Nella giornata di ieri è giunta la notizia che le forze armate che fanno riferimento al governo, riconosciuto a livello internazionale, del presidente Abd Rabbih Manṣūr Hādī avrebbero riconquistato i punti cardini della strategica città meridionale di Aden. Le forze armate, patrocinate dall’alleato saudita, hanno portato a termine l’offensiva [1] scambiando diversi colpi di artiglieria per poi costringere gli avversari, i miliziani del Consiglio di Transizione Meridionale, a ritirarsi dall’aeroporto, dal palazzo presidenziale e altri punti chiavi dell’area urbana sita sull’omonimo golfo. In questo modo Aden, capitale provvisoria dello Yemen in guerra, ritorna nelle mani del governo che l’ha controllata nel corso dei precedenti quattro anni dopo essere fuggito da Sa ‘ana, legittima capitale occupata dal governo imposto manu militari degli Houthi, la milizia sciita zaydita [2]che occupa (sostenuta in via non ufficiale dall’Iran e da altri proxies) il centro e il montagnoso nord del paese. La situazione nello Yemen in guerra rimane tutt’ora tragica mentre le forze in gioco conoscono processi di riequilibrio delle forze e mutevolezza delle alleanze. Mentre il nord del paese resta, a scapito della poderosa offensiva saudita, saldamente nelle mani degli Houthi è il sud che ha recentemente agitato il sonno della coalizione saudita che cerca di modificare  l’impasse nel paese a proprio vantaggio.

Nel Sud è infatti ben radicato un movimento secessionista, il Consiglio di transizione meridionale, diretto erede di quel Movimento meridionale (al-Hirak al-Janoubi) formatosi ai tempi del gerarca Ali ‘Abd Allah Saleh per rappresentare le istanze del Sud. Il consiglio è guidato dall’ex governatore di Aden, Aidarus al-Zoubaidi [3] e partecipa all’offensiva saudita emiratina contro gli Houthi e trova proprio nel governo di Abu Dhabi uno sponsor indefesso. Nel Sud dello Yemen persiste, infatti, un forte sentimento autonomista (se non apertamente secessionista) che si rifà ai fasti dello Yemen del Sud socialista antecedente all’annessione con il Nord che diede vita all’attuale (e fragile) costruzione statale. Aden è una città simbolo in quanto unica colonia britannica in tutta la penisola arabica ad essere amministrata direttamente dalle autorità di Londra tra il 1839 e il 1967 come parte dell’India britannica. Dopo l’indipendenza nel 1967, lo Yemen meridionale o ufficialmente la Repubblica democratica popolare dello Yemen cadde sotto l’orbita dell’Unione Sovietica e il crollo del comunismo alla fine degli anni ’80 accelerò la riunificazione del sud e del nord nel 1990. Da allora cova lo scontento dei meridionali che hanno a più riprese accusato le alleanze tribali del nord di sottrarre ricchezze al maggiormente dinamico Sud in una sorta di rievocazioni a parti inverse delle istanze leghiste in Italia. Dopo aver già tentato di raggiungere l’indipendenza nel 1994, i separatisti sono entrati nell’arena armati, organizzati e motivati dal governo ad interim Hadi che ha promesso maggiori autonomie alle regioni del Sud a guerra finita e ordine ripristinato.

Manifestanti separatisti mostrano il loro supporto alla causa agitando bandiere del Movimento meridionale

Con il conflitto che langue, con le posizioni quasi cristallizzatesi, con l’indefessa resilienza delle forze houthi dai bastioni montagnosi del Nord (culla del movimento di rinnovamento islamico zaydita) è cresciuto il malcontento delle forze meridionali all’interno del campo lealista, frammentando il già fragile fronte anti sciita e spingendo i “meridionali” a un ambizioso colpo di mano, lo scorso gennaio 2018, impadronendosi di Aden, di aree industriali prospicienti e campi militari nella provincia dell’Abyan. La riuscita dell’operazione è frutto delle capacità della “Cintura di Sicurezza”, l’ala militare d’élite [4] del Consiglio di transizione meridionale facente capo all’ex signore della guerra e notabile locale, Aidarus al-Zoubaidi. La decisione ha significato un periodo intenso di scontri, ulteriori vittime e disordine diplomatico e militare. Il Consiglio di transizione si è mosso conscio non solo delle proprie possibilità tattiche, dei mezzi a disposizione e del retroterra nell’opinione pubblica ma appare scontato l’avvallo (o perlomeno la tacita astensione) degli Emirati Arabi Uniti che hanno tutto da guadagnare in un ulteriore disordine e prolungamento del conflitto che intrappola i sauditi ulteriormente in un costoso e inestricabile pantano oltre che rafforzare le capacità degli aspiranti secessionisti al tavolo delle trattative. C’è da dire che fin dai primi giorni dell’offensiva saudita emiratina nel 2015, i secondi hanno mostrato di perseguire una politica e istanze parzialmente indipendenti dalle direttive delle coalizione all’interno della relazioni bilaterale che collega le due monarchie sunnite.

