congelamento del progetto dell’UE di stabilizzare la regione balcanica. Un progetto, per l’Europa, di particolare importanza per lo sviluppo della sua sicurezza interna.

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