Come già detto, a differenza dei sauditi che non possono prescindere dal cercare di ripristinare il pieno controllo di un governo allineato in uno Yemen unificato, gli emiratini (protagonisti negli ultimi anni di prodigiose manovre di ammodernamento delle forze armate) hanno malcelati interessi [5] in uno Yemen frazionato e di conseguenza non di pertinenza della sfera di influenza saudita. Le necessità geopolitiche degli Emirati si incontrano con le istanze secessioniste del radicato movimento meridionale, mettendo a dura prova non solo il proseguo dell’offensiva contro gli Houthi ma anche il futuro di uno Yemen integro. Gli analisti assicurano che Abu Dhabi stia manovrando  [6] per assicurarsi il controllo delle importanti rotte marittime lungo lo stretto strategico di Bab el-Mandeb che ha attualmente già blindato installando un importante base militare nell’isola di Socotra. Il trafficato Golfo ha un immenso valore strategico in quanto posto esattamente a metà strada tra il Mar Rosso e lo stretto di Hormuz, sede di traffici commerciali al di là del canale di Suez il primo e principale transito degli idrocarburi il secondo, posto recentemente nell’occhio del ciclone in luce della rivalità tattica tra Teheran e Washington.

Il Golfo dello Yemen come cardine degli ambiziosi piani di diversificazione economica post petrolifera messi in atto dall’ambizioso emiro Khalifa bin Zayed Al Nahyan, pro attivo protagonista del rilancio del ruolo geopolitico della nazione alla ricerca di opportunità in Europa, in Estremo Oriente e Africa, ma anche di un titanico tentativo di ridefinizione di un Medio Oriente pericolosamente a trazione imperialistica iraniana. Non solo economia in quanto uno stato satellite nello Yemen meridionale rappresenterebbe un ulteriore tassello nella cintura di proiezione militare di basi emiratine (dal Niger passando per Eritrea, Gibuti, Somaliland fino a Socotra) rafforzando [7] la sicurezza delle acque infestate da pirati somali o contrabbandieri. Il recente ritiro [8] emiratino delle forze armate impegnate nel conflitto non deve ingannare in quanto persiste l’influenza della monarchia federale nella zona, cementate le relazioni economiche e politiche.

L area in arancione rappresenta il territorio attualmente controllato dagli insorti Houthi

Mentre la notizia che le forze filo saudite (un mix di milizie regionali, ex membri dell’esercito, coscritti, mercenari africani affiancati da salafiti e jihadisti) del governo Hadi hanno ripristinato il controllo sulla strategica città del Sud (per quanto ancora persistono i dubbi sulla reale proiezione degli eventi) rappresenta una buona notizia per le autorità a Riyadh; non si spegne l’afflato e lo scontento dell’opinione pubblica meridionale in cerca di un ulteriore percorso per uno Yemen in via di ridefinizione. Le notizie dal fronte Sud rappresentano, inoltre, un ottima notizia per gli Houthi che stanno godendo a pieno del periodo di forte rallentamento delle offensive avverse, continuando a lanciare missili sempre più ambiziosi diretti verso obiettivi all’interno dei confini nazionali o in pieno territorio saudita. Il supporto iraniano [9] al gruppo armato antimperialista e antisionista è oramai sempre più un segreto di pulcinella, con il corridoio di rifornimento che dall’Iran (attraversando il neutrale Oman) rifornisce di beni ma soprattutto di missili e armamenti gli insorti al nord, innervosendo i sauditi impossibiliti a circoscrivere questa proficua relazione.

La brutalità dei bombardamenti dell’aviazione di Casa Saud, l’emergere di formazioni salafite, l’uso massiccio di mercenari stranieri e l’invasione (con annessa partizione) di territorio yemenita ha in parte compattato l’opinione pubblica yemenita settentrionale galvanizzata dai proclami per la difesa delle patria diffusi dal Supremo Consiglio Politico con sede a Sa ‘ana e offrendo agli Houthi un pretesto per continuare l’occupazione del centro nord del paese, la lotta contro l’imperialismo di ispirazione americana e individuando nei sauditi il nemico ideale impegnato com’è in una supposta campagna di sterminio nei confronti dello sciismo. Accerchiati, isolati e condannati dalla comunità internazionale, le elites houthi hanno logicamente volto lo sguardo verso Teheran trovando nel regime degli ayatollah uno sponsor sempre più presente in quanto principale beneficiario del costosissimo stallo militare dei Saud nel campo di battaglia yemenita.

L’incertezza regna sovrana mentre a farne le spese, come di consueto, sono gli oltre venti milioni di cittadini stretti da un lato dal forzoso isolamento saudita e dall’altra dal ferreo controllo degli Houthi. La lunga guerra dello Yemen ha di fatto innescato quella che l’ONU definisce la peggiore crisi umanitaria [10]del mondo, ampiamente prevedibile in un paese già molto dipendente dalle importazioni alimentari e dal supporto internazionale. Oltre 100.000 i morti tra cui moltissimi i bambini, periti per mancanza di cure e malnutrizione di fronte al bizantinismo delle organizzazioni internazionali sospinte tra dialoghi abortiti, conferenze di pace mai nate e “cessate il fuoco” mai veramente messi in atto. Lo scoppio di diversi focolai di colera ha già ucciso diverse migliaia di yemeniti (nuovamente soprattutto bambini) con oltre un milione di casi e nessuna possibilità al momento di contenere i focolai.

Il paese è in uno stato di profondo disordine ormai da più di 8 anni, da quella primavera di speranza messa in atto contro il satrapismo dell’oramai defunto presidente Saleh, sull’onda lunga delle proteste nel mondo arabo. Una primavera di sangue che, parimenti al caso siriano, ha frazionato il paese in tronconi sotto l’influenza delle diverse potenze che giocano a scacchi sulla pelle degli yemeniti. Decine gli attori, espressione del settarismo intra islamico, del regionalismo secessionista e degli interessi criminali dei signori della guerra rispuntati qua e là per via del mancato univoco monopolio delle forze. Quasi scontata, infine, la presenza degli islamisti di Al Qaeda nella Penisola Arabica, Ansar al Sharia e di cellule dell’apparentemente defunto Stato Islamico che prosperano nell’incertezza e nel disordine, incuneandosi tra le maglie delle differenti forze in campo, bersagliando gli attori a ogni lato della barricata e arrivando a radicarsi nella desertica provincia orientale di Mukalla, offrendo ai cittadini un precario contratto sociale siglato sotto l’egida della Sharia. Un gioco a somma zero in un arena mediorientale gravata dal peso della storia e dai diktat di una spietata geopolitica.

Il ripristino della sicurezza e della stabilità nello Yemen dovrà essere un processo a lungo termine. Negoziati di pace di successo, tra cui un cessate il fuoco e misure di rafforzamento della fiducia, possono solo essere un primo passo verso un obiettivo che dovrà essere più ambizioso, coinvolgendo la totalità degli yemeniti in un processo di riconciliazione nazionale e ridistribuzione del potere. La fine della guerra richiederà che tutte le parti – il governo sostenuto da una coalizione guidata dai sauditi, gli Houthi con i loro sponsor iraniani, i secessionisti meridionali e i signori della guerra – riconoscano che alla fine non esiste una soluzione militare praticabile. La presunta apertura americana verso l’instaurazione di nuovi colloqui di pace si spiega perfettamente con la presa di coscienza dell’impossibilità di risolvere l’impasse con un ulteriore spargimento di sangue oltre che prendere atto di un processo di sfiancamento dell’esercito saudita e dell’opinione pubblica del regno wahabita sempre più frastornata dagli ambiziosi lanci missilistici Houthi.

Un processo di pace dovrà, infine, prendere coscienza delle profonde ferite settarie che la rivalità Arabia Saudita – Iran e l’ambizione jihadista ha aperto in un paese caratterizzato storicamente da una discreta tolleranza tra sciiti e sunniti. Che rimanga integro o si frazioni in diverse realtà rispondenti a bisogni regionali o settari la pace dovrà ritornare nuovamente nel martoriato paese della penisola Arabica.


[1] https://www.aljazeera.com/news/2019/08/yemen-gov-forces-control-aden-airport-minister-190828101214538.html

[2] https://www.cfr.org/interview/who-are-yemens-houthis

[3] https://jamestown.org/brief/adens-governor-opposition-look-southern-yemeni-secessionist-leader-aidaroos-al-zubaydi/

[4] https://jamestown.org/program/security-belt-the-uaes-tribal-counterterrorism-strategy-in-yemen/

[5] https://www.aljazeera.com/news/2019/08/fighting-aden-key-questions-answered-190812115346659.html

[6] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/emirati-nella-guerra-yemen-ritiro-o-ridispiegamento-23498

[7] https://jamestown.org/program/the-uaes-divisive-strategy-in-yemen/

[8] https://www.la-croix.com/Monde/Moyen-Orient/Emirats-seclipsent-dun-Yemen-devaste-2019-07-10-1201034502

[9] https://www.reuters.com/article/us-yemen-iran-houthis/exclusive-iran-steps-up-support-for-houthis-in-yemens-war-sources-idUSKBN16S22R

[10] https://www.rescue.org/article/why-yemen-worlds-worst-humanitarian-crisis

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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